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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 contattaci 011280304

 

Studio sull’Epistola ai Filippesi  (2:12-30)

 

 

            Umiltà e obbedienza (12,13)

            Paolo si richiama ancora all'inno sull'abbassamento di Cristo che ha appena citato. L'esempio di Cristo deve indurre i Filippesi ad obbedire ai comandamenti di Dio, indipendentemente o meno dalla presenza dell'Apostolo (12). Attenzione a non fraintendere l'espressione "compiete la vostra salvezza ..." (12 b). La salvezza ricevuta da Cristo, in se stessa è perfetta e quindi non ha bisogno di completamenti (cfr Ebrei 9:12); essa non deve però essere accettata passivamente. Occorre, con spirito di sottomissione e sapendo di dover rendere conto a Dio ("con timore e tremore”), vivere tutti i giorni come in un sacrificio continuo di noi stessi (cfr Romani 12:1 sg.).

            Tuttavia molti commentatori ritengono che qui l’Apostolo parli non della salvezza individuale, ma della salvezza corporativa della chiesa di Filippi, cioè della sua sopravvivenza, della sua salute spirituale. Ciò è ben comprensibile dato che quella comunità risultava gravemente malata a causa delle lotte e dei sentimenti riprovevoli tra i suoi membri. L’espressione tradotta “compiete” (Diodati, Riveduta), “adoperatevi al compimento” (Nuova Riveduta), è sostituita da altri traduttori con “attendete alla” (CEI), “datevi da fare per” (TILC), che rendono meglio il significato del verbo greco, che è “agire per”, “procurare”.

 

            Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute (14)

            Se Paolo dice così, evidentemente significa che i credenti di Filippi, in ogni attività della chiesa, non riuscivano ad evitare le critiche e i litigi. Ciò li portava a condurre la loro vita comunitaria in uno stato di permanente tensione. Questo succede quando c'è la tendenza ad essere scontenti di tutto, e a trovare sempre da ridire su quello che fanno o dicono gli altri. Come immediata conseguenza di una siffatta situazione, c'è l'assoluta impossibilità di recare una testimonianza efficace. Quelli che ascoltano il messaggio del Vangelo, si aspettano di vedere in noi dei cristiani coerenti ("irreprensibili, schietti e senza biasimo", v. 15). Se così non è, le nostre parole saranno state buttate al vento.

 

            La luce (15)

            Quando Gesù aveva detto ai discepoli "Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14), aveva fatto l'esempio della città posta sopra un monte, visibile da lontano. Paolo qui cita degli oggetti luminosi (i "luminari", spesso identificati con gli astri luminosi, le stelle; ma potrebbero essere anche delle fiaccole). Essere quindi "figli di Dio" non è soltanto un diritto, un privilegio (cfr Giovanni 1:12); è anche una grossa responsabilità (cfr Efesini 5:1 sg.). I “figli di Dio” si debbono comportare come “figli di luce” (Efesini 5:8).

            Un comportamento biasimevole impedisce alla luce della testimonianza di risplendere, mentre una condotta coerente nella chiesa e nella vita privata è come una "evangelizzazione permanente".

 

            Una "fatica inutile" (16)

            Notiamo la parola "faticato", alla fine del v.16. La fatica indica un lavoro compiuto con sforzo eccezionale, tale da far esaurire tutte le energie disponibili. Questo era il servizio cristiano di Paolo, e così dovrebbe essere l'impegno dei ministri del Signore. L’Apostolo usa anche un’altra immagine: nelle parole “non aver corso invano” si ravvisa la figura del corridore nello stadio (cfr 1 Corinzi 9:24) il quale, completata la sua corsa ed accortosi di non aver ottenuto la vittoria, si rammarica di essersi sforzato inutilmente.

            E' cosa triste quando l’impegno di un ministro di Dio resta senza risultati, come Paolo temeva capitasse nei riguardi dei Filippesi. Il Signore distribuisce ai suoi servitori dei doni appropriati per il progresso della chiesa. Ma può succedere a volte che gli ammonimenti dei ministri (conduttori o dottori) restino inascoltati; in tal caso le loro "fatiche" risulteranno "inutili" (cfr Ebrei 13:17).

            Voglia il Signore aiutarci a non rimanere indifferenti di fronte ai Suoi richiami.

 

            Una libazione offerta con gioia (17,18)

            Paolo passa qui ad un’altra immagine: quella dell’altare e del rito sacrificale. Altrove nell’epistola egli parla con ottimismo del rilascio e del ricongiungimento con i Filippesi (cfr 1:24-26; 2:24). Tuttavia la possibilità di un’esecuzione capitale è vividamente presente nella sua mente; e Paolo paragona il suo sangue versato a seguito di una morte cruenta alle libazioni (= versamenti di bevande) che venivano sparse sull’altare nei riti conclusivi dei sacrifici. Ciò che però va sottolineato è che questo pensiero si accompagna ad una gioia radiosa, basata sulla lieta accettazione della volontà di Dio per la sua vita. E Paolo invita i suoi lettori a condividere quella gioia nella sofferenza. In fondo, anch’essi hanno fatto un sacrificio, inviandogli dei doni e condividendo la sua afflizione (così va intesa l’espressione “sul sacrificio e sul servizio della vostra fede”).

            La traduzione letterale del v. 17 è “io gioisco e congioisco”. Il prefisso del verbo congioire è “sin”, che significa “insieme”, “con”. Come in altre lettere di Paolo, anche in quest’epistola il prefisso sin sta ad indicare l’esperienza unitaria. In 1:27 (combattendo insieme) indica l’importanza dell’unità all’interno della chiesa, via via che tutte le divisioni sono eliminate. In 1:7 (siete partecipi con me) indica lo stretto legame tra l’Apostolo e la chiesa. In 2:25 (mio compagno di lavoro), e 4:3 (hanno lottato insieme a me), indica i legami tra l’Apostolo e certe persone della chiesa. In 4:14 (a prender parte alla mia afflizione), indica che il legame tra i Filippesi e Paolo era reciproco.

 

            Elogi opportuni

            La sezione dal v.19 al v.30 contiene la valutazione di Paolo su due fratelli, Timoteo ed Epafrodito. Di Timoteo conosciamo molte altre cose, perché se ne parla spesso, negli Atti ed in altre epistole; di Epafrodito invece, tutto quello che possiamo sapere è contenuto in questa lettera ai Filippesi. Per entrambi la valutazione di Paolo è positiva, è una vera attestazione di stima e di affetto. E sarà certamente servita agli interessati come incoraggiamento, per proseguire il servizio con impegno e diligenza.

            Da questo abbiamo una lezione da imparare. Infatti spesso evitiamo di elogiare apertamente i nostri fratelli, adducendo motivazioni diverse ("Non dobbiamo glorificare l'uomo", oppure "Non lo lodiamo troppo, se no si inorgoglisce"). Ma forse è soltanto perché non riusciamo a liberarci del nostro egoismo, e non riusciamo a "stimare gli altri più di noi stessi" (cfr 2:3).

 

            Timoteo (19-24)

            Sappiamo che Timoteo era stato scelto da Paolo molti anni prima (Atti 16:1 sg.); era diventato un collaboratore dell’Apostolo e lo aveva seguito nell'attività missionaria (era presente quando il Vangelo fu predicato per la prima volta a Filippi). Qui ci viene detto che Timoteo aveva accompagnato Paolo nella prigionia. L’Apostolo afferma: "Non ho alcuno d'animo pari al suo (20)...perché tutti cercano il loro proprio...(21)". Timoteo quindi sapeva condividere il modo di vedere di Paolo, e non pensava al proprio interesse (non era egoista). L’Apostolo desiderava che Timoteo si recasse a Filippi per svolgere in vece sua un ministero pastorale, quanto mai necessario date le circostanze (20 b), e che poi ne potesse tornare con notizie incoraggianti (19 b).

 

            Epafrodito (25-30)

            Apparteneva alla chiesa di Filippi, e quei credenti l'avevano mandato a Paolo come latore di un dono (v.25, e 4:10, 14-18). Rimanendo presso l’Apostolo, si era ammalato gravemente, e Paolo desiderava che rientrasse, ora che si era ristabilito. Paolo parla in termini di sincero apprezzamento del suo impegno, del suo amore e della sua consacrazione (25, 27-30). Sa che i fratelli di Filippi si erano sinceramente preoccupati per la sua malattia, e ora vorrebbe che lo apprezzassero per il lavoro che potrà svolgere nella chiesa (“Abbiate stima di uomini cosiffatti", v. 29).

            Prestiamo orecchio all'esortazione che il Signore ci dà attraverso questo passo. Spesso siamo pronti a preoccuparci dei fratelli quando sono gravemente ammalati, o addirittura ne tessiamo gli elogi soltanto dopo morti. Ma è in vita che bisogna apprezzarli! Dobbiamo imparare a convivere con i nostri fratelli, elogiandone i lati positivi, rallegrandoci per la loro presenza, stimandoli per l’opera loro, ringraziando il Signore perché ce li ha dati come fratelli.

 

 

                                                                                            Davide Valente