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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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LA VITA
CRISTIANA NELLA FAMIGLIA
E NEI
RAPPORTI DI LAVORO (Efesini 5: 21 - 6: 9) I
valori e i principi evangelici che caratterizzano il credente, non hanno una
validità che si limita solo all’ambito della chiesa, ma anche alle relazioni di
coppia, al rapporto fra genitori e figli e fra datori di lavoro e dipendenti.
In altre parole, Paolo in questi passi condanna l’essere santo in chiesa e spietato ed egoista in casa e al lavoro. Per lui il credente deve essere un
uomo che pensa, parla ed agisce nello stesso modo ovunque si trovi. 1)
La vita matrimoniale (Efesini 5: 21-33) Spesso
questo passo viene letto a partire dal v. 22
(Mogli siate soggette ai vostri
mariti, ecc.), traendone occasione per puntualizzare diritti e doveri e
sottolineare bene la sottomissione della moglie all’autorità del marito. Così
facendo, l’ottica viene falsata. Sarà molto più opportuno inserire il brano nel
contesto, e partire dai versetti che precedono per mettere nella giusta
prospettiva quelli successivi: “Camminate nell’amore” (2), “Siate ripieni dello
Spirito” (18b), e soprattutto “Sottomettendovi gli uni agli altri nel timore (=
nel rispetto) di Cristo” (21). A
questo punto il marito, anziché compiacersi dei propri diritti e pretendere che la moglie osservi i suoi doveri, farebbe bene a chiedersi: “Quali
sono i miei doveri, e i diritti di mia moglie?”. (Ovviamente il discorso è
reciproco, cioè vale anche per la moglie nei riguardi del marito). La
sottomissione dell’uno verso l’altro, applicata alla coppia matrimoniale (che è
una comunità in miniatura), potrà poi più facilmente estendersi alla chiesa
(“Per mezzo dell’amore, servite gli uni agli altri”, Galati 5:13b). Senza
voler eludere ciò che Paolo dice sui rispettivi ruoli del marito e della
moglie, sarà dunque opportuno sottolineare che entrambi hanno il dovere
di amare e di servire, secondo l’esempio di Cristo, che è un modello tanto per
il marito quanto per la moglie (23, 25). E la intensità del rapporto sarà tale
che il marito e la moglie non potranno più pensare ad agire in termini di uno contro uno, ma di due insieme. Il
lungo discorso che Paolo fa in questo brano della lettera agli Efesini (che in
realtà era una circolare) riguardo al
marito e alla moglie cristiani, è riassunto in due brevi versetti della lettera
ai Colossesi (che, come abbiamo visto nell’Introduzione, fu scritta
contemporaneamente ad essa): Mogli, siate
soggette ai vostri mariti, come si conviene nel Signore. Mariti, amate le
vostre mogli, e non v’inasprite contro a loro (Colossesi 3: 18,19). La
significativa espressione nel Signore
sta a ricordare che per il credente le relazioni di coppia devono essere
considerate dal punto di vista di questa fondamentale relazione con Cristo. Il
legame matrimoniale sarà dunque così forte e profondo, che Paolo lo paragona
addirittura a quello che esiste fra Cristo e la Sua Chiesa. (Si inserisce qui
una meravigliosa illustrazione della Chiesa. E’ di grande interesse notare
l’abisso tra le deficienze della Chiesa quali attualmente ci appaiono -
dispersa, nascosta, divisa, infedele, corrotta - e le perfezioni
descritte nel v. 27 - gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa
alcuna simile, santa e irreprensibile -
. Estendendo la considerazione che l’Apostolo fa nel v. 32, possiamo dire che
veramente “questo mistero è grande!”). Ma
il discorso su Cristo e la Chiesa da parenetico
(parènesi = esortazione, ammonizione)
si fa teologico, e pertanto richiede
un certo sforzo per essere seguito. Paolo ha in mente il matrimonio di Dio con Israele,
di cui aveva parlato Ezechiele (16:7 ss), matrimonio seguito da un abominevole
tradimento dell’amata; e tuttavia un matrimonio che sarà ristabilito in tutta
la sua dignità in tempi futuri, secondo Osea (2:16) ed Isaia (54:4 ss; 62:4
ss). La relazione di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa, è dunque vista da
Paolo come l’adempimento di quella profezia: l’era della Legge ha lasciato
ormai il posto ad un’epoca nuova, nella quale il Celeste Sposo fa dono di Sé
alla sposa per amore (25), e lo scopo e l’effetto della Sua opera sarà di
togliere questa sposa (la Chiesa) dalla sfera del peccato, portandola in quella
della santità (27). L’applicazione
dell’insegnamento teologico sfocia nella strana espressione amare le mogli come i propri corpi, a
proposito dell’amore dei mariti. (Paolo vuol mantenersi aderente all’analogia,
e poiché Cristo ama la Chiesa, così
egli parla dei mariti che devono amare le mogli, e non dice mai alle mogli che
esse devono amare i loro mariti; ma, ripetiamo, questo ragionamento non deve
fuorviarci: il dovere dell’amore è reciproco). I verbi che Paolo usa, nutrire e curare teneramente (29), significano grande sollecitudine,
protezione, affetto, e tangibile e pratico sostentamento. (Essi erano stati
impiegati nell’Antico Testamento, a proposito della sollecitudine di Dio per il
Suo popolo, cfr Isaia 1:2). Come i loro
propri corpi: la cura di se stessi non è un sentimento passeggero, ma
qualcosa di innato in ogni essere umano. E’ la legge naturale dell’autoconservazione. Ora, dal momento che i due diverranno una stessa carne (31),
il marito che non cura la moglie è come se odiasse se stesso (la stessa cosa
vale per la moglie nei riguardi del marito). Pensare ed agire in modo autonomo
ed egoistico, è dunque la negazione stessa del legame matrimoniale. Concludendo,
merita di rilevare che Paolo non fa riferimento in questo brano all’amore
naturale (eros), con tutte le sue
connotazioni affettive e sessuali (che pure è presente e sottolineato in tanti
altri passi della Scrittura). Egli vuole parlare soltanto dell’amore cristiano
(agàpe), il cui esempio supremo è in
Cristo; amore che cerca in primo luogo il bene della persona amata, e non la
soddisfazione che la relazione con l’altra persona può procurargli. 2.
La relazione tra padri e figli (Efesini 6: 1-4) Innanzitutto,
i rapporti tra i genitori cristiani e i loro figli devono essere regolati nel Signore, cioè nell’amore,
nell’umiltà e nell’ascolto della Sua Parola. Quanto
ai figli, la loro ubbidienza deve essere governata dal fatto che essi stanno
nella posizione di figli (“perché ciò
è giusto”, v. 1). Ma questa è un’ubbidienza accettabile soltanto se si ritiene
che la signoria di Cristo sia l’interesse supremo della vita!. Sulle
tecniche dell’educazione sono stati scritti innumerevoli libri. Di volta in
volta, in ambiente cristiano, sono stati propagandati i sistemi coercitivi,
legati alla saggezza del buon tempo antico, citando a sostegno ben noti passi
biblici, quali “Non risparmiare la verga...”,
ecc. All’estremo opposto, troviamo la deleteria filosofia del rispetto della libertà di scelta, secondo la quale
l’individuo non dovrebbe essere costretto e condizionato in nessun modo,
nemmeno nell’età infantile. Senza
ombra di dubbio, il tema che Paolo affronta in questo brano ha una forte
rilevanza sociale. Sono sotto gli occhi di tutti i risultati di un decadimento
dei valori della famiglia, che stanno deteriorando anche i rapporti sociali. La
“mancanza di affetto naturale” e la “disubbidienza ai genitori” vengono
identificate da Paolo come cause della depravazione morale (cfr Romani 1:30,31;
2 Timoteo 3:2). Tuttavia,
la pur doverosa ubbidienza dei figli deve essere considerata accanto ad
un’educazione dei genitori che rifugga da dannose durezze ed ostentazioni
autoritarie (v. 4). Il genitore deve stare in guardia, in modo da non
scoraggiare il figlio facendo richieste irragionevoli , o avendo un
comportamento troppo brusco, o umiliando il figlio in presenza di altri, o
trattando il figlio in qualsiasi altro modo che manchi di comprensione. L’eccessiva
severità può abbattere talmente il morale che il figlio perderebbe tutto il suo coraggio in una
lotta impari. L’educazione deve mirare piuttosto, e soprattutto con l’esempio,
ad allevare e formare nel timore del Signore (cioè nel rispetto della volontà
di Dio). (Varie difficoltà possono sorgere quando i figli ricevono ordini contrari alla loro coscienza. Questo accade, per esempio, quando genitori non credenti si oppongono ai figli che hanno deciso di seguire la via della fede. Ma Paolo sta parlando soltanto dei rapporti in una famiglia cristiana!). Senza voler essere categorici, prendiamo nota che, nel passo esaminato, non sono considerate alternative alla funzione dei padri (e delle madri). Questo ci deve far riflettere, di fronte alla moderna tendenza di delegare l’educazione morale dei figli a strutture specializzate esterne (scuola in genere, scuola domenicale, ecc.). 3.
I rapporti di lavoro (Efesini 6: 5-9) La
trattazione di Paolo riguarda in modo specifico la relazione tra padroni e
schiavi. Il soggetto viene sviluppato anche nella lettera ai Colossesi, per
cui, a scopo di confronto, riportiamo fianco a fianco i due testi.
(Nel testo di Colossesi sono state
effettuate alcune trasposizioni evidenziate dagli asterischi) La
schiavitù era veramente un grosso problema per i cristiani dell’epoca
apostolica: lo schiavo era considerato un bene
mobile, poco differente dall’animale da soma e perciò privo di qualsiasi
diritto. Paolo non incita gli schiavi a ribellarsi (sarebbe stata un’azione
suicida nel mondo dell’Impero Romano del 1° secolo, ove la schiavitù era
stabilita per legge); egli tuttavia li considera come persone. Infatti Paolo si rivolge agli schiavi cristiani come a
membri responsabili nella chiesa; e non si limita ad emanare ordini e
proibizioni, ma fornisce anche spiegazioni, presupponendo che coloro che
ascolteranno la lettura della sua lettera saranno in grado di comprendere e di
fare scelte morali. Possiamo
ravvisare nella trattazione di Paolo tre principi generali: - Il principio più importante è la signoria di Cristo. Essa sarà in
grado di trasformare la qualità del servizio reso, e darà coraggio allo schiavo
che dovesse sopportare un duro trattamento. Inoltre, la signoria di Cristo
metterà un freno alla tendenza del padrone ad essere ingiustamente oppressivo. - Il secondo principio, già visto prima, è
quello di considerare gli schiavi come
persone. - Il terzo principio è quello della reciprocità: la richiesta di una
ubbidienza completa da parte degli schiavi ha come contropartita un trattamento
onesto (giusto ed equo) da parte dei
padroni. Mutati
i termini, le esortazioni di Paolo conservano ancora oggi tutto il loro valore.
Quante volte, come lavoratori dipendenti, ci siamo comportati bene solo in
apparenza, “per servire all’occhio”! (v. 6). L’esortazione è perentoria:
“Dovete prestare la vostra opera come se serviste il Signore!” (v. 7). E se per
caso, nella scala gerarchica del lavoro, abbiamo a nostra volta dei dipendenti, cioè siamo superiori di qualcuno, non abusiamo dell’autorità
che ci è stata concessa, umiliando e minacciando gli altri!. Che cosa siamo, in
fondo, noi e loro, di fronte all’autorità del Supremo Padrone, il
Signore che è in cielo? |