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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 contattaci 011280304


segue: Vita di Pietro

 

Terzo Periodo: dal Ministero nella Diaspora al Martirio (anni 49-68)

 

                Il Ministero nella Diaspora

 

                Dopo la Conferenza di Gerusalemme, il Libro degli Atti non parla più di Pietro. Per seguirne le tracce dobbiamo fare appello ad altri testi, tra cui le sue lettere, la prima lettera di Paolo ai Corinzi, e varie fonti extrabibliche.

                La prima lettera di Pietro reca questo indirizzo: ”Pietro, apostolo di Gesù Cristo, agli eletti che vivono come forestieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nella [provincia] dell’Asia e nella Bitinia...”. Questa lettera, come diremo più avanti, fu scritta da Roma intorno all’anno 64. Sembra quindi probabile che, forse dopo l’anno 55, Pietro abbia lasciato Gerusalemme per svolgere un ministero itinerante nelle località dell’Asia Minore (Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia, Bitinia ne coprivano quasi tutto il territorio), dove il cristianesimo era penetrato soprattutto mediante i viaggi e la predicazione di Paolo (2° Viaggio: 49-51; 3° Viaggio: 53-57). E’ comunque certo che quando Paolo, nel 57, arriva a Gerusalemme alla fine del suo 3° Viaggio per portare agli anziani il denaro delle offerte delle chiese della Macedonia e dell’Acaia, Pietro a Gerusalemme non c’è più.

                Prima di andare in Asia Minore, è probabile che Pietro sia passato da Corinto. Infatti dalla Prima Lettera di Paolo ai Corinzi (scritta da Efeso nel 57) apprendiamo che in quella chiesa, facilmente portata alle divisioni, si era formato anche un partito di Cefa (= Pietro) (1 Co 1:12); e che Pietro l’aveva visitata accompagnato dalla moglie (1 Co 9:5). (Questa è la sola volta che si accenna alla moglie di Pietro, se prescindiamo dal racconto della guarigione della suocera, Mr 1:29 ss.).

                Risulta, dai richiami ai profeti (1 P 1:10-12) e da altre frequenti citazioni dell’Antico Testamento, che Pietro indirizza la sua prima lettera soprattutto ai Giudei convertiti che erano stati l’oggetto della sua cura evangelistica e pastorale.

 

                Pietro a Roma

 

                In 1 Pietro 5:13, Pietro scrive: "La chiesa che è in Babilonia vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta”. E’ quasi impossibile che qui egli si riferisca all'antica città di Babilonia in Mesopotamia, capitale dell'impero babilonese, ma ridotta nel primo secolo ad un luogo piccolo e sconosciuto. Non vi sono prove di una visita fatta a questa città da Pietro, solo o accompagnato da Marco, e neppure dell’esistenza ivi di una chiesa cristiana in quel periodo. Diodoro Siculo (che scrive nel 56-36 a.C.) dice: “Per quanto riguarda i palazzi e gli altri edifici, il tempo li ha cancellati completamente o li ha lasciati in rovina; e di fatto solo una piccola parte di Babilonia stessa è abitata in questo periodo, e la maggior parte dell'area compresa tra le sue mura è lasciata all'agricoltura” (Diod. Sic. 2.9.9).

                Analogamente, Strabone (morto nel 19 d.C.) scrive: “La maggior parte di Babilonia è talmente abbandonata che non si esiterebbe a dire [...] che la Grande Città è un grande deserto" (Geographika 16.1.5.).

                Però il nome "Babilonia" è usato altrove nel Nuovo Testamento come riferimento a Roma (vedi Ap 16:19; 17:5; 18:2 e si noti 17:9 come identificazione dei "sette colli di Roma”). Proprio come nell'Antico Testamento Babilonia era il centro della potenza terrena e dell'opposizione al popolo di Dio, così ai tempi del Nuovo Testamento Roma era il centro di un sistema di governo mondiale e di vita che si opponeva all'evangelo. Riferendosi a Roma chiamandola "Babilonia", Pietro stava portando avanti l'immagine della chiesa come nuovo popolo di Dio o nuovo Israele, da lui usata lungo tutta la prima lettera (cfr. 2:10).

                Come diremo più avanti, l’arrivo di Pietro a Roma può essere collocato intorno all’anno 64.

 

                Pietro si considera “anziano” della chiesa di Roma

 

                In 1 P 5:1 Pietro dice: “Esorto dunque gli anziani che sono tra voi, io che sono anziano con loro (gr. sym-presbyteros) e testimone delle sofferenze di Cristo, ecc.”.

                Pietro è preoccupato di sottolineare la sua unione con coloro che egli esorta. Gli anziani fin dall’inizio avevano la responsabilità spirituale delle chiese che sorgevano con la diffusione dell’evangelo. Si può presumere che Pietro avesse esercitato questa funzione in alcune chiese della Diaspora dove aveva svolto il suo ministero. Però è più semplice pensare che egli si riferisca al servizio che sta svolgendo nella chiesa di Roma (definita Babilonia), della quale in chiusura di lettera invierà i saluti.

 

                I due segretari di Pietro: Silvano e Marco

 

                “Per mezzo di Silvano, che considero vostro fedele fratello, vi ho scritto...” (1 P 5:12). Così si chiude la prima lettera di Pietro. Si tratta del Sila di Atti 15:22; 18:5, che è anche chiamato Silvano in 2 Co 1:19; Te 1:1; 2 Te 1:1. Dunque, quel Silvano che era stato compagno di viaggio di Paolo, lo troviamo ora a Roma a fare da amanuense a Pietro per le sue lettere. E’ probabile che gli sia stata lasciata una certa libertà per quanto riguardava lo stile e la lingua (troppo buoni per Pietro!), mentre l’Apostolo forniva la sostanza degli argomenti.

                “Anche Marco, mio figlio, vi saluta” (1 P 5:13b). Si tratta di quel Giovanni Marco di cui abbiamo già parlato, nella cui casa a Gerusalemme Pietro si era recato quando era stato liberato dal carcere (At 12:12). Era cugino di Barnaba (Cl 4:10), e aveva accompagnato Paolo per una parte del 1° Viaggio missionario, ma poi si era spaventato ed era tornato indietro (At 13:13). Per causa sua Paolo e Barnaba avevano avuto un aspro dissenso alla vigilia del 2° Viaggio, e si erano separati (At 15:37-39). Non sappiamo quando e perché questo Marco fosse approdato a Roma, e come fosse diventato aiutante di Pietro, che lo considerò suo figlio spirituale. Comunque è certo che Marco aveva riguadagnato col tempo anche il favore di Paolo (2 Ti 4:11), e si trovasse con lui a Roma (Cl 4:10; Fi 24), durante la sua prima prigionia (anni 60-62).

                La teoria detta “delle due prigionie” presuppone che nell’anno 62 Paolo sia stato assolto, e che in seguito abbia potuto ancora compiere altre visite missionarie (Spagna, Creta, Asia Minore, Macedonia, Grecia; cfr. Ro 15:24; Tt 1:5; 1 Ti 1:3; 2 Ti 4:13,20). L’arrivo a Roma di Pietro andrebbe dunque collocato dopo l’assoluzione e la partenza di Paolo, cioè dopo l’anno 62.

                Tornando a Marco, egli avrebbe scritto a Roma il 2° Vangelo, sui ricordi e i racconti di Pietro. Questo è sostenuto da alcune significative testimonianze della tradizione, come quelle riportate qui di seguito.

                Papia, vescovo di Jerapoli in Frigia così scrive (tra il 125 e il 140) in un frammento conservatoci dallo storico Eusebio (Hist. Eccles. III,39,15):

“Anche questo diceva l’anziano (cioè il presbitero Giovanni): Marco, divenuto interprete (gr. ermeneutes) di Pietro, accuratamente scrisse, sebbene non in ordine, tutto ciò che si ricordava delle cose dette o fatte dal Cristo. Poiché egli né udì il Signore, né lo seguì, ma più tardi, come ho detto, seguitò Pietro. Questi adattava i suoi insegnamenti alle circostanze, ma non facendo uno schema ordinato delle parole del Signore, così che non ebbe torto Marco nello scrivere così alcune cose come le ricordava; d’una cosa infatti ebbe cura, di non tralasciare nessuna delle cose udite e di non falsificare alcuna di esse”.

                (Questo brano si proponeva evidentemente di difendere Marco, spiegando il motivo della differenza quantitativa tra il suo vangelo e gli altri, e la mancanza di una disposizione ordinata).

                Ireneo, vescovo di Lione (ultimo quarto del 2° secolo), ha questa frase:

   “Dopo la loro dipartita (gr. exodos) [di Pietro e di Paolo], Marco, l’interprete e discepolo di Pietro, avendo scritto le cose predicate da Pietro, ce le trasmise” (Adv. Haer. III,1,1).

                Probabilmente quindi Marco diede il suo aiuto al vecchio apostolo, poco pratico della lingua greca, per mettere per iscritto i suoi ricordi, che furono divulgati dopo la sua morte (la quale avvenne, come vedremo più avanti, forse nell’anno 68).

                Marco era molto giovane al tempo del ministero di Gesù, e non poteva aver fatto parte dei suoi discepoli diretti; ma molti ritengono (data la sua dimora a Gerusalemme) che sia lui il misterioso giovane il quale seguiva Gesù nella notte del suo arresto e che, afferrato da uno degli armati, se ne fuggì nudo lasciandogli tra le mani il lenzuolo (gr. sindona) che lo ricopriva (Mc 14:51,52). Questo episodio, altrimenti insignificante, è stato giustamente paragonato alla firma del pittore in un angolo del suo quadro.

 

                Pietro accenna alle lettere di Paolo definendole “Scritture”

 

                L’accenno si trova in 2 P 3:15,16. E’ noto che alcuni studiosi contestano l’attribuzione a Pietro di questa seconda lettera, ritenendola più tarda. Per altro, la scoperta del frammento 7Q10 nella grotta 7 di Qumran, contenente sei lettere greche che potrebbero appartenere soltanto a 2 P 1:15 (secondo C. Thiede), sarebbe una prova che la lettera fu scritta prima dell’anno 68 (anno di chiusura delle grotte).

                Torniamo all’accenno alle lettere di Paolo (definito da Pietro suo caro fratello): Pietro dichiara che in esse vi sono cose difficili a capirsi, come anche in altre Scritture. La definizione Scritture implica che quei testi dovevano essere considerati come aventi autorità perché ispirati da Dio. La cosa non deve stupire. Infatti gli apostoli non avevano alcun dubbio che le loro parole scritte avessero la stessa autorità dei loro discorsi parlati. Ecco perché si aspettavano che le loro lettere fossero lette nelle chiese, insieme all’Antico Testamento (cfr. Cl 4:16; Ap 1:3,4).

 

                L’insegnamento di Pietro sull’ispirazione delle Scritture

 

                In 2 P 1:15 Pietro dichiara che, sentendosi vicino alla morte, ha provveduto affinché i cristiani possano ricordarsi di quello che egli aveva predicato. Si tratterebbe di un accenno al fatto che aveva incaricato Marco di scrivere ogni cosa con cura. Poi passa a descrivere la sostanza di questi insegnamenti e, in generale di tutte le rivelazioni (le “profezie”), concludendo che “nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (1 P 1:21).

                Dunque, gli uomini che hanno parlato sono stati “sospinti”. Il verbo greco “fero”, da cui deriva la parola tradotta “sospinti”, è usato anche in At 27:15, dove si parla della nave di Paolo “portata via” dal vento. Vediamo qui la partecipazione degli uomini nell’opera dello Spirito. Lo Spirito Santo ha rivelato a questi uomini il messaggio di Dio. Non che abbiano sempre compreso tutto (cfr. 1 P 1:10-12), ma lo Spirito li ha “sospinti” a trasmettere il messaggio perché giungesse fino a noi. Gli “uomini che hanno parlato” erano uomini veri, non soltanto strumenti passivi come affermano i sostenitori dell’ispirazione meccanica, tuttavia coinvolti nell’intero processo di parlare o scrivere. Ed erano sospinti dallo Spirito Santo come una nave è spinta dal vento, col risultato che “parlarono da parte di Dio”.

 

                La prigionia e il martirio

 

                Non è attestata una lunga prigionia di Pietro a Roma. Il riferimento al Carcere Mamertino, tetro ed umido antro, nel quale Pietro sarebbe stato rinchiuso (assieme a Paolo!) e dove avrebbe battezzato i carcerieri con l’acqua di una sorgente che sgorga dal sottosuolo, non è che una leggenda medievale.

                E’ attestato invece il suo martirio, alla fine dell’impero di Nerone. Girolamo, riferendosi alla Cronaca di Eusebio, colloca l’avvenimento nel 3° anno della 211a Olimpiade, che corrisponde all’anno 67/68, quattordicesimo ed ultimo anno di Nerone. Infatti si sa che Nerone passò l’ultimo anno della sua vita in Grecia, e il governo di Roma rimase in mano ai triunviri. Questa notizia corrisponde effettivamente all’indicazione di Clemente di Roma secondo il quale Pietro comparve in giudizio davanti ai governatori (I Clem V,7).

                In quello stesso periodo subì il martirio anche l’apostolo Paolo, il quale (in accordo con la teoria delle due prigionie prima riportata) ad un certo punto aveva subito un secondo arresto, era stato tradotto nuovamente a Roma (seconda prigionia) dove venne condannato a morte. Secondo varie attestazioni, la sentenza di Paolo fu eseguita mediante decapitazione nel luogo dove in seguito sorse la Basilica di S. Paolo fuori le Mura.

                Ecco la testimonianza di Eusebio, che scrive nel 325 d.C. Parlando di Pietro e Paolo dice:

   “E che entrambi furono martirizzati nello stesso periodo, Dionisio, vescovo di Corinto [intorno al 170 d.C.], lo afferma in questo brano della sua corrispondenza con i romani: "Con tale forte ammonimento avete collegato le fondamenta dei romani e dei corinzi date da Pietro e Paolo, poiché entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e furono i nostri pionieri, e insieme insegnarono anche in Italia nello stesso luogo e furono martirizzati nello stesso periodo" (EH 2.25.8.).

                Eusebio continua la sua storia con ulteriori particolari su Pietro e Paolo:

   “Sembra che Pietro predicò ai Giudei della dispersione in Ponto, Galazia, Bitinia, Cappadocia e Asia e che alla fine venne a Roma e fu crocifisso a testa in giù, poiché aveva chiesto di soffrire così. Che cosa bisogna dire di Paolo, che portò a compimento l'evangelo di Cristo da Gerusalemme all'Illiria e in seguito fu martirizzato a Roma sotto Nerone? Questo è affermato testualmente da Origene [morto verso il 254 d.C.] nel terzo volume del suo commentario alla Genesi” (EH 3.1.2-3.).

                Queste testimonianze prese nel loro insieme indicano che Pietro e Paolo morirono entrambi nella persecuzione sotto l'imperatore Nerone. La persecuzione, iniziata subito dopo il grande incendio di Roma nel 64 d.C. (che secondo molti era stato provocato da Nerone stesso, ma per il quale egli incolpò i cristiani e li perseguitò malvagiamente), durò fino alla morte di Nerone (per suicidio) il 9 giugno del 68 d.C.

 

                I dettagli del martirio di Pietro si trovano nell’apocrifo Atti di Pietro, un testo fantasioso scritto verso la fine del 2° secolo. Il soggiorno dell’apostolo a Roma vi è scandito da lunghi “certami oratori” con Simone il Mago. Simone si lancia in aria per provare il suo potere e Pietro si rivolge a Cristo perché faccia cadere l’impostore: un episodio ripreso sovente dalla pittura. Sempre negli Atti di Pietro, leggiamo la scena del Quo vadis. All’annuncio della persecuzione, Pietro lascia Roma e incontra il Signore, al quale domanda dove stia andando. Il Signore gli dice: “Vado a Roma per essere crocifisso”. E allora Pietro capisce che il Signore sta parlando di lui e ritorna a Roma per affrontare il martirio. E, sempre secondo il racconto di questi Atti, Pietro chiede di essere crocifisso con la testa all’ingiù, non ritenendosi degno di essere crocifisso come il suo Signore.

 

 

 

A P P E N D I C E

 

                Desideriamo dare ancora qualche cenno su due argomenti collegati con la figura di Pietro e sostenuti dai cattolici. Il primo riguarda il preteso primato di Pietro come vescovo di Roma (fu il primo papa!) e la conseguente successione apostolica sulla cattedra di Pietro (sequenza dei papi: Pietro, Lino, Cleto, ecc.). Il secondo punto riguarda la presunta scoperta archeologica della tomba di Pietro sotto l’attuale Basilica Vaticana.

 

 

                Il primato di Pietro e la successione apostolica

 

                Citiamo liberamente da Cristianesimo e Cattolicesimo Romano (ibid.):

                La lettura dei documenti neotestamentari induce ad escludere con assoluta certezza che l’apostolo Pietro venisse nel secolo apostolico considerato il fondamento e il capo della Chiesa, con autorità di giurisdizione sugli altri apostoli e su tutte le altre comunità cristiane. Per altro, sarebbe un errore sottovalutare il prestigio che alla comunità romana veniva dal fatto stesso di trovarsi al centro dell’Impero. E a ciò si aggiunga l’onore di aver per qualche tempo goduto della presenza e dell’attività apostolica di Paolo e di Pietro. Si tenga inoltre conto che, con la scomparsa di Gerusalemme nel 70, l’animo dei cristiani era più facilmente indotto a volgersi verso occidente. Tuttavia questo prestigio, o addirittura egemonia, fu ben differente da una vera e propria autorità giurisdizionale. Riportiamo al riguardo alcune testimonianze:

a) Clemente Romano. Verso l’anno 95, Clemente scrive da parte della Chiesa di Dio che dimora in Roma alla Chiesa di Dio che abita in Corinto una lunga lettera per esortare quei fratelli a vincere le divisioni. Egli parla dell’esempio lasciato dalle colonne Paolo e Pietro, che furono perseguitati, soffersero fatiche, il carcere e il martirio. Se la tesi cattolica fosse giusta, cioè se si trattasse qui del “papa Clemente I” nell’esercizio delle sue funzioni, come mai lo scrittore non nomina se stesso e la sua carica (sarà Dionigi di Corinto che, tre quarti di secolo più tardi, preciserà che questa lettera fu scritta da Clemente),  perché non accenna al fatto che egli è il successore di Pietro, né si rivolge a loro in virtù dell’autorità eccezionale connessa col suo alto ufficio? Egli invece scrive una lettera in tono fraterno, pregando i Corinzi “di cedere non a noi ma alla volontà di Dio”

b) Ignazio di Antiochia, vescovo di Antiochia di Siria, scrisse nell’anno 115 un certo numero di lettere durante il lungo viaggio verso Roma, dove andava per essere giustiziato. Nella lettera alla chiesa di Smirne esorta i credenti a seguire le disposizioni del vescovo e a sottostare al collegio degli anziani (i presbiteri) della chiesa locale. Nella lettera alla chiesa di Roma riconosce che questa “presiede (gr. prokatheméne) nell’amore”. Una cinquantina d’anni più tardi, Dionigi di Corinto precisa che qui Ignazio aveva accennato alla considerazione che la chiesa di Roma godeva per le sue opere buone.

c) Policarpo, il vecchio e stimato vescovo di Smirne, verso il 154 fece visita al vescovo di Roma Aniceto, per discutere con lui la data della celebrazione della Pasqua (il 14 del mese ebraico di Nisan, oppure la Domenica più vicina al 14). I due non si accordarono, ma pure si separarono in pace. Secondo Ireneo (che scrisse di quest’episodio intorno all’anno 180), Policarpo e Aniceto si erano riferiti rispettivamente alle usanze praticate e trasmesse da Giovanni e da Pietro, ma Aniceto non aveva cercato di far prevalere l’opinione di Pietro imponendola come più autorevole.

d) Ireneo, vescovo di Lione, nella sua opera fondamentale “Adversus Haereses” (Contro gli Eretici), scritta in greco verso la fine del 2° secolo ma pervenutaci in latino, cercò di dimostrare che le dottrine gnostiche, non essendo apostoliche, erano prive di autorità. A tale scopo egli affermò che i vari vescovi delle chiese cristiane stavano ciascuno in linea diretta con gli apostoli. Il brano che si riferisce alla chiesa di Roma viene addotto dai cattolici come argomento a favore della preminenza di questa chiesa (e quindi dei suoi vescovi) su tutte le altre. Il brano prosegue enumerando i dodici vescovi di Roma da Lino al vivente Eleuterio, e rivendicando poi la garanzia apostolica anche per le chiese di Smirne e di Efeso.

                Ireneo dunque pensava che la dottrina apostolica si era conservata mediante le successioni episcopali in gran numero di chiese, pur esendo particolarmente sicura in quella di Roma, a motivo della sua “potentior principalitas” (principalità più potente?), dovuta soprattutto alla sua connessione con Pietro e Paolo o anche al prestigio di Roma e alla sua situazione centrale, in modo tale che tutte le altre chiese si accordavano con essa nella dottrina. Bisogna riconoscere che qui c’è un’importante testimonianza del posto eminente che nella cristianità la Chiesa di Roma occupava alla seconda metà del 2° secolo; ma è tuttavia doveroso ammettere che non c’è ancora un indizio di sovranità universale e di suprema giurisdizione e tanto meno d’infallibilità attribuite ai vescovi di Roma, distinti dagli altri vescovi delle sedi apostoliche.

e) Vittore e Policrate. Abbiamo già parlato del colloquio tra Policarpo e Aniceto sulla data della Pasqua, avvenuto nell’anno 154, che si era concluso con un nulla di fatto. Intorno al 190, il vescovo di Roma Vittore pensò di porre fine alla controversia, interpellando diversi concili di vescovi. Tutti si pronunciarono in favore della data domenicale, tranne quelli dell’Asia Minore (i cosiddetti “quartodecimani”). Policrate, vescovo di Efeso, che era stato addirittura minacciato di scomunica da Vittore, scrisse una lettera assai vigorosa dicendo: “Fratelli, io ho vissuto sessantacinque anni nel Signore, e in unione coi fratelli di tutto il mondo, e ho percorso tutta la Sacra Scrittura; perciò non ho paura delle vostre minacce. Perché quelli che erano più grandi di me hanno detto: bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini” (citato da Eusebio, Hist. Eccl. V,24). Ma Vittore proseguì, comminando le scomuniche per tutte le comunità dell’Asia. A questo punto parecchi altri vescovi, fra i quali Ireneo, reagirono duramente, chiedendo a Vittore di desistere.

                Questo incidente illustra e conferma quanto è già stato fatto osservare: la chiesa di Roma è influente e il suo vescovo si sente spinto a prendere iniziative e misure importanti, ma le altre chiese non riconoscono alcuna giurisdizione suprema alla chiesa di Roma e al suo vescovo. Questo è di somma evidenza. Tuttavia si può dire “che il papato era nato”, in quanto la scomunica lanciata da Vittore è già il gesto caratteristico di un papa.

 

                La presunta scoperta della tomba di Pietro

 

                Riesce difficile immaginare oggi quale fosse l’aspetto di quella porzione di Roma antica attualmente occupata dalla Basilica di S. Pietro e dalla Città del Vaticano. Caligola (37-41 d.C.) vi aveva realizzato un circo dove aveva collocato l’obelisco egiziano che oggi vediamo in Piazza S. Pietro (dove venne portato però solo alla fine del Cinquecento). Nel 2° secolo l’area fu poi destinata a necropoli, e tale rimase fino all’anno 320, quando l’imperatore Costantino, “diventato” cristiano, decise di spianarla per costruirvi una chiesa. Difatti era voce diffusa che in quel luogo ci fosse la tomba di Pietro. Questa opinione sembrerebbe suffragata dallo storiografo Eusebio di Cesarea (III-IV sec.), che riporta l’affermazione fatta attorno all’anno 200 dall’erudito cristiano Gaio, il quale si vantava di poter mostrare a Roma i trofei degli apostoli fondatori della Chiesa, al Vaticano (quello di Pietro) e lungo la Via Ostiense (quello di Paolo). In questa accezione, “trofeo” indica un monumento funerario eretto sul luogo del martirio. La posizione e l’orientamento della basilica di San Pietro dipendono dunque da quello che è definito  -  sulla base della testimonianza di Eusebio  -  il “trofeo di Gaio” (così detto perché indicato da Gaio) che a partire dal 2° secolo avrebbe segnato la tomba di Pietro in mezzo ad una necropoli pagana.

                Negli scavi condotti sotto la basilica di San Pietro (iniziati nel 1939 e proseguiti con alterne vicende fino ad oggi) è stato messo in luce un recinto funerario delimitato da una parete di fondo intonacata di rosso (da cui il nome di Muro Rosso), decorata da due nicchie sovrapposte e delimitate da un’edicola con colonnine. La struttura è stata datata grazie ai bolli impressi su alcuni mattoni, riferibili circa alla metà del 2° secolo. Un frammento d’intonaco reca un graffito con lettere greche, che è stato interpretato, con qualche forzatura, come “Pietro è qui”. Questa struttura può essere intesa come il “trofeo di Gaio”, tuttavia sotto di essa non sono state rinvenute ossa attribuibili all’apostolo Pietro. Quindi l’affermazione che gli scavi archeologici hanno rivelato la tomba di Pietro è inesatta.

                A completamento, diciamo che nel corso degli scavi  è stato scoperto tra i resti della necropoli pagana un piccolo ambiente, noto come Mausoleo “M” o “del Cristo Sole”, databile al 3° secolo. Vi si nota nel soffitto un’immagine del Cristo rappresentato come il “vero sole”. Questo conferma il diffondersi di quel sincretismo che portò progressivamente il cristianesimo ad assimilare simboli e feste del paganesimo. La celebrazione del Natale il 25 dicembre fa parte di questa “evoluzione” (era la festa del solstizio d’inverno, dedicata al “dio Sole”, che a sua volta ricalcava i culti di Mitra importati dall’oriente e diffusisi nell’impero poco prima della nascita di Cristo).

 

 

                                                                                                        Davide Valente, ottobre 2001