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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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I PIEDI DEL MESSAGGERO Lettura di Isaia 52:7-10 7. Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero
di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che
annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Il tuo Dio regna!”. 8. Ascolta le tue sentinelle! Esse alzano la voce,
prorompono tutte assieme in grida di gioia; esse infatti vedono con i propri
occhi il SIGNORE che ritorna a Sion. 9. Prorompete assieme in grida di gioia, rovine di
Gerusalemme! Poiché il SIGNORE consola il suo popolo, salva Gerusalemme. 10. Il SIGNORE ha rivelato il suo braccio santo agli
occhi di tutte le nazioni; tutte le estremità della terra vedranno la salvezza
del nostro Dio. Contesto storico e genere letterario Tutti
i commentatori sono concordi nel ritenere che l’autore in questo passo stia parlando
della liberazione degli Ebrei dalla “Cattività Babilonese”, concessa dal
persiano Ciro nell’anno 538 a.C. (L’autore dice addirittura che Ciro era l’unto del Signore, l'uomo che Dio aveva
scelto per liberare il suo popolo, Isaia 45:1-7). La
liberazione degli Ebrei fu un evento di eccezionale importanza, dal quale prese
l’avvio quel fenomeno grandioso noto come “Risorgimento Giudaico” (del quale ho
avuto modo di parlare in dettaglio alcuni anni fa). Nel brano in esame, e in molti altri analoghi del messaggio
profetico di Isaia, l’annuncio di
salvezza è trasfigurato in composizioni poetiche che presentano aspetti
peculiari, ed hanno paralleli con passi assai noti del Nuovo Testamento.
Possiamo per esempio osservare che il messaggio di salvezza suscita la gioia, e questa gioia va ben al di là di quanti sono
direttamente interessati all’evento, perché raggiunge i vicini, il mare e le
isole, il deserto e i suoi abitanti, arrivando fino ai confini del mondo, tipo:
“Cantate al SIGNORE un cantico nuovo..., cantate le sue lodi all’estremità della terra...” (Is
42:10). Nel Vangelo di Luca, Simeone canta così: “Ora, Signore, tu lasci andare
in pace il tuo servo..., perché i miei occhi han visto la tua salvezza, che hai
preparata dinanzi a tutti i popoli,
per essere luce da illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele” (Lu 2: 29-32). Inoltre,
il linguaggio del messaggio di salvezza è un linguaggio che appartiene alla sfera personale, tipo: “Io sono il tuo Creatore, non temere, io ti ho chiamato per nome, io sono con te” (Is 43:1,2). Notiamo nel Vangelo di
Luca le espressioni: “Oggi è nato per voi
un Salvatore”; “i miei occhi hanno
visto la tua salvezza”. Infine,
dovremmo immaginare il nostro brano come un responsorio
“cantato”, che segue logicamente la lamentazione
di 51:9 - 52:3. Commento al testo 7. Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero
di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che
annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Il tuo Dio regna!”. Evidentemente,
non sono “i piedi” in se stessi ad essere belli (figura retorica), ma ciò che essi rappresentano, cioè l’araldo
che arriva con la sua buona notizia. “Sui
monti” richiama subito il concetto geografico di Gerusalemme, nota per trovarsi
tra le montagne (“Gerusalemme è
circondata dai monti”, Salmo 125:2), La rievocazione doveva risuonare
particolarmente suggestiva per i deportati di Babilonia, costretti ormai da
alcuni decenni a vivere nelle terre piatte della Mesopotamia. E’
difficile per noi, nell’era della televisione satellitare e dell’informatica,
concepire l’angoscia o la speranza di chi vedeva avanzare lentamente un
messaggero: che notizie avrebbe portato? Buone o cattive? E neanche riusciamo
più a renderci conto dei sentimenti del messaggero, il quale non era uno
strumento passivo come gli attuali portalettere, ma era al corrente, nel bene e
nel male, del messaggio che recava. E talvolta, se il messaggio era cattivo,
rischiava di fare egli stesso una brutta fine (da cui la raccomandazione
“ambasciator non porta pena”). Nel caso poi che la notizia fosse buonissima, si
dava da fare per portarla al più presto a destino, rischiando anche in questo
caso la pelle, come capitò al famoso messaggero che, ansioso di portare subito
ad Atene l’annunzio della grande vittoria dei Greci sui Persiani a Maratona
(anno 490 a.C.), fece i famosi 42 km di corsa ed, estenuato, cadde morto
stecchito all’arrivo. Comunque,
nel nostro caso le notizie buone sono pace
e salvezza, il massimo che un
individuo o un popolo possano desiderare, al di fuori di ogni riferimento
contingente. La dichiarazione che segue reca lapidariamente il testo
dell’annuncio: “O Gerusalemme, il tuo Dio
è [tornato ad essere il] Re!”. Questo
messaggio di salvezza non è nuovo, o
meglio, non è la prima volta che compare in Isaia. Infatti, nel cap. 40, ai vv.
9 e seg., l’autore descrive un messaggero che, salito sulle montagne, porta
buone notizie a Gerusalemme: “Ecco il
Signore, Dio, viene con potenza (...). Come un pastore, egli pascerà il suo
gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto (...)”. E’
ovvio presumere che l’aggancio storico sia il medesimo: l’annunzio che portava
quel messaggero è quello dell’Editto di Ciro, con l’imminente ritorno degli
esiliati e il contestuale ristoramento di coloro che, rimasti a Gerusalemme,
avevano trascorso tutti quegli anni veramente malissimo. Quest’ultimo
elemento si deduce dalla descrizione dei primi tentativi che fecero i reduci
per ricostruire il tempio (Ed cap 3): fu necessario prima riedificare le case;
ricomprare le terre occupate da altri; risolvere le innumerevoli questioni di
diritto e di proprietà, sorte nel frattempo, e rese più difficili dalla
ostilità delle popolazioni che si erano insediate nel paese. Attingendo poi
altre notizie dal cap. 5 delle Lamentazioni, vediamo che gli Ebrei rimasti a
Gerusalemme erano costretti ad acquistare dai vincitori i generi di prima
necessità (5:4); erano soggetti alle angherie dei sàtrapi babilonesi (spesso ex
schiavi, promossi a quell’ufficio dalla corte reale) (5:8); se poi provavano ad
andare nei dintorni per procurarsi del pane, correvano il rischio di essere
uccisi dai predatori beduini (5:9); i ragazzi erano costretti a fare i lavori
più gravi ed umilianti (5:13). Sappiamo inoltre che a Gerusalemme lo stato di
desolazione si protrasse molto a lungo, ben al di là del “primo rimpatrio”
(ancora al tempo di Neemia - circa 140 anni dopo la caduta della
città - persistevano umiliazione e miseria, cfr. Ne 1:3). Quindi
è ben comprensibile l’ansia e l’emozione delle sentinelle (v. 8) quando vedono
arrivare il messaggero. Ma è interessante mettere a confronto i due messaggi:
nel primo, Dio è il Pastore; nel
secondo, Dio è il Re. Nel primo, Dio
sta per riprendere la sua opera di misericordia e di bontà; nel secondo, Dio ha
riassunto la sua maestà che sembrava compromessa, e che ora invece imporrà fino
alle estremità della terra. Avendone
il tempo, si potrebbero cercare in vari Salmi gli accenni a questi due aspetti
della manifestazione divina riguardo al suo popolo. 8. Ascolta le tue sentinelle! Esse alzano la voce,
prorompono tutte assieme in grida di gioia; esse infatti vedono con i propri
occhi il SIGNORE che ritorna a Sion. Alla
voce del messaggero si aggiungono le voci delle sentinelle sulle mura (o meglio,
sulle rovine, 51:3). E all’atto di ascoltare segue quello di vedere. Che cosa vuol dire qui l’autore?
Probabilmente, e con raffinata concisione, intende riferirsi all’arrivo della
prima carovana dei reduci da Babilonia (=
Il SIGNORE che ritorna a Sion), a seguito dell’Editto di Ciro già ricordato (L’Editto
di Ciro era stato ritenuto “impossibile” dagli scettici, fino alla scoperta di
un decreto analogo, scritto su un cilindro
di terracotta, oggi esposto nel Museo di Londra). Comunque,
nel 538 a.C. non tutti i Giudei di Babilonia vollero tornare; molti preferirono
rimanere e contribuirono alla ricostruzione con le loro offerte (Ed 1:6). La
colonna di reduci (tra liberi e schiavi erano circa 50.000, Ed 2:64,65) partì
sotto la guida di alcuni capi, tra i quali si distinguevano particolarmente un
principe della casa di Davide, Zorobabel
(nipote di Ioiakin, deportato nel 597, cfr. Ed 3:2; 1 Cr 3:17; 2 Cr
36:9,10), e il sacerdote Jesua (nipote del sommo sacerdote Seraia ucciso da
Nabucodonosor a Ribla, cfr. 1 Cr 6:15; 2 Re 25:18-21). Essi portavano gli
arredi del Tempio (oltre 5000 oggetti d'oro e d’argento, Ed 1:11) che erano
stati consegnati loro per ordine di Ciro, e notevoli somme di denaro ed oggetti
preziosi offerti dai loro connazionali (Ed 1:6; 2:9). Una
delle prime cure dei reduci, all'arrivo, fu di ricostruire l'altare degli
olocausti sul piazzale del Tempio devastato, in modo da poter riprendere la
celebrazione dei sacrifici quotidiani (Ed 3:1-3). Invece la ricostruzione del
Tempio apparve in un primo momento addirittura impossibile, per le difficoltà a
cui abbiamo accennato in precedenza. Tuttavia quei coraggiosi Ebrei riuscirono
con mille sacrifici ad acquistare i materiali per la ricostruzione, compreso il
legname di cedro del Libano, che doveva essere fatto affluire via mare fino al
porto di Giaffa, vicino all'attuale Tel Aviv. E'
interessante sapere che gli archeologi hanno identificato questo antico approdo
alla foce del piccolo fiume Yarkon, nella località dove, all'epoca persiana
sorgeva una cittadina, costruita secoli prima dai Filistei. La località è oggi
nota sotto il nome di Tell Qasile. 9. Prorompete assieme in grida di gioia, rovine di
Gerusalemme! Poiché il SIGNORE consola il suo popolo, salva Gerusalemme. Prima,
c’era solo la voce del messaggero; poi, quelle delle sentinelle, tutte voci e
grida di gioia. Ora, nella conclusione dell’inno di lode del nostro “poeta”, si
aggiunge il coro di tutti gli abitanti di Gerusalemme (indicati metaforicamente
come le “rovine”). In
Ed 3:8 sg. è descritto l’inizio della ricostruzione del Tempio, con la posa
della prima pietra, che ebbe luogo due anni dopo il ritorno. La cerimonia fu
oltremodo commovente (v. 11-13): mentre i giovani si rallegravano, gli anziani,
che avevano in mente il Tempio prima della sua distruzione, piangevano
dirottamente. (Certamente si ricordavano cosa avesse significato per Israele
quella "Casa", e perché era stata distrutta, cfr. 1 Re 9:6-9). E
intanto i canti e i gridi di gioia, mescolati ai pianti, facevano risuonare le
parole dei Salmi 107, 118 e 136: "Celebrate il
Signore perché Egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno". 10. Il SIGNORE ha rivelato il suo braccio santo agli
occhi di tutte le nazioni; tutte le estremità della terra vedranno la salvezza
del nostro Dio. L’immagine
del “braccio del SIGNORE” è presente in altri passi di Isaia, di solito nelle
invocazioni di aiuto (cfr. Is 51:9: “Risvègliati,
rivèstiti di forza, braccio del SIGNORE, come nelle antiche età!”). Ma
quando sembrò che il Signore si fosse dimenticato dei suoi, ecco affiorare lo
scoraggiamento rassegnato (“Sion ha
detto: “Il SIGNORE mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata”, Is
49:14). Ci vengono qui in mente le accuse cocenti fatte al Dio che si è
dimenticato dei suoi: “Dove sono il tuo
zelo, i tuoi atti potenti? (...) Noi
siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati, come quelli che non
portano il tuo nome!” (Is 63:15, 19). Ma
ora finalmente tutto torna come avrebbe sempre dovuto essere (in ambiente greco
potremmo parlare di catarsi o di nèmesi). E l’antropomorfismo palese (il
“braccio di Dio”) non guasta, anzi rende più efficacemente che mai l’idea del
soccorso, proprio al culmine della vicenda, quando nessun’altra soluzione è più
possibile. (Ricordiamo l’episodio di Pietro che, affondando, gridò: “Signore,
salvami!, e subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò...”, Mt 14:30,31). “Agli occhi di tutte le
nazioni”. La voluta promiscuità di Israele con gli altri popoli (le
“nazioni”) era stata considerata fin dall’inizio come una “prova di fedeltà”
(cfr Gc 3:4-7). Ma, come sappiamo, la prova fallì, perché la sudditanza nel
campo della tecnologia, delle arti e della cultura spinse gli Israeliti ad
assimilare anche le pratiche idolatre dei popoli in mezzo ai quali erano stati
chiamati a vivere la loro “testimonianza”. E’ un concetto che si potrebbe
sviluppare con innumerevoli citazioni. Voglio ricordare soltanto quello che chiamo
“il passo del fischio” (1 Re 9:6-9), con le parole che Dio aveva detto a
Salomone dopo la dedicazione del tempio: “Se voi o i vostri figli vi
allontanate da me, se non osservate i miei comandamenti, e andate a servire
altri dei..., rigetterò dalla mia presenza la casa che ho consacrata al mio
nome. Chiunque le passerà vicino rimarrà stupefatto e si metterà a “fischiare”;
e si dirà: “Perché il SIGNORE ha trattato così questo paese e questa casa?”. Si
risponderà: “Perché hanno abbandonato il SIGNORE, loro Dio...”. Occorreva
pertanto che la salvezza, la svolta nell’economia della storia d’Israele,
venisse palesata agli occhi di tutte le nazioni, come era stato per la
punizione che avevano dovuto subire. La “lettura cristiana” Si
potrebbe proseguire ancora con la Storia degli Ebrei, ma si impone ad un certo
punto una diversa “chiave di lettura”. Paolo, nei capitoli 9-11 della Lettera
ai Romani, affronta il complesso tema del futuro d’Israele e giunge alla
conclusione che la salvezza arriverà anche per loro attraverso la fede in
Cristo. “Ma come potranno credere se non
ne avranno mai sentito parlare?”
- si chiede l’Apostolo. E a
questo punto cita liberamente (dalla Settanta, com’è sua abitudine) il nostro
passo di Isaia: “Quanto son belli i piedi
di quelli che annunziano buone notizie!”. Nel greco, “quelli che annunziano
buone notizie” è: “ton evanghelizomenon ta agathà”, lett. “quelli che fanno un
buon annunzio di cose buone”. E’ evidente che Paolo sta pensando agli
“evangelisti”, cioè a quelli che recano l’annuncio del Vangelo, che per
antonomasia è “la Buona Notizia”. Sviluppando il concetto, e rimanendo in
ambito neotestamentario, partiamo dalla Annunciazione
a Maria di Nazaret (Lu 1:26 ss), poi passiamo all’Annuncio ai pastori di Betlemme (Lu 2:8 ss): “evanghelizomai umin
charan megalen”, “evangelizo vobis gaudium magnum”, ed arriviamo infine, con un
processo a valanga, alle successive divulgazioni
della Buona Notizia, cioè che quel Gesù era proprio il Cristo (cioè il
Messia promesso dai profeti) e che era venuto a salvare il mondo (cfr. Gv 4:29, 42). Argomenti peculiari a)
La “Buona Novella”. Abbiamo
visto l’uso che Paolo fa di questo passo di Isaia. Ricordiamo pure 1 P 1:10-12,
dove l’autore asserisce che i profeti dell’Antico Patto, quando parlavano di
“salvezza”, inconsciamente si riferivano (anche) a cose future legate alla
venuta e alla passione di Cristo, “che
ora vi vengono annunziate da coloro che vi hanno predicato il vangelo”. Ma
qual è il Buon Annuncio? Ovviamente,
non è soltanto quello legato alla Nascita di Gesù (verificatasi, secondo Ga
4:4, “quando giunse la pienezza del tempo”)
ma si estende a tutta la missione del Cristo (“Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, Gv 1:29).
Avendo tempo a disposizione, potremmo mettere in evidenza i tre aspetti
dell’Annunzio: la pace, la salvezza e il regno (o il regnare di Dio),
cercando per ciascuno di essi i passi opportuni nel Nuovo Testamento. b)
Il privilegio di essere gli araldi della Buona Novella. Consideriamo
di nuovo il personaggio del messaggero:
forse un insignificante ed umile marciatore, che ha avuto la “fortuna” di
essere stato scelto come latore di così grandi e importanti notizie. Si può
ricordare il brano di Paolo in 2 Co 4:7, in cui l’Evangelo è paragonato ad un
“tesoro”, e i Cristiani a cui è affidato sono chiamati “vasi di terra”. Perché
“vasi di terra”? C’è da sapere che nell’antichità le anfore (ossia i vasi di terra) erano i contenitori
abituali per il trasporto di tutti i liquidi e i solidi incoerenti, e
normalmente non venivano lavati e riutilizzati, perché costava troppo: era
meglio quindi romperli e farne dei nuovi. A Roma, vicino all’antico porto
d’arrivo sul Tevere, ammucchiando centinaia di milioni di cocci di anfore, si
era formata nel corso dei secoli un’intera collina (è quella oggi nota come
“Testaccio”). Ecco quindi chiarita la metafora di Paolo sui “vasi di terra”:
assolutamente insignificanti in sé, ma nobilitati dal “contenuto”, cioè dal
Vangelo, che è simile a un “tesoro”. c)
La “gioia” connessa con l’annuncio e l’accettazione del messaggio. “Evangelizo
vobis gaudium magnum” (Lu 2:10). E’ una gioia presente in chi annunzia
e in chi accetta il Vangelo. Il carceriere di Filippi e la sua famiglia, nella
notte in cui avevano accettato la salvezza predicata da Paolo, “erano pieni di gioia per aver creduto in
Dio” (nel greco, aor. del verbo agalliao
= esultare), At 16:34. Il Regno di Dio,
cioè il regnare di Dio nella vita
quotidiana dei Cristiani, si deve manifestare, secondo Paolo, con la giustizia,
la pace e la gioia (cfr. Ro 14:17b).
“Rallegratevi sempre nel Signore”,
viene detto ripetutamente ai Filippesi, cioè cercate di ricuperare quella gioia
che avete persa litigando scioccamente tra voi. Ciò si deduce da questa
accorata esortazione che Paolo rivolge loro: “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute”, Fl 2:14). Infatti
per quei cristiani ogni quisquilia diventava occasione di discussioni senza
fine. d)
L’universalità e la natura della testimonianza. “Tutte le estremità della terra vedranno la
salvezza del nostro Dio”. Che cosa può significare in chiave cristiana?
Paolo si chiedeva: “Come potranno
sentirne parlare [cioè di Dio e della sua grazia] se non c’è chi lo annunzi?”
(Ro 10:14c). Le ultime raccomandazioni di Gesù furono, secondo Matteo: “Andate ed ammaestrate tutte le nazioni”
Mt 28:19; e secondo gli Atti: “Mi sarete
testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità
della terra” (At 1:8b). Paolo
diceva, scrivendo ai Corinzi: “Guai a me
se non evangelizzo” (1 Co 9:16b). La testimonianza però non si fa solo
predicando il Vangelo. In 1 P 2:12 troviamo che gli scettici saranno portati a
cambiare idea riguardo ai Cristiani “osservando
le loro opere buone”, fino al punto di dare essi stessi gloria a Dio. Paolo
disse anche, parlando del suo impegno nella predicazione: “E’ l’amore di Cristo che ci costringe [a comportarci così]” (2 Co
5:14a). Ma ricordiamo che questo versetto, nel latino della Vulgata, campeggia
come motivazione all’ingresso del Cottolengo di Torino (“Charitas Christi urget nos”). Evidentemente
i due tipi di testimonianza possono, anzi devono, coesistere. I “media” ci
fanno sapere che ogni pochi secondi nel mondo muore un bambino per fame, e che
l’ottanta per cento delle risorse del pianeta è in mano a poche persone che
appartengono alle nazioni cosiddette cristiane. Che testimonianza è? Il
Signore per ora ci lascia su questa terra, a vivere l’esperienza del suo Regno
attuale (“ci ha trasportati nel Regno del suo amato Figlio”, scrive Paolo ai
Colossesi, Cl 1:13). Il Signore ci ha affidato delle mine e dei talenti; che
cosa ne stiamo facendo? Quelli che ci stanno attorno di solito li ignoriamo,
oppure li consideriamo solo come “messe da mietere”. Ma i loro bisogni
dovrebbero muoverci a pietà, spingendoci a soccorrerli. Però le attività di
carattere sociale si dice non siano molto congeniali alle nostre chiese, salvo
alcune lodevoli eccezioni (vedi la partecipazione in favore del Burkina-Fasu
con la missione SIM). Dovremmo
forse imparare a considerare con più attenzione quei movimenti o quelle
correnti cristiane che hanno fatto dell’assistenza il loro vessillo. Diceva
William Booth, il fondatore dell’Esercito della Salvezza, che “è difficile
salvare un uomo che ha i piedi bagnati”. Come è noto, questo movimento
evangelico ha avuto origine nell’Inghilterra del 1800, quando gli effetti della
rivoluzione industriale si facevano sentire in tutta la loro pesantezza: città
che crescevano come funghi, sfruttamento dei minori, giovani dediti al crimine,
donne di malavita. (Oggi in alcune nostre plaghe la situazione non è certo
migliore: criminali, barboni, drogati, prostitute). Booth aveva coniato per il
suo “Esercito” il motto delle “Tre Esse”: Soup (= minestra), Soap (= sapone),
Salvation (= salvezza). La saggezza cristiana contenuta in queste “Tre Esse”
per portare soccorso all’umanità non sarà mai sottolineata abbastanza. Ricordiamoci
che i Cristiani “dovrebbero” essere sale della terra e luce nel mondo. I campi
di attività sono tutti davanti a noi, bene in evidenza. Non ravvisiamo forse in
essi “le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo”?
(Ef 2:10). Quante colpe pesano sulla coscienza dei Cristiani nel corso dei
secoli, partendo dalle Crociate, passando per l’Inquisizione, fino alla tratta
degli schiavi africani sulle navi negriere e il loro disumano sfruttamento
nelle piantagioni d’America! Abbiamo
acennato ai mali attuali del pianeta. Ci sono delle disuguaglianze colossali.
Più di un miliardo degli esseri umani beve acqua inquinata. Un terzo soffre di
sottoalimentazione. Perfino nella civilissima Buenos Aires i bambini stanno
morendo di fame. Abbiamo osservato che l’uno per cento degli uomini possiede
più del cinquanta per cento della terra (il Signore aveva detto: “Tutta la
terra è mia!”). Milioni di diseredati tentano la migrazione a rischio della
vita. Sempre più le multinazionali monopolizzano le materie prime, le risorse
alimentari e le medicine essenziali, avendo come solo obiettivo il profitto. I
produttori e i commercianti di droga operano praticamente indisturbati. I
fabbricanti di armi (fra cui purtroppo alcune industrie italiane) speculano sui
conflitti locali. Basterebbe
un po’ più di amore da parte dei Cristiani: “L’amore
non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità” (1 Co 13: 6). Che
il Signore ci aiuti a non perdere quel po’ di sale che ancora ci è rimasto, e a
far risplendere la nostra luce tirandola fuori da sotto il recipiente: “Così risplenda la vostra luce davanti agli
uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro
che è nei Cieli” (Mt 5:16). Che
il Signore ci aiuti a fare di più anche sul piano individuale, e a comportarci
in modo che gli altri se ne accorgano. E se poi qualcuno ci chiede: “Perché lo
fai?”, dovremmo potergli rispondere semplicemente: “Perché sono un Cristiano!”.
Oggi
i Cristiani, nei paesi di religione islamica sono particolarmente malvisti, e
non solo dai fondamentalisti più fanatici. Non sarebbe difficile elencarne le
ragioni. Questa contrapposizione rischiererebbe - secondo alcuni - di portarci ad un conflitto planetario.
Chiudo applicando a questa situazione il famoso passo (parafrasato) della Prima
Lettera di Pietro (1 P 2:12), che avevo già citato in precedenza: “Carissimi fratelli cristiani, comportatevi
con equità e giustizia nei riguardi dei non cristiani, in particolare degli
Islamici. Così, invece di parlare male di voi chiamandovi malfattori, vedendo
quanto bene fate dovranno lodare Dio nel giorno in cui Egli si avvicinerà a
loro”. Davide Valente, dicembre 2002 |