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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 |
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EPISTOLA AI FILIPPESI - INTRODUZIONE 1. La chiesa di Filippi 1.1. Storia della città di Filippi Prima del 360 a.C. un piccolo
villaggio della Tracia sorgeva sul luogo della più moderna Filippi. La città fu
fondata e prese il nome da Filippo il Macedone, padre di Alessandro Magno, che
ne aveva individuato l’importanza strategica. Filippi cadde in mano ai Romani
dopo la battaglia di Pidna nel 160 a.C., ed in seguito divenne parte della
provincia romana di Macedonia. Nel 42 a.C. Antonio, dopo aver, insieme ad
Ottaviano, sconfitto Bruto e Cassio, gli uccisori di Cesare, sistemò a Filippi
alcuni dei suoi veterani in congedo, facendo della città una colonia. Poi nel 30 a.C. Ottaviano, dopo
aver a sua volta vinto Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio, mandò a
Filippi altri coloni dall’Italia,
onde disporre di maggior spazio in patria per sistemare i propri veterani. Una colonia romana (Atti 16:12) era come un pezzetto di Roma all’estero. La
lingua corrente era il latino; la legge romana regolava l’amministrazione
locale e le imposte; molti aspetti della vita pubblica erano uguali a quelli di
Roma; la maggior parte delle autorità locali aveva gli stessi titoli in uso
nella capitale. La profonda consapevolezza dei privilegi derivanti dalla cittadinanza
romana a Filippi traspare in Atti 16:20 ss, 35-39, e probabilmente si riflette
nell’Epistola ai Filippesi in 1:27 e 3:20. Nel primo secolo d.C. si poteva
considerare Filippi non solo come una colonia
romana, ma come la “città primaria della Macedonia” (Atti 16:12), benché la
capitale effettiva della provincia fosse Tessalonica. 1.2. La visita di Paolo e la nascita della chiesa (Leggere
Atti 15:36 - 16:40) 1.2.1. La ricerca del Macedone da soccorrere. Paolo probabilmente si rese conto
dell’importanza strategica della città quando si recò a Filippi, in occasione
del suo secondo viaggio missionario, e per la prima volta predicò l’evangelo in
Europa. Come è narrato in Atti 16:9 ss, Paolo vi andò (con Sila e Timoteo) in
seguito ad una visione avuta durante la notte : “un uomo macedone... gli stava
dinanzi e lo pregava: Passa in Macedonia
e soccorrici”. Era probabilmente l’estate dell’anno
50. Paolo era partito da Antiochia di Siria alcuni mesi prima per quello che
viene definito il suo secondo viaggio missionario. Gli è compagno d’opera Sila,
abbreviazione di Silvano (ricordiamoci che Paolo e Barnaba, compagni d’opera
nel primo viaggio missionario, si erano separati dopo un’aspra contesa). Lo
scopo di Paolo era di “tornare a visitare i fratelli in ogni città dove avevano
annunziato la parola del Signore, per vedere come stavano” (Atti 15:36). (La
missione comprendeva anche la trasmissione alle chiese delle decisioni prese
alla Conferenza di Gerusalemme). E’ a Listra che si unisce al piccolo
gruppo anche il giovane Timoteo. La predicazione si svolge senza
intoppi in Frigia e Galazia. Ma ecco che gli apostoli trovano sul loro percorso
alcuni ostacoli (16:6,7) che interpretano come segni della volontà divina.
Evidentemente, Paolo e i suoi compagni non avevano assolutamente previsto di
doversi recare a predicare in Europa. (Come abbiamo già detto, lo scopo del
viaggio era un altro). Ma il Signore, per maggior chiarezza, oltre agli
ostacoli, manda loro anche una visione.
Adesso tutto appare finalmente più chiaro, ed essi sono convinti (10) che è in Macedonia che Dio li chiamati ad
annunziare l’evangelo. E riconosciuta l’indicazione divina, si danno da fare
per partire subito per la nuova
destinazione. Gli apostoli partono dunque
dall’Asia e sbarcano in Macedonia. Luca, l’autore del libro degli Atti, è con
loro (10). Dove li vorrà condurre lo Spirito Santo? Il desiderio di obbedire a
Dio non frena certamente l’ansia profonda dei missionari. Lasciano la costa e
si dirigono verso la città principale della regione, Filippi, dove passano alcuni giorni (12), probabilmente in
attesa di un segno che non arriva. (Eppure lo Spirito aveva loro indicato che
c’erano dei Macedoni da soccorrere...). Alla fine decidono di rivolgersi, come
sempre avevano fatto nel passato, ai Giudei, che avevano un luogo di preghiera vicino al fiume. E la
prima ad accettare il messaggio fu Lidia , a cui il Signore aveva aperto il cuore (14). Lidia fu
dunque la prima pietra della Chiesa in Europa (ma in realtà era un’oriunda,
perché era nata a Tiatiri, nell’Asia...). Comunque, la fede degli apostoli era
stata premiata: ora infatti essi disponevano di una casa, che poteva servire
come base operativa; inoltre si era già formato un primo gruppo di credenti. Ed
allora gli apostoli, il sabato seguente, si recano nuovamente al fiume (16).
Chissà che il Signore non faccia trovar loro il famoso Macedone da
soccorrere... Non ci viene detto se la
predicazione di Paolo al luogo di preghiera presso il fiume abbia ottenuto
altri successi. Ma fu proprio durante uno dei percorsi dalla casa di Lidia al
fiume che accadde il fatto: una serva con lo spirito indovino si mette a seguire Paolo e gli altri apostoli
profferendo dichiarazioni (16,17). E’ interessante notare che questo
comportamento si protrasse per molti
giorni (18). Finalmente Paolo, annoiato,
decide di passare all’azione e, nel Nome di Gesù Cristo, libera la donna dal
demone. Ed ecco che allora la situazione cambia improvvisamente; l’immobilismo
dei giorni precedenti non è più ormai che un ricordo. Effettivamente il colpo
per il campo avversario (quello di Satana) è notevole, ed il nemico passa al
contrattacco. I padroni della serva si scatenano, e Paolo e Sila, accusati di
turbare l’ordine pubblico, sono trascinati davanti ai pretori, denudati, picchiati
e gettati in prigione tra i ceppi (22-24). Che può significare tutto questo?
Invece del segnale tanto atteso da Dio, forse sta maturando la più amara delle
sconfitte? 1.2.2. Finalmente arriva la risposta Ma il punto di vista degli apostoli
era diverso (25): a mezzanotte, chiusi nei ceppi nella parte più profonda della
prigione, Paolo e Sila pregano e cantano,
e i carcerati li ascoltano. Ce la figuriamo la scena? Quale pubblico Dio aveva
predisposto per quella seduta inaugurale della Prima Campagna di
Evangelizzazione in Europa! La risposta divina si palesa ad un tratto (26) con potenza meravigliosa. Ora, ecco, appare
chiaro chi era il macedone da soccorrere:
è proprio il carceriere della prigione che, essendo spiritualmente morto,
scampa anche alla morte fisica per ottenere, per grazia, la vita eterna
mediante la fede nel Signore Gesù Cristo (31). 1.2.3. La splendida notte di Filippi Gli apostoli, piagati e dolenti ma
liberi finalmente dai ceppi dopo il miracoloso terremoto, non indugiano un
istante ad annunziare l’evangelo al carceriere ed a tutti quelli di casa sua
(32). L’uditorio è attento e recepisce: evidentemente Dio li aveva preparati,
aveva loro aperto il cuore. Il
carceriere si rende conto che ha davanti a sé degli uomini stremati e dolenti
e, spinto dalla compassione, lava loro le piaghe. E Paolo e Sila lo battezzano,
lì e subito, con tutti i suoi, in armonia col comandamento di Cristo
(33). Siamo ancora nel cuore della notte , ma nessuno dimostra di aver sonno.
Viene apparecchiata la tavole e, nel corso della riunione conviviale (un’agape), la famiglia del carceriere
sperimenta per la prima volta le gioie della comunione fraterna. Così passano
le ultime ore che li separano ancora dall’alba, giubilando di un’allegrezza
ineffabile mai provata prima (perché
avevano creduto in Dio, v. 34). Il carceriere ed i suoi prigionieri sono
diventati ora fratelli in Cristo, fanno parte della stessa famiglia. 1.2.4. Chi parte e chi resta Le vicende del giorno seguente, col
via vai dei littori, l’imbarazzo e le scuse dei pretori, dimostrano come il
“braccio secolare” si trovi spesso coinvolto suo malgrado nella persecuzione
dei servitori di Dio, difendendo gli interessi di gente usa a dominare le
coscienze. D’altra parte, la liberazione e l’allontanamento degli apostoli da
Filippi doveva evidentemente già rientrare nei piani dei pretori: i padroni
della serva indovina ne sarebbero stati soddisfatti; i malcapitati stranieri,
dopo la dura lezione subita e la notte passata al fresco, non avrebbero
certamente più tentato di far ritorno in città. Ed anche ora che i pretori sono
costretti a porgere le loro scuse, la situazione, sostanzialmente, dal loro
punto di vista non cambia. Essi dicono, in fondo: “Scusateci per l’accaduto,
però andatevene subito e non procurateci altri guai”. Quello che però le autorità non
potevano sapere era che a Filippi la situazione non sarebbe mai più
ritornata quella di prima; perché a Filippi rimanevano delle persone pronte
a portare avanti l’opera di Dio, quell’opera
buona che Dio stesso aveva cominciato, e che avrebbe condotto a compimento fino al giorno di Cristo Gesù (Fil 1:6): a
Filippi era nata la chiesa! 1.3. Notizie sulla chiesa di Filippi fino all’anno 58 Le notizie che possediamo non sono
in realtà molto numerose. Possiamo presumere che per la testimonianza della
famiglia del carceriere e di Lidia si unissero ben presto alla chiesa locale
altri convertiti, e che tutti fossero molto ferventi. In Atti 20:1 si legge che Paolo,
durante il suo terzo viaggio missionario, trascorse qualche tempo in Macedonia,
e senza dubbio in quell’occasione fece una visita a Filippi. Poi, dopo un
soggiorno in Grecia, l’Apostolo fece ritorno in Macedonia, e Atti 20:6 ci fa
capire che Luca col suo gruppo si era fermato più a lungo di Paolo a Filippi; e
che ne era poi partito dopo la Pasqua dell’anno 58, per raggiungere il gruppo
di Paolo a Troas e rientrare poi insieme con lui a Gerusalemme in tempo per la
Pentecoste. 2. La Lettera ai Filippesi 2.1. Premessa Possiamo ricavare ulteriori e più
dettagliate notizie sulla chiesa di Filippi studiando la Lettera ai Filippesi. Che Paolo abbia scritto questa lettera dal carcere appare evidente
in 1:12-26 e in 2:17. La maggior parte degli studiosi collega l’Epistola ai
Filippesi a quelle ai Colossesi, a Filemone e agli Efesini che, come è noto
furono scritte a Roma durante la prigionia di cui è parlato in Atti 28.
Potremmo dunque datare la Lettera ai Filippesi intorno al 63 d.C., verso la
fine della cosiddetta prima prigionia
di Paolo. Se questo è il caso, erano dunque
passati circa tredici anni da quella
meravigliosa notte nel carcere di Filippi in cui, dopo il terremoto che aveva
liberato dai ceppi i missionari, il carceriere e la sua famiglia avevano
accettato il messaggio del Vangelo e giubilavano
perché avevano creduto in Dio (Atti 16:34). Nel corso di quegli anni la
chiesa era cresciuta, si era evoluta ed erano sorti dei problemi. Per
delinearne la natura, non ci resta che esaminare con attenzione la Lettera. 2.2. Gli “scopi ufficiali” della lettera La Lettera ai Filippesi, più di
molte altre di Paolo, ha carattere confidenziale, e di conseguenza non contiene
molti argomenti di carattere dottrinale. Dal suo contenuto possiamo rilevare
alcune delle ragioni che spinsero Paolo a scriverla: - a)
Paolo voleva ringraziare i credenti di Filippi dei doni che gli avevano
inviato (cfr 4:10,14-18); - b)
desiderava dar notizie della sua situazione e sollevarli dalla
preoccupazione che la sua prigionia potesse essere un impedimento al progresso
del vangelo (1:12-26); - c)
voleva avvertire i Filippesi del suo progetto di mandar loro Timoteo, e
di venire in seguito egli stesso (2:19-24); - d)
voleva spiegare il motivo per cui rimandava Epafròdito a Filippi, mentre
evidentemente essi glielo avevano inviato perché gli stesse vicino e
l’assistesse (2:25-30). 2.3. La situazione della chiesa come emerge dalla lettera Al di là degli “scopi ufficiali”
prima descritti, ed oltre agli scarni insegnamenti dottrinali, dalla lettura
attenta della Lettera ai Filippesi emerge in tutta evidenza la situazione della
chiesa locale. La chiesa di Filippi aveva una
struttura organica ben disposta: gli Anziani erano riconosciuti, e i Diaconi
attendevano al loro servizio (1:1). Inoltre, tutta la chiesa si prendeva cura
dell’evangelizzazione (1:5). Tuttavia Paolo aveva potuto constatare durante la
sua visita, e in seguito certamente ne aveva ricevuto conferma da Epafròdito,
che tra i credenti di Filippi si erano create delle forti divisioni. In questa
chiave vanno infatti lette le esortazioni che l’Apostolo porge affabilmente ai
fratelli che si stavano prendendo cura di lui: esse sono pertinenti a
situazioni specifiche, e gli inviti ad abbandonare il comportamento litigioso e
a rappacificassi sono diretti a persone citate a volte col loro nome, perché da
lui ben conosciute. 2.3.1. Divisioni, egoismo, orgoglio. Vediamo in dettaglio alcuni passi: -
1:27. “Conducetevi in modo degno del Vangelo di Cristo, affinché o che
io venga a vedervi o che sia assente, oda di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo assieme d’un medesimo animo per la fede del Vangelo”. (Combattendo
assieme è nel greco uno dei tanti verbi col prefisso “sin” = “assieme”, che
Paolo usa frequentemente). - 2:1-11. Spesso si dimentica che il famoso inno dei versetti 6-11 è citato da Paolo
per evidenziare ed esemplificare i concetti espressi nei versetti 1-5. Egli sa
che la chiesa di Filippi ha bisogno di una maggiore unità e di una più forte
comunione fraterna ; la sua ricetta quindi è umiltà, stima per gli altri, rinuncia alle posizioni egoistiche (spirito
di parte = egoismo, 2:3; cfr 1:17). L’orgoglio
(vanagloria, elevato concetto di sé) è contrapposto all’umiltà, alla capacità di poter considerare gli altri superiori
a noi stessi. (La parola greca tradotta con umiltà
significa letteralmente disponibilità a
stare in basso). L’insegnamento che Paolo vuol dare ai Filippesi è molto
chiaro: la base dell’unità è l’umiltà. -
4:1-3. Paolo è a conoscenza di
un particolare litigio che sta rovinando la testimonianza della comunità. Egli
si indirizza personalmente a due donne, Evodìa e Sintìche, e lo fa in modo che
nessuna delle due possa pensare che l’Apostolo ne stia prendendo le parti. Gesù
aveva detto: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli
uni gli altri” (Giovanni 13:35). Occorre coerenza fra ciò che si dice e ciò che
si fa. Che cosa importa che queste due donne abbiano lottato con Paolo per il Vangelo, se ora non vanno d’accordo? Solo la buona armonia fra i cristiani può
renderne efficace la testimonianza. Perché le due litiganti ritrovino
l’accordo, si rende però necessario l’intervento di una terza persona: il collega (probabilmente un Anziano della
chiesa) che Paolo chiama in causa e che forse si era tirato in disparte dopo
qualche tentativo andato a vuoto. 2.3.2. La perdita dell’allegrezza. Viene spesso detto che l’allegrezza è il grande tema della
Lettera ai Filippesi. Infatti per ben sedici volte viene usato questo
sostantivo o i relativi verbi essere
allegri, rallegrarsi. Sottolineiamo il fatto che Paolo esorta ripetutamente i suoi lettori a
rallegrarsi nel Signore (3:1; 4:4). Non è pensabile che Paolo parlasse senza un
valido motivo. (Quando noi rivolgiamo a
qualcuno frasi come “Su col morale”, non è che lo facciamo senza motivo; e se
ci imbattiamo in un tipo tutto pimpante e dal volto radioso non ci sentiamo
certo spinti a dirgli “Sta allegro!”).
Dunque, è certo che i Filippesi non manifestavano più la gioia (o
l’allegrezza) cristiana. E pensare che all’inizio, in quella notte meravigliosa
di tredici anni prima, il carceriere e la sua famiglia giubilavano perché avevano creduto in Dio! Possiamo anche pensare
che quell’atmosfera di gioiosa e fraterna armonia fosse durata a lungo in
quella chiesa. Infatti i credenti avevano riconosciuto i loro anziani, secondo
l’insegnamento apostolico; i diaconi erano all’opera; e tutti si erano
adoperati per testimoniare del Vangelo (1:1,5). E’ vero che i Filippesi continuavano
a nutrire un grande affetto per Paolo, soffrivano per la sua prigionia, lo
aiutavano con doni opportuni, e gli avevano addirittura mandato un loro
confratello, Epafròdito, perché lo accudisse di persona. Ma sta di fatto che
nell’anno 63 i credenti di Filippi non erano più felici: la primitiva
allegrezza la consideravano solo più un lontano ricordo. Possiamo tentare di riassumere le
cause di questa involuzione: - I
Filippesi non si comportavano più in modo degno del Vangelo (1:27); -
non operavano più assieme, non avevano più un medesimo spirito ed un
medesimo animo (1:27); - la
chiesa non era più unita, perché molti badavano a difendere le proprie
posizioni (2:2,3); -
ogni occasione era buona per mormorare e litigare (2:14); -
tale biasimevole comportamento impediva alla luce della testimonianza di
risplendere (2:15); -
molti non erano più in grado di discernere il bene dal male (1:9,10), e
il buon insegnamento dal cattivo (3:2); -
alcuni, ritenendosi perfetti, si erano inorgogliti (3:15); -
altri indulgevano a cose vergognose con un comportamento permissivo (avevano l’animo alle
cose della terra,
3:18,19); -
due ben note sorelle della chiesa, che nel passato avevano collaborato
con Paolo, avevano litigato tra loro, e la divergenza si
era ormai così radicalizzata che nessuno più se la sentiva di intervenire (4:2,3). In una siffatta situazione di
disfacimento spirituale, come poteva sussistere ancora l’allegrezza cristiana?
L’allegrezza è un frutto dello Spirito (Galati 5:22), proviene dalla
consapevolezza di aver creduto in Dio (Atti 16:34), e di esser diventati suoi
figli, insieme a tutti gli altri credenti (1 Giovanni 5:1). Da questa
consapevolezza di essere figli dello stesso Padre e quindi di appartenere alla
stessa famiglia dovrebbe derivare la solidarietà dei fratelli l’uno per
l’altro, cioè l’amor fraterno (Atti
2:46; 4.32). Amore e allegrezza sono
quindi strettamente collegati tra loro; non si può amare senza essere
contemporaneamente contenti, e viceversa. I Filippesi dunque avevano bisogno
di ritrovare l’allegrezza, ed insieme all’allegrezza l’amor fraterno. Dovevano
quindi smettere di litigare per ritrovare l’unità e la comunione; e per questo
dovevano rinunciare all’egoismo ed imparare la lezione dell’umiltà. E Paolo,
pensando alla loro situazione, non poteva certo sentirsi completamente felice. Dice infatti l’Apostolo: “Rendete perfetta la mia allegrezza avendo un
medesimo amore... e non fate nulla per vanagloria od egoismo, ma con umiltà,
ciascuno cominci a stimare gli altri più di se stesso” (2:2,3). Paolo è convinto che ciò si
realizzerà solo con l’aiuto di Dio Onnipotente: ”Ho questa fiducia: che Colui
che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento” (1:6). 2.4. Alcuni passi famosi della
Lettera ai Filippesi Alcuni passi sono assai noti e
spesso citati. Ne elenchiamo alcuni: La vita futura è migliore di
questa: “Per me il vivere è Cristo e il morire
guadagno” (1:21). “Ho il desiderio di partire e di essere
con Cristo, perché è molto meglio” (1:23). L’inno su Cristo e la sua umiliazione (5 strofe, 19 versi): “Egli
era come Dio ma
non conservò gelosamente il
suo essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto, diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro. Abbassò
se stesso, fu
obbediente fino alla morte, alla
morte di croce. Perciò
Dio lo ha innalzato sopra
tutte le cose e
gli ha dato il nome più grande. Perché
in onore di Gesù, in
cielo, in terra e sottoterra, ognuno
pieghi le ginocchia, e
per la gloria di Dio Padre, ogni
lingua proclami: Gesù
Cristo è il Signore!”. I nostri meriti personali non
valgono nulla per la salvezza: sono come spazzatura: “Ciò che per me era un guadagno, l’ho
considerato come un danno, a causa di Cristo...; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di
guadagnare Cristo...” (3:7,8). Dimenticare le cose che stanno
dietro e pensare a quelle che stanno davanti: “ Una cosa faccio: dimenticando le cose
che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la meta per ottenere il
premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (3:13,14). Il nostro corpo miserabile
diventerà un giorno come il corpo glorioso del Signore: “ Il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore,
trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il
potere che egli ha...” (3:21). Le cose da fare, in pratica,
nella vita cristiana: “Fratelli, tutte le cosa vere, tutte le
cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama,
quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri” (4:8). Riuscire ad essere di esempio per
gli altri: “Le cose che avete imparate, ricevute,
udite da me e viste in me, fatele” (4:9). Sapersi accontentare del poco: “Ho imparato ad accontentarmi dello stato
in cui mi trovo” (4:11). La beneficenza è gradita a Dio: “Ho ricevuto da Epafròdito quello che mi
avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio” (4:18). EPISTOLA AI FILIPPESI Note sul Cap 1:1-26 (Vengono talvolta ripetute
considerazioni già fatte nella parte introduttiva) Una lettera scritta ai “santi” (1-5) Come in tutte le lettere
dell'antichità, anche in questa l'indirizzo e i saluti si trovano all'inizio.
Se ne deduce che la lettera è stata inviata da Paolo e Timoteo alla chiesa
cristiana di Filippi, città principale della Macedonia, dove lo stesso Paolo
aveva annunziato il Vangelo durante il suo 2° viaggio missionario. Dopo
parecchi anni da quella prima predicazione, risulta ora essersi formata a
Filippi una comunità ben strutturata, con i riconosciuti ministeri dei vescovi
e dei diaconi. E' interessante rilevare che, rivolgendosi a tutti i credenti
della chiesa, Paolo li definisce i "santi in Cristo Gesù" (1).
Infatti ogni credente, essendo stato chiamato da Dio ed avendo risposto al Suo
appello, può considerarsi fin d’ora "santo" a tutti gli effetti, in
quanto questo termine significa "separato dalle cose profane e messo a
parte per Dio". Tuttavia teniamo presente che colui che è chiamato ad
essere di Dio (cioè "santo"), deve anche a sua volta "santificarsi
di più", donde le frequenti esortazioni "Siate santi, perché Io son
santo" (Le 11:44; 1 Pi 1:16), e " Chi è santo si santifichi
ancora" (Ap 22:11b). L'opera buona cominciata sarà
portata a compimento (6) In quella lontana e meravigliosa
notte dell'anno 58 a Filippi, dopo il
terremoto che aveva liberato i prigionieri dai ceppi, il carceriere e la sua
famiglia avevano accettato il messaggio del Vangelo, e Luca riferisce negli
"Atti" che tutti giubilavano perché avevano creduto in Dio (At 16:
34). Quello fu l'inizio dell’opera buona,
un inizio pieno di gioia e di entusiasmo. Sono passati parecchi anni da allora
(circa 13), e la chiesa di Filippi si trova adesso in un momento difficile,
afflitta da turbamenti e contrasti, per cui la gioia iniziale costituisce
soltanto più uno sbiadito ricordo. Si spiegano cosi i ripetuti appelli di Paolo
all'allegrezza cristiana. In effetti
quei credenti di Filippi, pur essendo ovviamente salvati, non riuscivano a
sperimentare più la "gioia della salvezza”. Così ora Paolo esprime la fiducia
che Dio, avendo cominciato in loro l'opera buona, li porterà avanti nella
pratica di una più completa vita cristiana, di cui l’allegrezza è parte
essenziale. I soggetti di preghiera di Paolo
per i Filippesi (7-11) Vi sono anzitutto dei
ringraziamenti. (Quante volte, pensando agli altri, riusciamo a ricordarne solo
i difetti!). Paolo è comunque vivamente preoccupato per i Filippesi: essi hanno
bisogno di maggiore, conoscenza e discernimento, per poter distinguere il bene
dal male e praticare la giustizia. (Non saper distinguere il bene dal male è un
difetto piuttosto comune: spesso, accecati dall'egoismo, siamo portati a
considerare "buoni” solo i nostri comportamenti o le nostre idee (cfr
2:3). Facciamo conto che questa Lettera ai Filippesi, chiaramente di carattere
confidenziale, sia stata scritta per noi). Le risposte di Dio (12) Le risposte di Dio sono spesso
imprevedibili. La stessa chiesa di Filippi era nata in circostanze inconsuete:
gli Apostoli che aspettavano il "Macedone da soccorrere”, non pensavano
certo che l'avrebbero trovato quella notte nel carcere. E così ora, i Filippesi
non sanno capacitarsi di come la dura prigionia di Paolo possa rientrare nei
piani di Dio e sia compatibile col progresso del Vangelo. E allora Paolo li
tranquillizza: nonostante le apparenze, la testimonianza prosegue, e con
risultati eccezionali. (In effetti le "prove" spesso hanno due facce,
e dovremmo imparare a vederle dal punto di vista di Dio). Dio non fa errori (13,14) Se Paolo non fosse stato in
prigione, non avrebbe potuto testimoniare direttamente alla guardia pretoriana
di Roma (13). Se poi Paolo si fosse recato a Roma "libero", per
visitare la chiesa locale, certamente lo avrebbero fatto parlare tutto il
tempo, e gli altri se ne sarebbero stati inattivi ad ascoltare. Ma ora invece,
essendo Paolo in prigione, i fratelli di Roma, incoraggiati dal suo esempio, e
messa da parte la paura, si danno essi stessi alla predicazione (14). I "motivi" della
predicazione. (15-18) I versetti 15-18 meritano attenta
considerazione. (Dobbiamo imparare a distinguere i fatti in se stessi dalle
loro conseguenze). Pur non potendo conoscere con esattezza l'accaduto, dobbiamo
arguire che alcuni si fossero messi a predicare il Vangelo per invidia e per
fare dispetto a Paolo. E l’Apostolo non può fare a meno di constatare con
grande amarezza quanto sta accadendo. Dice Paolo: “Alcuni, è vero, predicano
Cristo solo per gelosia e in polemica con me (l5);...e spinti da invidia...
pensano di aggravare le mie sofferenze ora che sono in prigione" (l7).
(Non si reca certo onore a Dio quando si compiono delle opere o si predica in
aperta concorrenza e in polemica con altre correnti cristiane). Attenzione però: Paolo non si ferma
qui! Egli non perde di vista che, "comunque sia", Cristo è
annunciato! (18). “Che importa? - dice l'Apostolo - Cristo è annunciato, e
di questo sono contento e continuerò ad esserlo!". Sono parole
eccezionali, pronunciate da un prigioniero sofferente, e perseguitato dai suoi
stessi "fratelli". (Dio si serve a volte di metodi a noi
incomprensibili per far avanzare il Vangelo. Dovremmo chiedere al Signore di
aiutarci a considerare l'opera Sua sotto un'angolazione diversa). Le due possibilità (19-24) La prigionia di Paolo doveva essere,
al momento della stesura di questa lettera, estremamente dura. Inoltre, egli
intravedeva sempre più vicina quella che normalmente si suol definire una
"soluzione infausta", la morte (cfr 2:17). E' allora di grande
interesse vedere come Paolo reagisce di fronte a questa prospettiva. Egli
dichiara che “è combattuto da due desideri” ("Io sono stretto da due
lati”, v. 23). In effetti, Paolo non ha alcun timore della morte. Anzi, sa che
il "partire”, cioè il lasciare questo mondo con le sue sofferenze per
andare ad abitare con Cristo, sarebbe per lui "cosa di gran lunga
migliore" (23). Ma Paolo è anche ben conscio che la sua vita è stata posta
al servizio del Signore ("Per me vivere è Cristo", v. 21a). Quindi,
se il Signore decide di lasciarlo ancora in vita, egli accetta questa soluzione
di buon grado, rendendosi conto che sarebbe certamente più utile agli altri da
vivo che da morto. Non è dunque un "peccato"
desiderare di morire per andare ad "abitare col Signore”. La morte
dovrebbe essere per il credente sempre un “guadagno" (21b). Ma questo
desiderio non deve per nulla assomigliare ad un tentativo di fuga. Se infatti
il Signore ci lascia ancora in questo mondo, cerchiamo di chiedercene il
perché. Forse scopriremo che vuole ancora servirsi di noi in qualche modo, e
impareremo così a non sprecare il nostro tempo dedicandolo solo a noi stessi. Come si può onorare il Signore (25,26) Paolo sapeva che, se avesse dovuto
passare per i1 martirio, sarebbe comunque stato in grado di “magnificare
Cristo", perché gli avrebbe reso testimonianza con una morte serena e
dignitosa. Ma è paradossalmente più difficile
riuscire a “'magnificare Cristo" nella propria vita di ogni giorno. Non
bisognerebbe mai vergognarsi di parlare del Signore (20). Ci si dovrebbe tutti
i giorni chiedere se gli siamo stati fedeli nel servizio che ci ha affidato
(22), e se siamo riusciti ad esser utili per qualcuno (24). La nostra attività
per i fratelli non dovrebbe poi solo consistere nel portare un aiuto generico,
ma dovrebbe essere orientata a sollevarli dalla tristezza e dall'angoscia per
riportarli all'allegrezza spirituale, alla "gioia della fede" (25).
Ed avremo raggiunto il massimo quando gli altri non solo si dimostreranno
contenti del nostro aiuto, ma si potranno addirittura "vantare” di averci
assieme con loro come fratelli in Cristo (26), e ringrazieranno il Signore per
questo.
Davide Valente |