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LA CONVERSIONE E L’INIZIO DELLA
CARRIERA DI PAOLO (Atti 9:1-31) La strada per Damasco La conversione di Saulo sulla via di Damasco (Atti 9:1-22) fu un
evento cruciale nella vita del futuro Apostolo
dei Gentili, ma anche punto di svolta di tutta la storia della diffusione
del Cristianesimo nel mondo. Saulo era dunque un giovane fariseo,
nativo di Tarso in Cilicia. La Cilicia era una regione montuosa
del sud-est dell’Anatolia, ai piedi della catena del Tauro. Le colline
ospitavano vasti allevamenti di capre, che fornivano pelli e pelo rigido atti a
confezionare indumenti e tende. Lo stesso Saulo aveva imparato il mestiere di
fabbricante di tende. Da Cilicia
deriva la parola italiana cilicio
(tramite il latino cilix), che indica
un indumento rigido confezionato con lana di capra. Quando Saulo era arrivato a
Gerusalemme per studiare ai piedi del rabbino Gamaliele (At 22:3), forse
non era passato molto tempo dalla crocifissione di Gesù, avvenuta nell’anno 30.
Non sembra che Saulo prestasse all’inizio soverchia attenzione alla predicazione
dei discepoli del Cristo, salvo poi sentirsi portato a seguire le indicazioni
del Sinedrio, quando questo decise di stroncare con la forza il Cristianesimo
nascente (il testo di Atti 8:1 precisa infatti che il giovane Saulo era
completamente d’accordo con gli uccisori di Stefano). Sempre più immerso
nell’azione repressiva, lo vediamo poi “devastare la chiesa”, trascinandone in
prigione i membri (8:3), ed infine proporsi presso il Sinedrio per un’azione
persecutoria nella lontana Damasco, dove alcuni membri della sinagoga locale si
diceva stessero seguendo la nuova dottrina (9:1,2). Correva allora l’anno 36. Damasco distava da Gerusalemme circa
240 km. Si trattava quindi di effettuare un viaggio di alcuni giorni, che Paolo
(da ora in poi lo chiameremo anche così, anche se questo nome viene usato solo
a partire da Atti 13:9) fece con una scorta armata. In generale, il tracciato delle
strade antiche della Palestina-Siria è noto. Tuttavia le strade romane che ci
sono familiari, col loro tipico basolato di lastroni poligonali, compaiono solo
nel 2° secolo, con l’eccezione forse della strada costiera che collegava
Antiochia a Tolemaide (Acco). E’ vero che Flavio Giuseppe parla di corrieri
dell’esercito romano che percorrevano le strade della Palestina all’epoca della
prima rivolta giudaica (66-70), ma dobbiamo presumere che esse fossero in linea
di massima mal tenute, e praticabili soltanto per una parte dell’anno. La rete stradale romana, nel periodo del massimo sviluppo
dell’impero, si estese per decine di migliaia di chilometri. Quando le strade
lo consentivano, si poteva viaggiare su carri a quattro ruote, trainati da buoi
o cavalli (così viaggiava il ministro
etiope, Atti 8:28). Alcuni carri erano anche attrezzati per trascorrervi la
notte (carruca dormitoria, vere carrozze
letto!). Tuttavia non fu certo questo il caso di Paolo, che compì la maggior
parte dei suoi percorsi terrestri a piedi o a dorso d’asino. Riprendendo il racconto sulle
vicende di Paolo, leggiamo che venne fulminato da una visione celeste in
prossimità di Damasco (v. 3) e, caduto a terra, sentì la voce di Gesù dal cielo
che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Negli Atti il racconto di questo
episodio è riferito altre due volte: quando Paolo parlò ai Giudei dopo il suo
arresto a Gerusalemme (Atti 22:6-10), nell’anno 57; e poi quando Paolo lo
illustrò al re Agrippa durante la sua prigionia a Cesarea (Atti 26:12-18),
nell’anno 59. E’ interessante osservare che
nell’ultimo resoconto è completata la frase di Gesù con quest’aggiunta: “Ti è
duro ricalcitrare contro il pungolo!” (Atti: 26: 14b). La traduzione TILC usa una parafrasi
per spiegare il significato di queste parole che sono legate ad un’immagine dei
lavori agricoli: “Perché ti rivolti come
fa un animale quando il suo padrone lo pungola?”. Veniamo così a sapere che la conversione
di Paolo non fu un fatto improvviso, perché che lo Spirito Santo lo stava pungolando
già da parecchio tempo. Riportiamo in sinossi i tre passi col dialogo fra Gesù e Paolo:
Come si vede, il terzo resoconto
contiene anche un chiaro riferimento alla missione che il Signore avrebbe
affidato a Saulo, facendone l’Apostolo
dei Gentili. L’apparizione sulla Via di Damasco
segnò per sempre la vita di Paolo. Egli in seguito conterà gli anni partendo da
quell’episodio (cfr. Ga 1:18; 2:1), e lo ricorderà come una delle apparizioni
del Risorto, simile alle altre che Gesù aveva operato prima dell’Ascensione
(cfr. 1 Co 15:8,9). L’incontro con il discepolo
Anania a Damasco Quando Saulo si risollevò da terra, si
accorse di essere diventato cieco. Venne allora condotto dai suoi compagni
nella città di Damasco, dove si incontrò con un discepolo di nome Anania,
ricuperò la vista, fu da lui battezzato e ricevette lo Spirito Santo. E’ interessante notare la
rivelazione che ricevette Anania dal Signore sulla missione futura di Paolo. Disse
Gesù ad Anania: “Va’ [cioè, non aver
paura], perché egli [Paolo] è uno strumento
che ho scelto per portare il mio
nome davanti ai popoli [cioè i Gentili] (v. 15). (N. RIV.). La versione Diodati recava: “Va, perciocché
costui mi è un vaso eletto, da
portare il mio nome ecc.” Paolo stesso si convinse in seguito
che il Signore lo aveva predestinato
per quella missione speciale ed unica: “Io ero particolarmente zelante nelle
tradizioni dei miei padri. Ma Dio che mi aveva prescelto fin dal seno di mia
madre e mi ha chiamato mediante
la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo
annunziassi fra gli stranieri” (Ga 1:14,15). La predicazione a Damasco Paolo però non cominciò a predicare
ai Gentili che dopo alcuni anni dalla sua conversione (ciò avvenne circa nell’anno
40, ad Antiochia). Dapprima egli si rivolse soltanto ai Giudei. Il v. 20 dice
che a Damasco egli si mise subito a
predicare nelle sinagoghe che Gesù è il
Cristo. Non ebbe bisogno di essere istruito da nessuno, poiché già conosceva
a fondo gli argomenti di quel cristianesimo che voleva distruggere (aveva
infatti ascoltato con attenzione il discorso di Stefano!). Ma presto da
persecutore diventò perseguitato; e per scampare alla morte fu costretto a
farsi calare in una cesta fuori dal muro di cinta della città, le cui porte erano
tutte attentamente sorvegliate (9:25). Cfr. 2 Co 11:32,33). Ben poco è rimasto della Damasco del
1° secolo, salvo la Via detta Diritta (9:11), che taglia la città da
est a ovest e conserva ancora notevoli resti del doppio colonnato che la
fiancheggiava. Però esiste ancora una casa a sbalzo sui bastioni (di epoca
assai posteriore all’episodio narrato) che viene mostrata ai visitatori per far
capire in che modo Paolo poté essere calato fuori delle mura e fuggire dalla
città. Dal racconto di Atti apprendiamo che
la fuga di Paolo nella cesta avvenne “dopo molti giorni” dalla sua prima
predicazione a Damasco. In effetti, come riferirà lui stesso ai Galati
(1:16,17), Paolo aveva lasciato Damasco una prima volta di sua libera
iniziativa, per andare a trascorrere un periodo di riflessione in Arabia. Probabilmente
Paolo aveva bisogno di pensare a tutta quanta la sua posizione alla luce della rivelazione
che aveva ricevuto. La cosa più straordinaria era che cominciava a rendersi
conto che Dio lo aveva scelto fin dal seno
di sua madre, per essere uno strumento per portare il Vangelo fino alle estremità
del mondo. Era veramente il caso di fermarsi un po’ di tempo a riflettere! E
per farlo, non gli erano necessari i consigli di qualcuno, ma la quiete: “Non
mi consigliai con nessun uomo”(N.RIV.); “non mi consigliai con carne e sangue” (RIV.), (Ga 1:16b). Forse gli saranno tornate in mente
le parole del suo maestro Gamaliele (anche lui un discepolo occulto?), quando cercò di mettere in guardia il Sinedrio
dal perseguitare i discepoli di Cristo: “Tenetevi lontani da questi uomini,
perché se questo disegno o quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è
da Dio, voi non potrete distruggerli, se non volete trovarvi a combattere anche
contro Dio”. (E’ il Consiglio di Gamaliele,
Atti 5:33-42). Ed infatti questa era stata la personale
esperienza di Paolo: si era messo a combattere contro Dio, ed era stato fermato. Dobbiamo fare attenzione al nome Arabia. Esso non indica la penisola che
oggi conosciamo come tale. Piuttosto, designava una parte della regione dei Nabatei, che comprendeva anche la città
di Damasco, e che era sottoposta al governo del re Areta IV, come vedremo fra
poco. (Quindi, col termine Arabia, potrebbe
essere stato indicato anche solo un sito solitario nelle vicinanze di Damasco.
Tuttavia, non si può escludere che Paolo abbia trascorso quel periodo di meditazione
anche più lontano, forse addirittura nella capitale Petra!). Poi, passato un certo tempo (qualche
mese o forse anche un paio d’anni), ecco che Paolo fa ritorno a Damasco per
riprendere la sua ardente predicazione, ma questa volta i Giudei della città
sanno guadagnare dalla loro parte il favore del governatore (gr. etnarca) del re Areta per farlo
uccidere. Ed è a questo punto che va collocata la fuga nella cesta. Il
riferimento al governatore del re Areta si trova in 2 Corinzi 11:32,33, dove
Paolo racconta lo stesso episodio di Atti 9:25 con qualche dettaglio in più. L’analisi comparata dei passi di Atti, Galati e 2 Corinzi ci
permette così di ricostruire il soggiorno di Paolo a Damasco , collocandolo nel
contesto storico che oggi ci è noto attraverso le fonti letterarie e le ricerche
archeologiche. Sappiamo infatti che il re Areta IV aveva governato la patria
dei Nabatei, che si estendeva dal Mar Rosso all’Eufrate, dal 9 a.C. al 40 d.C. (Areta
IV aveva meritato il bel soprannome greco di Filodemo, cioè “colui che ama il suo popolo”. La capitale del regno dei Nabatei
era Petra (chiamata Requem da Flavio
Giuseppe), la splendida “perla rosa” del deserto, che così tanto oggi affascina
i visitatori. Areta IV era anche quello che aveva dato in sposa una figlia a
Erode Antipa, che poi la ripudiò per prendersi Erodiada, la moglie di un suo
fratellastro. Siccome Areta regnò fino al 40, la fuga di Paolo da Damasco va
dunque collocata prima del 40. Molti studiosi ritengono che essa ebbe luogo
nell’anno 38. Quanto ai Nabatei, oggi sappiamo che
essi avevano il controllo assoluto di alcune importanti strade carovaniere.
Erano eccellenti ceramisti, ma soprattutto abili ingegneri idraulici.
Esperti nello scavo delle cisterne, avevano anche inventato sistemi ingegnosi
per l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua, per mezzo di dighe e
canali. Le scoperte archeologiche hanno mostrato come essi irrigavano le loro
aziende agricole, sebbene alcune tecniche idrauliche non siano ancora state
comprese. Tuttavia, oltre ad essere versati in idraulica e in agronomia, i
Nabatei erano forse anche esperti nell’arte di arricchirsi a spese degli altri.
Alcuni studiosi, un po’ maliziosamente,
ritengono che la loro prosperità provenisse dalle estorsioni, più che dalle
tasse, a cui venivano sottoposte le carovane che viaggiavano lungo la Via dell’Incenso. (E’ così chiamata la
grande carovaniera che si snodava dalla penisola Arabica meridionale - attuale
Yemen - fino a Petra, diramandosi poi per raggiungere direttamente il
Mediterraneo a Gaza, o, più a nord, fino ad Antiochia). Quanto a Petra, la capitale scoperta
nella prima metà del secolo scorso, per dirla con uno dei primi esploratori
(Laborde), “essa è il più singolare spettacolo, il più magico quadro che la
natura e gli uomini, nella loro vanitosa ambizione, abbiano destinato alle
future generazioni”. I suoi monumenti, più che costruiti, furono scavati nella roccia, e l’arte rupestre
non ha mai raggiunto come a Petra una tale audacia e una così perfetta
bellezza. Ma come si presentava la città all’epoca del suo splendore? La popolazione,
che comprendeva alcune migliaia di abitanti, certamente aveva case, stalle e
depositi per le merci. Ma di quelle costruzioni, fatte di terra legno e frasche,
non è rimasta alcuna traccia! Ai visitatori di oggi si presenta una città
spoglia di tutto ciò che riguardava il quadro della vita quotidiana, mentre
sono rimasti, perché scavati nella pietra, solo i sepolcri dei grandi personaggi
e qualche monumento sacro dedicato agli dèi. (I monumenti di Petra, che conobbe
la sua età d’oro dal 50 a.C. al 70 d.C. - la cui architettura è
stata paragonata talvolta al barocco italiano per l’abbondanza della
decorazione - possono richiamare l’immagine dei grandi
edifici che certamente all’epoca esistevano
in due illustri città contemporanee, Alessandria e Antiochia, e che
purtroppo sono completamente scomparsi). Le precedenti osservazioni sono da tener
presenti tutte le volte che si visita un luogo cosparso di resti archeologici e
si tenta di ricostruire con l’immaginazione la vita della gente che vi
dimorava. La visita a Gerusalemme e il
ritiro a Tarso Fuggito da Damasco, Paolo decise di
andare a Gerusalemme, dove finalmente avrebbe potuto conoscere Pietro (Galati
1:18). Erano passati ormai oltre due anni da quando era stato folgorato dalla
visione celeste e si era convertito, ma a Gerusalemme fu accolto con
diffidenza, per i suoi trascorsi di persecutore non ancora dimenticati. Dice il testo di Atti 9:26 che
quando tentò di unirsi ai discepoli
(cioè ai Giudei convertiti al Cristianesimo), tutti avevano paura di lui. La situazione cambiò in parte per
l’intervento di Barnaba, uno dei primi convertiti che godeva della fiducia
degli Apostoli (Atti 4:36,37), il quale aveva ascoltato la predicazione di
Paolo a Damasco e se ne fece garante (Atti 9:27). Paolo riferisce ai Galati che si
fermò in tutto a Gerusalemme quindici giorni, e non vide altri che Pietro e Giacomo,
il fratello del Signore, (Ga 1:18,19). E in quella circostanza si recò pure nel
Tempio, dove fu rapito in estasi e vide di nuovo il Signore (il racconto è
fatto dallo stesso Paolo ai Giudei in occasione del suo arresto nell’anno 57,
cfr. At 22:17-21). Il racconto del colloquio tra Gesù e
Paolo nel Tempio è di estremo interesse. Dice Gesù: “Affrèttati, esci presto da
Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza su di me”. (Cioè, non indugiare, non è questa la
missione per cui ti ho scelto). Risponde Paolo: “Signore, essi sanno che io
incarceravo e flagellavo nelle sinagoghe quelli che credevano in te; quando si
versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo,
e custodivo i vestiti di coloro che lo uccidevano”. Quel
ricordo gli bruciava tremendamente dentro: come avrebbe potuto un persecutore con
quei trascorsi così terribili ottenere credito tra i giudeo-cristiani? Molti
anni più tardi, alla fine della sua carriera, Paolo si renderà conto di essere
stato oggetto di una grazia particolare: “Io ringrazio colui che mi ha reso
forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia,
ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un
violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella
mia incredulità; e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con
l’amore che è in Cristo Gesù. Certa è questa affermazione e degna di essere
pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori,
dei quali io sono il primo. Ma per questo mi è stata fatta misericordia,
affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io
servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita
eterna” (1 Ti 1:12-16).. Tuttavia la risposta di Gesù è
perentoria: “Va’ [via da Gerusalemme],
perché io ti manderò lontano, tra i popoli”. Così, dopo un breve periodo di collaborazione
con i cristiani di Gerusalemme, Paolo fu obbligato a lasciare la città, perché
i Giudei, giudicandolo non senza ragione un traditore,
cercavano addirittura di ucciderlo. Alcuni fratelli
coraggiosi lo accompagnarono allora a Cesarea, dove lo misero su una nave che
faceva vela per Tarso in Cilicia, sua città natale (Atti 9:28-30). E a Tarso Paolo
rimarrà inattivo per circa due anni (dal 38 al 40), finché Barnaba non lo andrà
a chiamare per portarlo con sé ad Antiochia, dove per la prima volta l’evangelo aveva cominciato ad essere predicato
anche ai Greci (At 11: 19-26). Si veniva
a spalancare così finalmente, davanti a Paolo, dopo un lungo periodo di preparazione,
la strada della missione fra i Gentili, per la quale il Signore lo aveva scelto
e lo aveva folgorato nell’anno 36 sulla via di Damasco.
Davide Valente |