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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 |
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R I S 0 R G I M E N T 0 G I U
D A I C 0 Premessa La presente ricerca sulla storia
d’Israele riguarda il periodo che va dal ritorno dall’Esilio (538 a.C.) alla
Riforma religiosa e morale culminata nella solenne celebrazione della Festa
delle Capanne (430 a.C. circa). Il racconto si dipana attraverso i 10 capitoli
del libro di Esdra e i 13 capitoli del libro di Neemia. E’ bene precisare che
la cronologia di questi due libri presenta alcune difficoltà. Nella presente
esposizione viene seguita la cronologia accettata dalla maggioranza degli
studiosi. E’ possibile trovare maggiori
dettagli in Archeologia e Bibbia, Antico
Testamento, Cap. 9 “Il ritorno
dall’Esilio”, pag.117-134 (D. Valente, Torino 1995) distribuito dalla Casa
della Bibbia, Torino, Via Botticelli 2, reperibile in tutte le Librerie
Evangeliche. Il Ritorno dall'Esilio Nel 586 a.C. Gerusalemme fu distrutta per opera di Nabucodonosor (2 Re 25:21), e gli Ebrei furono deportati a
Babilonia, dove rimasero per circa cinquant'anni, in condizioni di
sofferenza di cui è rimasta memoria nel Salmo 137. (La Scrittura rivela le
motivazioni dell'accaduto, spiegando che l'ira
del Signore si era scatenata contro il suo popolo, perché era stato
infedele, cfr. 2 Re 24:20). Ma anche per i Babilonesi stava
arrivando la fine, a causa dei Persiani, appena affacciatisi sull'orizzonte
della storia. Il dominio di costoro, che in breve si concretizzerà in un
impero, ebbe origine da una piccola tribù della Media (vasta regione ad oriente
del Tigri), per opera di Ciro, della
famiglia degli Achemenidi. Quando Ciro si impadronì di
Babilonia quasi senza combattere, si presentò come un liberatore per le
popolazioni che i re babilonesi avevano deportato, e come un ricostruttore dei
templi dei loro dèi. E così anche i Giudei ebbero l'autorizzazione di ritornare
a Gerusalemme e di riedificarvi il Tempio (538
a.C.). (Sta scritto che Ciro era l’unto del Signore (Isaia 45:1-7),
l'uomo che Dio aveva scelto per liberare il suo popolo). Il primo capitolo del Libro di Esdra
riferisce dell’Editto di Ciro sulla liberazione degli Ebrei. Con
lo stesso Editto si chiude il 2° Libro delle Cronache. Anticamente i Libri delle Cronache,
Esdra e Neemia facevano parte di un unico Libro. Poi Esdra e Neemia, assieme,
furono separati dalle Cronache. In ultimo, anche i Libri di Esdra e Neemia
vennero separati. L’Editto di Ciro era stato ritenuto
“impossibile” dagli scettici, fino alla scoperta di un decreto analogo, scritto
su un cilindro di terracotta, oggi esposto nel Museo di Londra. Nel 538 a.C. non tutti i Giudei di
Babilonia vollero tornare; molti preferirono rimanere e contribuirono alla
ricostruzione con le loro offerte (Ed 1:6). La colonna di reduci (tra liberi e
schiavi erano circa 50.000, Ed 2:64,65) partì sotto la guida di alcuni
capi, tra i quali si distinguevano particolarmente un principe della casa di
Davide, Zorobabel (nipote di
Ioiakin, deportato nel 597, cfr. Ed 3:2; 1 Cr 3:17; 2 Cr 36:9,10), e il
sacerdote Jesua (nipote del sommo sacerdote Seraia ucciso da Nabucodonosor a
Ribla, cfr. 1 Cr 6:15; 2 Re 25:18-21). Essi portavano gli arredi del Tempio
(oltre 5000 oggetti d'oro e d’argento, Ed 1:11) che erano stati consegnati loro
per ordine di Ciro, e notevoli somme di denaro ed oggetti preziosi offerti dai
loro connazionali (Ed 1:6; 2:9). Zorobabel e la Ricostruzione del
Tempio Una delle prime cure dei reduci,
all'arrivo, fu di ricostruire l'altare degli olocausti sul piazzale del
tempio devastato, in modo da poter riprendere la celebrazione dei sacrifici
quotidiani (Ed 3:1-3). Ma la ricostruzione del Tempio apparve in un primo
momento addirittura impossibile. Difficoltà di ogni sorta assorbivano il
tempo, le forze e i denari di quegli animosi uomini di Israele. Fu necessario
prima riedificare le case; ricomprare le terre occupate da altri; risolvere le
innumerevoli questioni di diritto e di proprietà, sorte nel frattempo, e rese
più difficili dalla ostilità delle popolazioni che si erano insediate nel
paese. Tuttavia quei coraggiosi Ebrei cercarono di acquistare i materiali per
la ricostruzione del Tempio, compreso il legname di cedro del Libano, che
doveva essere fatto affluire via mare fino al porto di Giaffa (vicino
all'attuale Tel Aviv). E' interessante sapere che gli
archeologi hanno identificato questo antico approdo alla foce del piccolo fiume
Yarkon, nella località dove, all'epoca persiana sorgeva una cittadina, costruita
secoli prima dai Filistei. La località è oggi nota sotto il nome di Tell
Qasile. Teniamo presente che il precedente
Tempio, costruito da Salomone, aveva assorbito un'enorme quantità di denaro,
neanche lontanamente paragonabile alle risorse di cui ora disponevano quei
reduci. Tuttavia, a due anni dal ritorno (Ed 3:8), essi diedero inizio
alla ricostruzione effettiva con la "posa
della prima pietra" (v.
10). La cerimonia fu oltremodo commovente (v. 11-13): mentre i giovani si
rallegravano, gli anziani, che avevano in mente il Tempio prima della sua
distruzione, piangevano dirottamente. (Certamente si ricordavano cosa
avesse significato per Israele quella "Casa", e perché era stata
distrutta, cfr. 1 Re 9:6-9). E intanto i canti e i gridi di gioia, mescolati
ai pianti, facevano risuonare le parole dei Salmi 107, 118 e 136: "Celebrate
il Signore perché Egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno". Purtroppo la costruzione del Tempio,
poco dopo l'inizio, dovette essere interrotta, e la interruzione durò ben quindici anni. La colpa fu dei
"nemici di Giuda e di Beniamino" (4:1 sg.), che possiamo identificare
con i Samaritani. Costoro dapprima si erano dichiarati disposti ad
offrire il loro contributo, ma forse quell’atteggiamento era solo un calcolo
politico. Per i Samaritani, Jahwé non era altro che uno tra i tanti dèi, e i
reduci fecero bene a respingere la loro offerta, che se fosse stata accettata
avrebbe potuto condurli ad attenuare la loro fede nell'Unico vero Dio. E allora i Samaritani misero in atto
intrighi di ogni sorta (4:4,5) per ostacolare i lavori, influenzando e
corrompendo i magistrati locali, abbastanza potenti per paralizzare l'opera di
Zorobabel. (Zorobabel era un "governatore" di terza categoria - la
parola persiana Tirshatà, tradotta
"governatore" in 2:63, significa letteralmente "Sua
Eccellenza" - che dipendeva da un certo Tattenai (5:3), governatore della regione
dell’Oltrefiume, a sua volta
dipendente dal satrapo di Babilonia e Oltrefiume). Passati alcuni anni, agli ostacoli
esterni si aggiunse anche un certo scoraggiamento, e questo durò
precisamente "fino al 2° anno del
regno di Dario" (4:24), cioè fino al 520 a.C. (Attenzione: nella lettura del cap 4 di Esdra, è opportuno
“saltare” i v. 6-23, che si riferiscono ad avvenimenti successivi). La ripresa
dei lavori avvenne sotto la spinta dei profeti Aggeo e Zaccaria (5:1), che
incitarono i compatrioti a riprendere l'opera abbandonata. E' interessante leggere le loro
profezie facendo riferimento agli eventi contemporanei. Aggeo (1:2-4) rimprovera
i reduci per le costruzioni private, non tutte modeste, che nel frattempo
si erano fatte. In seguito il profeta sembra esultare per l'approssimarsi della
caduta della Persia che avrebbe spalancato una nuova era giudaica, ed indica
in Zorobabel l’unto del Signore
(Ag 2:23). Anche Zaccaria usa espressioni simili, che oggi noi interpretiamo in
senso "messianico". In realtà, quando Aggeo e Zaccaria
predicavano, era in atto una rivolta babilonese contro il potere centrale di
Dario. (Secondo alcuni studiosi, Zorobabel si sarebbe dimostrato sleale verso
la corona...). Non sappiamo che fine fece Zorobabel; è certo comunque che le
prerogative politiche furono in seguito accordate a Jesua (Giosuè) e ai suoi
successori. (E' Giosuè il personaggio a cui si riferisce Zaccaria). Forse
Jesua-Giosuè ebbe maggior sensibilità politica, indispensabile nella situazione
difficile nella quale si trovavano i
reduci da Babilonia. Ma torniamo alla ripresa dei lavori, nel 2° anno di
Dario (520 a.C.). Ci fu subito un'ispezione,
su iniziativa di Tattenai, il governatore dell'Oltrefiume (Ed 5:3), che
portò alla ricerca del "documento di autorizzazione" emesso da Ciro. Questo
fu finalmente trovato rovistando negli archivi di Ameta (si tratta di Ecbatana, una delle capitali persiane),
per ordine dello stesso Dario (Ed 6:1-5). (Il "rotolo" era
scritto in aramaico, la lingua ufficiale dell'impero persiano, come è pure in
aramaico il riassunto riportato in Esdra 6:3-5). Notare il v. 5:5, che dice che
sui Giudei "vegliava l'occhio di Dio"; la provvidenza divina
fece in modo addirittura che essi ottenessero dei sussidi da parte del governo
centrale ( Ed 6:8); e così i lavori poterono proseguire fino al termine, sotto
il costante incitamento di Aggeo e Zaccaria (Ed 6:14). Nel
6° anno del regno di Dario (515 a.C.), nel mese di febbraio-marzo (Adar, il 12° mese), finalmente il Tempio (chiamato la
"Casa") fu terminato; e
per la circostanza, il mese successivo (il 1° mese del calendario religioso), fu
celebrata solennemente la Pasqua
(Ed 6:19-22). Dall'Editto di Ciro erano passati circa 23 anni. Gli archeologi indicano il Tempio
ricostruito da Zorobabel come il "2° Tempio”. In realtà non se ne conosce
alcuna traccia, per il semplice motivo che la zona dove fu edificato è oggi preclusa
agli scavi. Esso comunque resistette a lungo, fino al 20 a.C., quando Erode il
Grande decise di rifarlo completamente; quindi dal termine dei lavori - 515
a.C. - al rifacimento del 20 a.C. passarono ben 495 anni. Al confronto,
gli altri Templi durarono assai meno: quello di Salomone circa 365 anni, e
quello di Erode soltanto 90 anni. Lo Scriba Esdra ed il rispetto
della Legge Circa sessant'anni dopo la
ricostruzione del Tempio, nel 458
a.C., arrivò a Gerusalemme una nuova carovana di Giudei, guidata da un
sacerdote, profondo conoscitore della Legge di Mosè (7:6), Esdra lo scriba. Munito di una
lettera di raccomandazione dello stesso re persiano (che era Artaserse detto "Longimano"),
egli portava, come si deduce dalla lettera medesima (7:12-26), offerte del re e
dei Giudei tuttora residenti a Babilonia. Facciamo un piccolo passo indietro
per andare a vedere che cosa era
successo nel resto del mondo nei
sessant'anni trascorsi dalla costruzione del Tempio all'arrivo di Esdra a Gerusalemme.
(E’ l’intervallo tra i capitoli 6 e 7
di Esdra: “Dopo queste cose...”). In
realtà erano successe cose di somma importanza per il futuro della civiltà
occidentale. Qualche tempo prima i Greci avevano fondato colonie sulle
coste della penisola italiana (Magna Grecia) e sulle coste della Sicilia. Ma ne
avevano fondate anche sulla costa dell'Asia Minore, e fra esse, floridissima
diventò la città di Mileto. Ma il "Gran Re" persiano Dario I, che aveva mire espansionistiche,
obbligò le città ioniche della costa a pagare pesanti tributi; ed avendo
ricevuto un netto rifiuto dalla città di Mileto, la distrusse nel 494 a.C. Non pago del risultato, decise di conquistare tutta la Grecia,
e con una grande flotta, nel 490 a.C.,
sbarcò nei pressi di Maratona, a 22
km da Atene. Come è noto, contro tutte le evidenze, i Greci di Milziade
sgominarono i Persiani e li ributtarono in mare. E' pure ben nota l'impresa
dell'umile soldato che corse fino ad Atene a portare la notizia della vittoria,
e poi cadde morto per lo sforzo. Dario I morì nel 485 a.C., e gli successe sul trono il
figlio Serse I, noto alla Bibbia
come Assuero (quello del Libro di
Ester). Serse nel 480 a.C. si pose a capo di una nuova spedizione contro la Grecia, con
un esercito e una flotta più numerosi di quanti mai se ne fossero veduti prima.
Su un ponte di barche passò lo stretto dei Dardanelli ed invase la
penisola greca, arrivando fino alle Termopili,
dove i Greci, nonostante una strenua ed eroica difesa (con lo spartano Leonida)
dovettero soccombere. Così a Serse si aprì la strada di Atene; e il re
persiano sottopose la città a barbaro saccheggio, distruggendo templi ed
abbattendo le statue (quelle che oggi si ammirano nel Museo dell'Acropoli). I
Persiani si credevano ormai padroni del campo
- e del mondo intero - , ma non avevano fatto i conti con la
volontà di libertà e l'astuzia dei Greci che, "rinati", li
sconfissero a Salamina, in
quella che viene considerata una delle più celebri battaglie navali della
storia (480 a.C.). Ricordiamo il
nome dello stratega greco: Temistocle.
E la vittoria dei Greci divenne definitiva l'anno seguente a Platea. Con questa
sonora batosta i Persiani si dovettero ritirare definitivamente, e da allora non
ritentarono mai più la conquista dell'Ellade. Serse I morì nel 465 a.C., e gli subentrò al potere Artaserse I detto il
"Longimano". Possiamo così riprendere la nostra
storia, perché proprio nel 7° anno del
re Artaserse (Ed 7:8), cioè nel 458
a.C., lo scriba Esdra arrivò a
Gerusalemme. Giunto in città, Esdra fu subito
informato che le condizioni generali non erano affatto floride. Inoltre,
la situazione "spirituale" era pessima: molti dei reduci
avevano sposato donne pagane appartenenti alla popolazione circostante, e vivevano
in uno stato di compromesso con l'idolatria; e il cattivo esempio era stato
dato proprio da alcuni capi e magistrati (Ed 9:1-3). Esdra fu profondamente addolorato da
quella notizia, e rimase, quel giorno, nel cortile del Tempio, seduto a
terra fino a sera, in atteggiamento di lutto profondo, circondato da un
gruppo di "fedeli credenti" (definiti "quelli che tremavano alle
parole dell'Iddio d’Israele”, v. 4). All'ora del sacrificio serale, egli si
levò, e prostratosi in ginocchio pronunciò una fervente preghiera, domandando
a Dio di perdonare la nuova infedeltà del popolo (v. 6-15). Una gran
moltitudine si era frattanto raccolta intorno a lui, e la commozione di colui
che pregava si era comunicata agli astanti (Ed 10:1). Facciamo ora qualche considerazione
sul significato della missione di Esdra. Egli sta svolgendo un'opera simile a
quella che avevano compiuto i Profeti prima dell'esilio. Ma con una differenza:
i Profeti predicavano il ravvedimento e la consacrazione al Signore in nome
della vivente parola di Dio, che essi erano incaricati di riferire (cfr.
Is 1:2 "Udite o cieli, e tu terra presta orecchio! Poiché il Signore
parla..."). Esdra invece predica appoggiandosi sulla parola scritta di
Dio (per esempio, De 7:3,4), di cui è semplicemente un commentatore,
autorizzato dalla conoscenza che ne ha per gli studi che ha fatto (Ed 7:6). Il messaggio di Esdra è un
esempio di quel tipo di predicazione che, attraverso gli apostoli, viene
proposto a noi oggi; i predicatori dell'Evangelo non possono e non devono fare
altro che quello che fece Esdra lo scriba: spiegare, commentare la parola
scritta, e raccomandare che venga applicata. (E i risultati ottenuti da Esdra
sono quelli che ogni evangelista potrebbe desiderare per i suoi messaggi). La preghiera di Esdra
(9:6-15) esprime l'angoscia di chi vede già fuorviarsi, dopo appena
ottant'anni di respiro (v. 8: "un breve momento"), un popolo
che avrebbe invece dovuto imparare qualcosa dalla sua tragica storia (v.7); ed
esprime, quella preghiera, il timore che l'ira del Signore non abbia ad
"infiammarsi" di nuovo contro di esso. Possiamo osservare che la storia di
Israele è una storia di ribellione, per la quale esso non può fare altro che
chiedere il perdono a Dio in una Confessione di peccato. E il peccato consisteva
nell’aver trasgredito i comandamenti divini, nell’aver negato a Dio la
riconoscenza per i suoi benefici, nel non aver avuto fede in Lui, e nell’aver
sostituito alla volontà di Dio la volontà umana. Ma occorre riconoscere il peccato, occorre avere
il sentimento del peccato! E questo sentimento, appunto, pervase il popolo di Giuda nel periodo di
Esdra e Neemia (cfr. Ed cap. 9; Ne cap. 1, 9). E nella Chiesa, che cosa si fa
oggi? Solo per alcune denominazioni, la Confessione di peccato è tuttora
parte del Culto. Quando Esdra ebbe finito di pregare,
un certo Secaniah (uno dei colpevoli, 10:2), propose di riparare il peccato
commesso, e tutti insieme si impegnarono con giuramento a rimandare le donne
pagane (Ed 10: 3,5). Dopo una notte di veglia e di
digiuno, Esdra, la mattina, fece convocare gli abitanti di Gerusalemme e dei
dintorni, rimproverandoli per la loro infedeltà ed esortandoli ad adeguarsi
alla decisione presa. Tutti, meno quattro (Ed 10:15), si conformarono al
consiglio di Esdra. Una commissione di capi delle famiglie patriarcali fu
subito nominata e si mise al lavoro, esaminando caso per caso tutti i matrimoni
misti che erano avvenuti. Le soluzioni non furono né facili né indolori.
In 10:44 è ricordato che da alcuni di quei matrimoni erano nati dei figli; ed
anche le spose pagane, evidentemente senza colpa, dovevano essere trattate con
riguardo. L'esame dei singoli casi richiese alla commissione tre mesi di
lavoro, ma alla fine quei matrimoni vennero sciolti. (Il problema si ripresenterà
ancora, durante la "seconda missione" di Neemia, cfr. Ne 13:25-28). Questo episodio, nel quale un
uomo di Dio come Esdra accetta e suggerisce che vengano infranti dei vincoli
matrimoniali, dovrebbe farci riflettere. Alcuni oggi attribuiscono al
legame coniugale il carattere di assoluta indissolubilità "in ogni caso
possibile", sostenendo che non si deve mai separare ciò che Dio ha unito. Viene
detto che l'indissolubilità del matrimonio è un principio universale,
valido anche per i non credenti, che, seppure inconsciamente, sono stati
anch'essi "uniti da Dio. Gli episodi esaminati sembrerebbero smentire
questa tesi. Neemia e la Ricostruzione delle
Mura Compare ora un nuovo personaggio, Neemia. Costui aveva la funzione di coppiere alla corte del re Artaserse
Longimano nel palazzo di Susa (quello
nel quale si erano svolti gli eventi descritti nel Libro di Ester, durante il
regno del suo predecessore Serse I, o Assuero). Neemia, a differenza di Esdra,
non è dottore della legge né sacerdote; è un semplice ebreo
"laico", cresciuto in terra d'esilio e pervenuto, non sappiamo
come, ad una posizione di grandissima fiducia: coppiere alla corte del Gran
Re. Il suo compito era soprattutto
quello di assaggiare il vino alla presenza del re per assicurarsi che non fosse
avvelenato. In genere coloro che coprivano questa carica erano eunuchi, e
poiché nulla lascia pensare che Neemia fosse sposato, secondo alcuni è
improbabile che egli costituisse un'eccezione. Comunque sia, questo Neemia è pronto
ad abbandonare senza rimpianti il suo rango e il suo incarico, non appena si
rende conto che la sua patria e il suo popolo hanno bisogno di lui. Ed ecco i
fatti: l'anno ventesimo del re Artaserse
(Ne 1:1), cioè nel 445 a.C. (quando
già da 13 anni lo scriba Esdra si trovava a Gerusalemme), Neemia viene a sapere
da un parente che i suoi connazionali vivono a Gerusalemme nella miseria e
nell'umiliazione, con le mura tuttora in rovina e le porte abbruciate dal fuoco
(v.3). Non si sa con precisione per quale
motivo le mura di Gerusalemme fossero ancora diroccate, dopo oltre
novant'anni dal rimpatrio. Sembra però da Ed 4:12-23 (tutto il passo è
"slittato" in anticipo) che all'inizio del regno di Artaserse la
popolazione di Gerusalemme avesse iniziato effettivamente a ricostruire le
mura, e che poi i suoi nemici riuscirono a far sospendere i lavori per ordine
del re. Ma forse quei lavori, di mole ingente, erano già arrivati a buon punto,
prova ne sia che Neemia riuscì a farli completare in soli cinquantadue giorni
(Ne 6:15). Dunque Neemia, dopo parecchi anni
dalla sospensione dei lavori, viene a conoscere la reale situazione. Ed allora,
colmo di tristezza ma anche profondamente determinato, chiede ed ottiene
dal Gran Re il permesso di recarsi a Gerusalemme per riprendere l'opera
interrotta. E il re Artaserse, annullando il suo precedente decreto, lo munisce
addirittura di lettere di raccomandazione per i governatori delle provincie ad
ovest dell'Eufrate, e gli conferisce i poteri necessari per compiere l'opera
(lo nomina "Governatore di Giuda",
Ne 5:14). E' un risultato strabiliante, ma il testo dice esplicitamente:
"Il re mi diede le lettere, perché la benefica mano del mio Dio era su
me" (2:8). (Il libro di Neemia è scritto in gran parte in prima
persona; il redattore - qualcuno
sostiene che sia stato Esdra - ebbe modo di utilizzare le memorie personali
del protagonista del racconto). Neemia rimase a Gerusalemme
dodici anni (cfr. Ne 1:1 e 13:6), governandola con sapienza e fermezza. Poi
tornò per qualche tempo alla corte di Artaserse (13:6a). Ma avendo udito che
nuovi abusi si erano introdotti a Gerusalemme, ottenne dal re un secondo
congedo (13:6,7), e tornò nella città alla quale aveva dedicato il meglio della
sua opera e delle sue forze. E' caratteristico l'atteggiamento
di "apertura" di Artaserse nei riguardi di Esdra e Neemia, che
risalta dai suoi decreti, scritti in aramaico. Avevamo in precedenza ricordato
la lettera consegnata a Esdra (Ed 7:11-26). Questi decreti erano stati tenuti
in scarsa stima dalla maggior parte dei critici biblici, che li qualificavano
come improbabili. Era stato scritto che ogni obiezione sulla validità dei
documenti riportati dalla Bibbia sarebbe scomparsa, se fossero stati scoperti
dei documenti ufficiali persiani. E la scoperta è avvenuta, adempiendo la
predizione in maniera così inattesa e completa da superare ogni più fervida
immaginazione: all'inizio del nostro secolo sono stati riportati alla luce
in Egitto (a Elefantina) alcuni documenti datati al V secolo a.C. scritti
in aramaico, che assomigliano molto alle relazioni ufficiali persiane riportate
nella Bibbia. Quei documenti appartenevano ad una comunità giudaica del periodo
persiano stanziata ad Elefantina (Assuan), e consistono in lettere private e
decreti governativi. Il materiale si accorda per forma e per vocabolario con i
decreti riportati nella Bibbia; quanto al contenuto, uno di essi, relativo alla
festa di Pasqua e attribuito al successore di Artaserse, ricorda agli Ebrei
l'accurata osservanza di tutto ciò che le loro leggi prescrivono. Un altro
contiene nomi propri corrispondenti a personaggi citati nel libro di Neemia. Torniamo ora al nostro protagonista.
Arrivato a Gerusalemme, dopo tre giorni di riposo, egli fece di notte, con
pochi uomini, per non destare l'attenzione degli avversari, un giro
d'ispezione lungo le mura diroccate (Ne 2:11-15). La mattina seguente,
convocati i notabili, propose di restaurare
le mura per restituire onore alla città (Ne 2:16-18). E la proposta di
Neemia venne accolta con entusiasmo. E' diventata famosa la "parola
d'ordine", impiegata anche in tempi recenti per incitare al compimento di
"grandi imprese": "Sbrighiamoci, e mettiamoci a costruire!",
Ne 2:18. Il lavoro fu diviso in lotti. I sacerdoti
ne assunsero uno; altre corporazioni, come quelle degli orefici e dei
profumieri, fecero altrettanto; gli altri lotti furono assegnati a gruppi di
famiglie imparentate, o agli abitanti di località vicine (cap. 3). L'opera
fu iniziata con energia, contemporaneamente su tutti i bastioni, e procedette
rapidamente. Ma quando i capi delle popolazioni vicine furono informati di
quello che succedeva a Gerusalemme, ne provarono timore e gelosia. Tra questi,
si dimostrò particolarmente ostile il capo dei Samaritani, Samballat lo Horonita
(Ne 4:1; cfr. 2:10). (Il nome di Samballat si trova in uno dei "papiri di
Elefantina" citati in precedenza, dove viene definito "governatore di
Samaria"). Già all'inizio questi capi avevano manifestato
stizza e disprezzo per le iniziative dei Giudei (Ne 2:19), insinuando che
volessero ribellarsi al Gran Re. Ma le accuse e le beffe non servirono che ad
incitare maggiormente i costruttori, e allora i nemici di Giuda cambiarono
tattica, e cominciarono a radunare bande armate. Si venne a creare una
situazione estremamente pericolosa, descritta vivacemente in Ne 4:7 sg. Le
popolazioni ostili circondarono Gerusalemme da tutte le parti, e gli abitanti
della campagna si allarmarono (v.10), temendo per i loro villaggi, rimasti
indifesi perché tutti gli uomini validi erano stati adibiti ai lavori delle
mura (v.12). Tuttavia, nonostante tutti gli ostacoli, l'energico governatore
Neemia riuscì a portare a termine l'impresa (v. 13-23). Egli incitava i
suoi con le parole: ''Non li temete! Ricordatevi del Signore, grande e
tremendo"(v.14); e "Il nostro Dio combatterà per noi!"
(v.20). Quando ci troviamo in gravi
difficoltà e tutto sembra perduto, ricordiamoci delle parole di Paolo: “Se Dio
è per noi, chi sarà contro di noi?" (Ro 8:31). Così Neemia decise di dividere i
lavoratori in due squadre: mentre una squadra costruiva, l'altra
montava la guardia in armi; e addirittura, quelli che costruivano erano
essi stessi armati (4:16-18). (A questo punto, nel Libro di
Neemia, troviamo il cap 5, che interrompe il racconto e va considerato come
un inserto. In un fosco e vivace affresco esso ci ragguaglia sulle miserabili
condizioni di quella povera gente: obbligati ai lavori forzati, oppressi
dalle tasse, affamati, costretti a vendere i figli, e per di più
sopraffatti e sfruttati dai loro notabili e dagli stessi sacerdoti. Alla
fine del capitolo (v. 14-18) troviamo l'autodifesa di Neemia: una
dichiarazione in cui il governatore dichiara che non ha mai approfittato della
situazione e si è mantenuto onesto e retto davanti a Dio per tutti i dodici
anni della sua permanenza a Gerusalemme). Riprendendo ora il racconto del
restauro delle mura (cap 6), quando Samballat e gli altri si resero conto che
la loro opposizione non aveva sortito effetto alcuno, cercarono di attirare
Neemia fuori di Gerusalemme con offerte di colloqui, ma in realtà con
l'intenzione di ucciderlo. Ma Neemia non cadde nell'insidia, e allora
Samballat e gli altri escogitarono nuove strategie: diffusione di voci
di ribellione e profezie nefaste contro Neemia, unite a melliflue offerte di
collaborazione. (Sono da sempre le tattiche del
nemico dei credenti, che a volte appare come leone ruggente e altre volte come
angelo di luce). Ma Neemia seppe resistere a tutte le
lusinghe e gli spaventi; e il lavoro fu continuato senza interruzioni fino alla
fine (Ne 6:15,16), Dall'inizio dei lavori, compresi i perditempi per gli
ostacoli, erano passati soltanto 52 giorni! E Neemia conclude dicendo: "Tutti
riconobbero che quest'opera si era compiuta con l'aiuto del nostro Dio!"
(v.16). Alla ricostruzione delle mura seguì
una riforma religiosa e morale (cap
8-10), di cui parleremo fra poco. Poi finalmente le mura vennero inaugurate
("dedicate" 12:27-43), con due solenni processioni, che le percorsero
in senso contrario muovendosi verso il Tempio con musiche e canti. Fu quello un
giorno memorabile. Il v. 43 specifica che "la gioia di Gerusalemme si
sentiva di lontano". La riforma religiosa e morale Il centro focale del racconto dei due libri di Esdra e Neemia sta nei capitoli 8-10 di Neemia, nei quali
viene evidenziata la catarsi, ossia
il capovolgimento completo, originato dal pentimento e seguito dal
risorgimento di un popolo che ha sperimentato la tragedia e si è reso
consapevole di aver meritato il castigo. E, nonostante tutto, i Giudei
riconoscono che avrebbe potuto finire peggio; e sono portati ad
apprezzare la compassione e la misericordia di Dio, che avrebbe dovuto
sterminarli tutti, e invece ne ha preservato una parte... I termini “misericordia” e “grazia”,
anche se molto simili, non vanno confusi. Per “grazia” si deve intendere la
concessione da parte di Dio di un beneficio assolutamente non meritato (”siete
salvati per grazia...”). Si parla invece di “misericordia” di Dio quando Egli
commina una punizione assai inferiore alla misura della colpa (“Tu, nostro Dio,
ci hai puniti meno severamente di quanto le nostre colpe avrebbero meritato”,
Ed 9:13). Nel cap. 8 è raccontato in dettaglio
il raduno del popolo per ascoltare la
Legge di Mosè. Lo scriba Esdra leggeva dall'alto di un podio, e
tutto il popolo, sotto, ascoltava compunto, in piedi, "con le orecchie
tese". La lettura durò molte ore; poi seguì la spiegazione di ciò che
era stato letto, con la partecipazione di tutti i sacerdoti. Avevamo visto all'inizio che Esdra
era uno scriba (= dottore) versato nella Legge di Mosè (Ed 7:6), che aveva
applicato il cuore allo studio
e alla pratica della
Legge del Signore, e si riprometteva di insegnare
in Israele le leggi e le prescrizioni divine (Ed 7:10). Esdra non era dunque
solo un saggio teorico (un teologo), ma sapeva mettere in pratica i
comandamenti di Dio, proponendo se stesso come esempio, e raccogliendo
numerosi seguaci (i sacerdoti prima citati). E a costoro non faceva mancare l'insegnamento
dottrinale, accertandosi poi che l'avessero ben assimilato per poterlo a
loro volta trasmettere ad altri. Conscio della propria infedeltà,
riflessa dallo specchio implacabile della Scrittura divina, il popolo
piangeva dirottamente (Ne 8:9). E qui compare un altro di quei detti
famosi, pronunciati dal governatore Neemia, che esortava il popolo a
trasformare il cordoglio in letizia: "Non siate tristi,
perché la gioia del Signore è la vostra forza". (Ricordiamo le parole di Paolo:
"Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi”, Fi 4:4). Neemia voleva semplicemente che il
popolo sperimentasse la "gioia della salvezza". Fu così celebrata
degnamente la Festa delle Capanne,
in un modo che non si era più visto dall'epoca di Giosuè. (La Festa delle
Capanne, descritta in Le 23:34 sg., aveva lo scopo di perpetuare il ricordo
della liberazione dalla schiavitù d'Egitto, con riconoscenza e lode per la
Provvidenza divina che permise al popolo di sopravvivere nel deserto dimorando
in capanne). Conclusione Esdra e Neemia furono gli
artefici della rinascita della coscienza nazionale ebraica ("Giudaismo°), promuovendo uno stile di
vita che ebbe come riferimento il Tempio
ricostruito (presenza di Dio in mezzo al popolo) e il costante richiamo
alla Legge (rigoroso rispetto dei
comandamenti divini). Questi due elementi, Tempio e Legge,
indubbiamente in se stessi positivi, giocarono nei secoli seguenti un ruolo
determinante per rinvigorire l’orgoglio nazionale anche nelle circostanze più
difficili. Così, quando i Persiani furono sconfitti da Alessandro il Macedone
(333 a.C.), i Giudei si trovarono con un nuovo padrone. Poi, quando l’impero
macedone si suddivise nei regni ellenistici,
la Palestina si venne a trovare nella zona di confine fra il regno dei Tolomei
d’Egitto e il regno dei Seleucidi. E fu in quel periodo che i Giudei dovettero
apprendere la lingua greca. La stessa Scrittura venne tradotta in tale idioma
ad uso dei Giudei della diaspora, che non erano più in grado di intendere la
lingua ebraica (è la versione detta dei “Settanta”, circa 250 a.C.). La
Palestina passò poi sotto l’influenza seleucide, finché Antioco IV Epifane
decise di imporre anche agli Ebrei la cultura greca, e così depredò i tesori
del Tempio, fece bruciare i libri sacri e collocò nel Luogo Santissimo una
statua di Zeus (circa 170 a.C.). Era veramente troppo per gli Ebrei, che non
ricordavano di aver subito affronti simili neanche al tempo degli Assiri e dei
Babilonesi. Fu allora che ripresero coraggio e decisero di ribellarsi. Ebbe
così inizio e si sviluppò una delle insurrezioni più grandiose della storia ebraica:
quella dei Maccabei. Il giorno in cui i Giudei riuscirono a rimuovere dal
Tempio la statua di Zeus venne poi ricordato nei secoli successivi - e
fino ad oggi lo è ancora - con la festa detta Hanukka, o della Dedicazione, cfr. Giovanni 10:22. Il governo dei Maccabei si trasformò a un certo punto
nella monarchia Asmonea (che deteneva il potere religioso e politico); finché,
nel 63 a.C., Gerusalemme fu conquistata da Pompeo, e così i Giudei persero di
nuovo la libertà passando sotto la dominazione romana. Erano però nel frattempo
venuti alla ribalta i Farisei, che
erano una fazione o setta religiosa che si era separata dal sacerdozio
ufficiale. E’ noto che costoro insistettero sulla più completa e puntigliosa osservanza
della Legge, e a tal fine elaborarono casistiche estremamente sofisticate. Più avanti, verso il 20 a.C., il
Tempio di Zorobabel - irreparabilmente deteriorato - fu
ricostruito e grandemente arricchito da Erode. Così ci troviamo, all’epoca di
Gesù e degli Apostoli, col binomio Tempio -Legge che gioca nuovamente il
ruolo di catalizzatore dell’orgoglio nazionale. Questo fatto ebbe tuttavia deleterie
conseguenze sull’atteggiamento dei Giudei di Gerusalemme che avevano ascoltato
il Vangelo ed erano diventati Cristiani. Infatti è noto che continuarono a
frequentare il Tempio (Atti 2:46), e ad osservare la Legge in tutti
i dettagli, compresa la circoncisione per i propri figli. A tal proposito, è
sintomatica la “sfida” che gli anziani della chiesa di Gerusalemme lanciarono a
Paolo, che era appena tornato dal suo terzo viaggio missionario: “Fratello,
tu vedi quante migliaia di Giudei hanno creduto, e tutti sono zelanti per la
Legge. Ora sono stati informati su di te che vai insegnando a tutti i
Giudei sparsi tra i pagani ad abbandonare Mosè, e dicendo di non circoncidere
più i loro figli e di non conformarsi più ai riti. E allora? (...) Fa’ dunque
quello che ti diciamo: recati al Tempio e compi i riti di purificazione
(...), così tutti conosceranno (...) che tu pure osservi la Legge”
(Atti 21: 20-24). Sappiamo come andò a finire: Paolo,
che era di parere esattamente contrario a quello degli anziani, per spirito di
conciliazione si recò al Tempio, e lì venne arrestato per un’ingiusta accusa. Il Tempio e la Legge costituirono così due pietre d’inciampo per i Giudei convertiti al cristianesimo. Il Tempio, come è noto, fu distrutto nell’anno 70 d.C. E quanto alla Legge e a tutti i privilegi di Giudeo, ecco che cosa ne scrisse Paolo: “Tanto la circoncisione che l’incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l’essere una nuova creatura” (Galati 6:15). “Queste cose [i miei privilegi di Giudeo] le considero come tanta spazzatura (...) di fronte alla giustizia che viene da Dio, basata sulla fede in Cristo” (Filippesi 3:8,9).
Davide Valente, marzo 1999 |