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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 |
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LA
LETTERA A FILEMONE Perché Paolo scriveva Paolo usò della parola viva, come forse nessun altro apostolo. Luca negli Atti lo
rappresenta come un instancabile predicatore nelle sinagoghe giudaiche, nelle
assemblee cristiane, davanti ai dotti dell'Areopago, in presenza delle autorità
romane e perfino davanti ai re, come Erode Agrippa. Prima di dare il seguente
consiglio al discepolo Timoteo (2 Timoteo 4:2), l'aveva praticato bene egli
stesso e continuò a praticarlo, pur trovandosi in carcere: Predica la Parola [di Dio], insisti in ogni occasione favorevole e
sfavorevole; convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e
pazienza. In lui era intima la persuasione d'aver il compito di diffondere
il Vangelo, perché la predicazione è condizione indispensabile per portare gli
uomini alla salvezza: Non posso vantarmi
se annunzio la Parola del Signore. Non posso farne a meno, e guai a me se non
annunzio Cristo. (1 Corinzi 9: 16). Era tanto il suo ardore di predicare il
Vangelo, o di esortare e convincere i credenti, che quando si trovò impedito a
farlo con la parola parlata, non esitò a ricorrere alla parola scritta. Di qui
le lettere che inviò ad alcune comunità cristiane, o ad alcuni servitori, già suoi discepoli, come
Timoteo e Tito, o ad amici, da lui portati al Signore, come a Filemone. E’ ben noto che non tutte le lettere
scritte da Paolo ci sono pervenute. Sappiamo, per esempio, che ai Corinzi ne
scrisse tre, mentre ce ne sono rimaste solo due. La raccolta che è entrata fin
da principio fra i libri ispirati del Nuovo
Testamento ne comprende tredici (o quattordici, se consideriamo di Paolo
anche quella agli Ebrei). Alcune sono lunghe (Romani, Corinzi), altre sono più
brevi, come quelle ai credenti di Tessalonica e a quelli di Filippi; una poi è
tanto breve che si potrebbe chiamare addirittura una cartolina: è appunto
quella a Filemone, di cui dobbiamo parlare. Tutte queste lettere ora fanno
parte della Scrittura, la rivelazione
di Dio, e faremmo bene a leggerle come se l’Apostolo le avesse scritte anche
per noi. La fuga dello schiavo Onesimo Per un proficuo studio della lettera
a Filemone sarà assai utile un’introduzione, che qui andiamo ad esporre in
forma narrativa. Nell'Asia Minore, e precisamente nella
città di Colosse viveva una famiglia benestante, composta di due sposi, Filemone
e Appia, e d'un figlio, Archippo. Come tutte le famiglie ricche, possedeva un
certo numero di schiavi, i quali generalmente erano povere creature anche dal
punto di vista morale: ladri, ubriaconi, falsari, ecc. Uno di questi schiavi
aveva nome Onesimo, parola che in
greco significa Utile e che veniva
usata per indicare appunto gli schiavi, comperati e venduti solo in vista della
loro utilità. Costui dunque un bel giorno ne fece una grossa: rubò, pare, una
grossa somma al suo padrone e prese il largo. Secondo il costume dell’epoca, in
simili casi, gli schiavi erano puniti con le verghe o con la morte. Onesimo si recò sulla costa e lì attese
una nave che lo portasse dove poteva starsene nascosto. Secondo il proverbio
che dice che la massima città è la massima
solitudine, il posto classico per nascondersi allora era Roma. Giuntovi, il
fuggitivo spese quel poco o molto che gli restava del denaro rubato e, dopo un
certo tempo, finì con incappare nell'autorità che, forse per altri delitti, lo
mise in carcere. E in carcere, certamente per azione della Provvidenza divina,
s’imbatté con l'Apostolo Paolo. (Sappiamo che Paolo visse due volte a
Roma come prigioniero. La prima è quella di cui parla l'ultimo capitolo degli
Atti. Costretto ad appellarsi a Cesare, per sfuggire alle insidie dei Giudei,
era stato trasferito da Gerusalemme a Cesarea e da Cesarea, a spese dell’impero
e con una scorta, per nave fino a Pozzuoli, vicino a Napoli; poi, lungo la via
Appia Antica, fino a Roma. Qui, in un locale, preso in affitto, sorvegliato
però sempre da un soldato (custodia militare), per due anni Paolo attese che si
facesse il processo presso Nerone. Costui però aveva altro da pensare che a
quel piccolo ebreuccio, e probabilmente il processo non ebbe luogo. Così
l'Apostolo fu liberato, dopo quei due anni dei quali parlano gli Atti, che
s'interrompono precisamente con questo accenno. Quando poi Paolo tornò a Roma
per la seconda volta, vi subì il martirio, ma questo non è raccontato nel Nuovo
Testamento). Paolo in quella prima prigionia aveva dunque una certa libertà di movimenti, perché
sappiamo dagli Atti che ebrei e cristiani l'andavano a trovare per discutere
con lui. Però siamo costretti ad ipotizzare che in quei due anni l'ApostoIo dovette
subire qualche periodo di più rigorosa prigionia, in locali vicino al pretorio
che era attiguo al palazzo di Nerone. Forse in uno di questi periodi conobbe lo
schiavo Onesimo, che gli parlò della sua fuga, del furto, e gli riferì il nome
della città, Colosse, e il nome del suo padrone, Filemone. Pensiamo ora alla
meraviglia del povero schiavo, quando s'accorse che quell'ebreo, compagno di
prigione, conosceva il suo padrone! (E’ noto che Paolo non fu mai a Colosse,
quindi dobbiamo pensare che avesse conosciuto Filemone ad Efeso, dove gli
abitanti dell'interno si recavano frequentemente per commercio. Sappiamo che
Paolo dimorò tre anni in Efeso e che vi ottenne tali e tante conversioni da
mettere in crisi l'industria dei fabbricanti di statuette rappresentanti Diana,
la grande patrona del tempio e della città. Toccati nel soldo, quei fabbricanti
organizzarono un comizio contro Paolo, a cui per fortuna egli non prese
parte - l’avrebbero forse linciato
- e che fu poi sciolto per
ordine dell'autorità. Fra i convertiti per la predicazione di Paolo in quel
soggiorno efesino, bisogna dunque mettere Filemone con la moglie Appia e con il
figlio Archippo). Il colloquio tra Paolo e Onesimo Ritorniamo a Roma e immaginiamoci il
dialogo di Paolo con lo schiavo scappato. - Il tuo nome significa utile - dice Paolo. - Io però non fui utile al mio padrone -
risponde Onesimo. - Perché? - Perché lo derubai e poi fuggii. - Poveretto... Fosti cattivo e m'ispiri
molto affetto, perché forse hai operato per ignoranza, come feci io, quando
combattevo contro Colui che ora è tutto il mio amore... - Chi è? - Cristo. - Il nome non mi è nuovo. Mi pare d'averlo
udito ripetere in casa del mio padrone a Colosse. - Colosse? - Sì. Perché tale meraviglia? Ci sei stato? - No; ma ho là dei buoni amici, Filemone,
Appia, Archippo... Diventi pallido? Taci? Perché? - Perché quelli erano i miei padroni... Potremmo continuare con un pizzico di
fantasia questo dialogo, che comunque più o meno dovette svolgersi cosi. Di parola
in parola, nel povero cuore di Onesimo maturò il senso di colpa, seguito dal
pentimento, e poi dalla fede in Gesù, che lo avrebbe perdonato e salvato. In
seguito, quando Paolo lo battezzò, Onesimo da schiavo prigioniero e colpevole
si sentì come un fratello
dell’Apostolo, che prese a considerarlo come suo figlio spirituale amatissimo! L’occasione della lettera a Filemone Uno spiraglio delle successive conversazioni
tra Paolo e Onesimo ci è stato conservato, e lo possiamo dedurre dalla lettera
a Filemone. (A questo punto bisogna ancora supporre
che Onesimo avesse scontato la pena, altrimenti egli non avrebbe potuto
lasciare Roma). - Onesimo, ora che sei libero tu devi ritornare
a Colosse - dice Paolo. - Io ritornare dal mio padrone? Mi
punirà - risponde Onesimo. - No, Onesimo: egli è un vero cristiano,
come ora sei tu. Egli ti perdonerà come ti ha perdonato Dio e ti riceverà come
un fratello. Lascia fare a me. Egli mi fece dire che desiderava venire a Roma
per aiutarmi nella mia prigionia... - Ma caro Paolo, ci resto io per lui... - Sarebbe un'idea buona, ma non posso
accettare questo servizio, senza il suo consenso. Va dal tuo padrone e se egli
poi vorrà rimandarti a me, ritorna pure e sarà per me un conforto. - Ma sei sicuro che mi perdonerà? Il furto
fu grosso, tu lo sai... - Lascia fare a me. Ti farò una... cambiale, con cui il debito tuo passerà
a mio carico... Del resto, Filemone mi è debitore, ma altro che di denari... - Hai ragione, Paolo. Perdona se ho
dubitato: sono giovane nella fede, e mi riesce assai difficile pensare da uomo
libero, io che fui per tanti anni schiavo di Satana, del peccato, e anche dei
miei padroni... - Prima che essi diventassero cristiani.
Dopo la tua fuga, essi si convertirono per la misericordia di Dio, che parlò
loro per la mia povera voce, e ora sono servi di Cristo e quindi ancor più
liberi di quando erano liberi; liberi come te, che da schiavo del peccato ti
sei fatto schiavo di Cristo e quindi libero... - O Paolo, mio padre dolcissimo... - Onesimo, mio figlio carissimo... A questo punto viene chiamato lo scriba,
e Paolo detta la lettera a Filemone, alla
presenza di Onesimo. Possiamo immaginarci il volto di quest’ultimo, man mano
che le parole uscivano dalla bocca dell'apostolo e si fissavano sul papiro. Il testo della lettera Leggiamo ora insieme la lettera, non più
supponendo, ma con la più ferma certezza d'udire la voce dell’Apostolo, che
rendiamo dal testo originale greco, chiarendo con parentesi quadre certi rapidi
passaggi, tanto caratteristici dello stile unico di Paolo. Paolo,
prigioniero [per amore e servizio del Vangelo] di Cristo Gesù, e il fratello
Timoteo, [scriviamo] al caro Filemone, nostro collaboratore [nell'opera del vangelo]
e ad Appia, [nostra] sorella [nel lavoro per la fede] e ad Archippo, nostro
compagno [nel santo combattimento per le anime] e all'assemblea dei fedeli che
si riunisce in casa tua [o Filemone]. [Auguro] grazia a voi e pace da [parte
di] Dio [che è] nostro Padre e da [parte di] Gesù Cristo [che è nostro]
Signore. Io
ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere,
perché sento parlare dell’amore e della fede che hai verso il Signore Gesù, e [che pratichi a vantaggio] di tutti i
cristiani. Chiedo a Lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti
riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo. Infatti
ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera
tua, fratello, il cuore dei santi [e in particolare il mio] è stato confortato. Per tutte
queste ragioni io, Paolo, semplicemente [così come sono], vecchio e per ora
anche prigioniero [per amore] di Cristo Gesù, preferisco pregare te in nome
dell’amore, anziché comandarti in nome di quella piena libertà che mi viene
dalla fede in Cristo. E ti prego [non per me ma] per un mio figlio che ho
generato [alla fede], mentre ero in catene: [costui è] Onesimo [che tu ben
conosci, purtroppo!]. Egli, [che secondo il suo nome avrebbe dovuto esserti
utile] fu [invece] molto disutile per te, ma ora è Utile [assai] per te e per
me. Te lo rimando dunque, [io] che [lo] amo, come [se ti rimandassi] il mio
cuore [e tu ricevilo come se ricevessi il mio cuore]. Veramente pensavo di
trattenerlo presso di me, affinché mi assistesse in nome tuo, ora che sono in
prigione a motivo del Vangelo; ma non ho osato farlo senza il tuo consenso,
perché desidero che il tuo eventuale beneficio sia spontaneo e non già forzato.
Egli forse si allontanò da te per un breve tempo, affinché tu lo riacquistassi
per l'eternità, e non già come si riacquista uno schiavo, ma come si riacquista
qualche cosa di più che un servo, cioè come si riabbraccia un fratello, che è carissimo
a me e tanto più deve essere caro a te, sia come uomo, sia come credente. Dunque,
se tu consideri me come unito a te nella fede, accogli [Onesimo] come accoglieresti
me stesso. Se poi [ritieni che] egli ti ha offeso o è debitore verso di te di
qualche cosa, metti tutto a mio conto! A questo punto, Paolo prende lo stilo
dello scriba e, forse con malcelato sorriso, scrive a lettere grosse: Io,
Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io! Poi restituisce lo stilo e continua a
dettare. Ma che
pagherò! Dovrei dirti invece che tu sei debitore a me, e non debitore di
danaro, ma debitore addirittura di te stesso! [Fuor di metafora] o fratello,
fa' in modo che da te io colga questo soavissimo frutto nel Signore: consola il
mio cuore in Cristo [cioè accogli e perdona Onesimo]. Come
vedi, ti scrivo con la piena fiducia che tu mi obbedirai, convinto anzi che
farai ancor più di quello che ti domando. A
proposito, tieni preparata per me la tua casa, perché spero che le vostre preghiere
mi ottengano la grazia di rimandarvi a voi. Ti saluta
Epafra, mio compagno di prigionia [per l'amore] in Cristo Gesù; ti salutano
Marco, Aristarco, Dema e Luca, [che sono] miei collaboratori [nel servizio per
il Signore]. La grazia
del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito vostro. Figuriamoci ora Onesimo che si getta al
collo dell’apostolo e poi parte per l'Asia, con un certo Tichico che con la
lettera ai fedeli di Colosse e la circolare a noi nota come lettera agli
Efesini, portava anche questo gioiello tra i gioielli paolini: la lettera a
Filemone! Onesimo, un simbolo per noi Il fatto
di questo schiavo che fugge cattivo e ritorna buono può rappresentare anche un
simbolo, pur essendo un fatto storicissimo. Tutti noi eravamo degli Onesimi, cioè disutili e fuggitivi da
Dio; tutti noi siamo andati viaggiando lontani da Lui, finché ci siamo
imbattuti in Cristo Salvatore e Signore, annunziatoci per mezzo di qualche suo
fedele servitore. Fu allora che il nostro cuore cambiò e ci ritrovammo riconciliati
con Dio Padre, al quale siamo ritornati con una divina raccomandazione: quella
di essere considerati come il cuore (il frutto del suo tormento, Isaia 53:11)
del Redentore, che si era accollato il nostro debito . La lettera a Filemone, un capolavoro Questa splendida lettera è rivelatrice
della ricca e complessa personalità di Paolo: severo come un padre, tenero come
una madre, con una simpatica vena di umorismo. Molti studiosi hanno levato cori
di lodi verso questo capolavoro. Lutero: questa
lettera è un perfetto ed amabile
modello dell’amor cristiano. Calvino: è
un quadro vivente di gentilezza. La lettera a Filemone e il problema della schiavitù Vogliamo infine parlare di questa lettera
come documento del duplice metodo che adoperò la chiesa primitiva di fronte
alla schiavitù. Agli schiavi, diventati cristiani, veniva imposto l'obbligo di
rendere fedele servizio ai padroni, anche se cattivi, con la chiara preoccupazione
di separare l’insegnamento pratico da ogni forma di rivoluzione sociale, a base
di ribellioni, di uccisioni e di sommosse (alla maniera di Spartaco!). Ma contemporaneamente, ai padroni si
proclamava senza timore la grande verità dell'universale fraternità cristiana,
mediante la quale veniva a morire di diritto e di fatto ogni forma di
schiavitù. I padroni cristiani, come Filemone, dovevano vedere negli schiavi convertiti
altrettanti fratelli, degni di tenero amore. Con rammarico dobbiamo constatare però
che quest’ultima lezione non fu affatto compresa nel corso dei secoli, sia in
campo cattolico che protestante. Basti ricordare per tutti il tristissimo e
scandaloso comportamento dei proprietari terrieri nordamericani, sedicenti
cristiani, verso gli schiavi negri convertiti, con tutto il seguito di
sofferenze di questi ultimi, ben documentato dagli spiritual, che tuttora ci fanno fremere di sdegno. Potremmo concludere: Si fa presto a dire
di essere cristiani !
Davide Valente, novembre 96 |