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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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IL TERZO CANTO DEL SERVO Lettura
di Isaia 50:4-10a
1. I canti del Servo Il
brano poetico che esamineremo è la terza parte di un ciclo chiamato “I canti
del Servo”, che comprende i seguenti quattro brani: 1° canto: Isaia 42:1-4
(5-9); 2° canto: 49:1-6
(7-13); 3° canto: 50: 4-9
(10,11); 4° canto: 52:13 -
53:12. La prima cosa da dire è che questi
brani, pur essendoci giunti intercalati con altri testi, sono considerati dagli
studiosi come facenti parte di un unico componimento. La parola tradotta “servo” è in
ebraico ‘ebed, e nel greco della
Settanta pais. Il termine pais è usato pure nel N.T. col
significato di servo (cfr. Mt 8:6),
ma talvolta con quello di giovane (At
20:12). (Nel N.T. per “servo” è più frequente l’uso del termine doulos). La questione di gran lunga più
importante è: “Di chi sta parlando il profeta? Chi è questo Servo di Dio?”. La
domanda non è nuova, perché la formulò circa venti secoli fa il ministro
etiope, quando chiese a Filippo, nel famoso episodio riportato in Atti 8: “Di
chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?”.
(Ricordiamo che l’etiope aveva comprato a Gerusalemme il rotolo di Isaia in
greco, secondo la versione dei Settanta, e ora, stando sul carro, lo leggeva ad
alta voce - come per altro facevano tutti gli antichi. E, giunto al 4° canto
del Servo - Isaia 53 - Filippo lo udì e gli chiese: “Capisci quello
che stai leggendo?”). Ora,
sarebbe troppo semplice per noi dire che la risposta ce l’abbiamo già,
che il Servo è Gesù, e chiudere qui la questione. (“Allora Filippo prese a
parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto
messaggio di Gesù” - in gr. euhggelisato =
evangelizzò - At 8:35). Proviamo invece a porci la domanda in termini
leggermente diversi: “A chi pensava il profeta quando parlava del Servo? E che
ne avranno pensato i suoi contemporanei?”. Il Servo sembrerebbe uno che ha
ricevuto da Dio un incarico, con un insegnamento da proporre e una giustizia da
ristabilire (1° canto). Tuttavia non si capisce chi sia questo Servo, di quale
insegnamento si tratti e in quale contesto si debba svolgere la missione.
Secondo alcuni studiosi, il linguaggio misterioso e oscuro è intenzionale, e
misterioso doveva rimanere anche per gli ascoltatori di allora. Dal 2° canto apprendiamo poi che
questo Servo è il solo degno di portare il nome di Israele (49:3), e dovrà
ricondurre Israele nella sua patria (5), per essere la luce delle nazioni e
portare la salvezza fino ai confini della terra (6). Ma nessun re, sacerdote o
profeta dell’A.T. fu abbastanza grande da meritare di portare da solo il nome
di Israele. Nel 3° canto, che esamineremo fra
poco in dettaglio, ci troviamo di fronte al disprezzo e alla furia del male.
Comunque, ora il Servo ha deciso di agire (50:4), e obbedirà al Signore che
l’ha mandato (5), resistendo agli oltraggi (6), perché si è consacrato alla sua
causa completamente. Egli sta vivendo un’esperienza interiore di grande
intensità: più si sente isolato e disprezzato, più accresce la sua fiducia in
Dio che certamente alla fine gli verrà in aiuto (7-9). Il notissimo 4° canto ci elencherà
poi con minuziosa precisione i dettagli delle sofferenze del Servo, (53:3-9),
svelerà il significato espiatorio della sua morte (10,11), e parlerà del suo
trionfo futuro (52:13). Ora, volendo ignorare di proposito
la lettura cristologica, chiediamoci ancora: ”Di chi pensava di parlare il
profeta? E i suoi contemporanei, di chi pensavano stesse parlando?”. La
questione dello Spirito Santo che ispira qualcuno ad esprimersi in modo
apparentemente incomprensibile è una delle più delicate e affascinanti. E
addirittura poteva succedere che il profeta credeva
di parlare di certi avvenimenti, mentre inconsciamente ne stava riferendo
altri. E’ il caso di Geremia, quando parla del nuovo patto che il Signore stipulerà con la casa di Israele, e della legge
scritta nei cuori (Gr 31:31-34). E’ ovvio che Geremia non poteva neanche
lontanamente immaginare che sei secoli più tardi le sue parole sarebbero state
prese pari pari dall’autore della Lettera agli Ebrei e applicate alla Chiesa
(Eb 8:8-13). Che dire poi di quei Salmi nei quali l’autore pensava di
descrivere le sue sofferenze, mentre inconsciamente stava anticipando i
patimenti del Messia? (Salmi Messianici; cfr. ad es. i Salmi 22; 40; 69; 110,
più volte citati nei Vangeli e nelle Epistole). Ma fino a che punto i profeti o
i salmisti potevano intuire che stavano parlando anche di qualcos’altro? Uno sprazzo di luce ci viene dal famoso
brano di 1 P 1:11,12: “I profeti
cercavano di sapere l’epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito
di Cristo che era in loro, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze
di Cristo e delle glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per
se stessi, ma per voi, amministravano quelle cose che ora vi sono state
annunziate da coloro che ora vi hanno predicato il Vangelo...”. Concludiamo queste note introduttive
ricordando che nel N.T. compaiono, oltre a riferimenti di vario genere, ben
dieci citazioni testuali tratte dai
Canti del Servo: Mt 8:17; 12:18-21; Mr 15:28; Lu 22:37; At 8:32,33;13:47; Ro
15:21; 2 Co 6:2;1 P 2:22; 2:24. Alcune di queste citazioni sono prese dalla
versione dei Settanta. 2.
Commento al testo del 3° Canto del Servo 50:4
- Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché
io sappia aiutare con la parola chi è stanco.. Egli risveglia, ogni mattina,
risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli. Il
Servo è stato fornito di parola, che
egli dovrà comunicare allo stanco, in
cui possiamo ravvisare senz’altro Israele. Tuttavia questo Servo, per poter
parlare, deve prima ascoltare, e non potrebbe farlo se Dio non gli aprisse
continuamente le orecchie. In effetti egli si paragona a un discepolo, ebr. limmud. (La parola ‘ebed
= servo comparirà solo più avanti, in 10a). Il concetto di discepolo indica il modo unico in cui il vero profeta riceve
dall’insegnante divino il messaggio che deve poi trasmettere agli altri. 5. - Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato
ribelle, non mi sono tirato indietro. La prima parte del versetto riprende
il concetto dell’apertura dell’orecchio. Però a questo punto c’è un waw (tradotto con la congiunzione e) che dovrebbe avere valore
avversativo. Il concetto espresso è che, nonostante tutto, il Servo non ha
disobbedito e non si è tirato indietro. Questo presuppone la situazione di
attacchi e di insulti descritta in dettaglio nel seguente versetto 6. In 5b in
effetti ci viene detto che il Servo-discepolo non ha esitato a ricevere la
Parola di Dio e a presentarsi con questa parola a coloro ai quali essa era destinata. 6. - Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance
a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e
agli sputi. Ci troviamo qui di fronte a una
forma di lamentazione, ma l’elencazione delle sofferenze e delle umiliazioni
assume un aspetto diverso, per quell’epoca addirittura rivoluzionario. Infatti il Servo sta affermando che egli si offre alle percosse, che considera
gli insulti e i colpi come giustificati,
quasi intuendo che Dio, per una ragione misteriosa, è passato dalla parte dei
suoi avversari. (E’ evidente che con la nostra sensibilità di cristiani
possiamo subito percepire che ci troviamo vicini alla croce: “Allora gli sputarono
in viso e gli diedero dei pugni e altri lo schiaffeggiarono”, Mt 26:67; “E gli
sputavano addosso, gli percotevano il capo; e dopo averlo schernito lo
condussero via per crocifiggerlo”, Mt 27: 30,31). 7. - Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato
abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò
deluso. C’è
di nuovo un waw avversativo, che
questa volta è reso correttamente con ma.
Il contrasto sta nel fatto che il Servo è sicuro che Dio sta dalla sua parte,
mentre il versetto precedente mostrava proprio il contrario. Ecco dunque la
svolta: la certezza che Dio stesso vuole la sofferenza del suo Servo;
sofferenza che il Servo accetta positivamente perché sa che Dio da lui vuole questo.
8. - Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare?
Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Ora
il linguaggio è quello dell’azione giudiziaria. (In un famoso brano, Paolo usa
la stessa forma per esprimere la certezza del trionfo finale: “Se Dio è per
noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio?”, Ro 8:31 ss.). Il
Servo dunque invita i suoi avversari
- quelli che l’hanno
oltraggiato - a presentarsi davanti alla corte: nessuno potrà condannarlo
perché egli riceverà giustizia direttamente da Dio. 9. - Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi
condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola
li roderà. L’affermazione
del verso 9a conferma che la causa è tutt’altro che persa per il Servo, come
pensavano i suoi avversari. Costoro sono convinti infatti che egli sia un reo
confesso, dal momento che ha accettato supinamente colpi e vergogna. Ma qui è
detto esplicitamente: “Il Signore mi aiuterà”. Come sarà possibile? In quale
modo questo meschino oltraggiato sarà riabilitato fino al trionfo finale? Il verso 9b, dove appare che i nemici
andranno alla fine perduti, non spiega nulla. Come è noto, la risposta si
troverà soltanto nel Quarto Canto. 10a.
- Chi di voi teme il Signore
e ascolta la voce del suo servo? Finalmente
compare il termine “Servo”. E’ indubbio che colui di cui si parla qui è quello
che nel v. 4 era stato incaricato di annunciare la Parola di Dio. 3. L’interpretazione
cristologica Questa
interpretazione afferma che nei Canti del Servo ci troviamo di fronte
all’elencazione di vari aspetti della missione di Cristo, il Servo di Dio per
eccellenza (“spogliò se stesso, prendendo forma di servo”, Fl 2:7), Il Servo è
rivestito dello Spirito, è apportatore di giustizia, è dispensatore del
messaggio divino; e in un progressivo crescendo, che va dalla sofferenza immeritata fino alla rivelazione
che nella morte egli ha preso il posto
dei molti, si arriva poi al trionfo
finale. La spiegazione cristologica ben si accorda con molti passi del
N.T.: Lu 24:27 - Gesù ai discepoli sulla via di Emmaus “cominciando da Mosè e
da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo
riguardavano”; Lu 24:44 - Poi Gesù disse ai discepoli riuniti a Gerusalemme:
“Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano
compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei
Salmi”. Teniamo presente inoltre il già citato episodio di Filippo e l’etiope:
“Allora Filippo, cominciando da questo passo della Scrittura -
che era un brano del “Quarto canto del Servo” - gli comunicò il lieto
messaggio di Gesù” (At 8:35). E ricordiamo infine le dieci citazioni testuali
che abbiamo riportate sopra, alla fine del paragrafo 1. I
limiti dell’interpretazione cristologica stanno per altro proprio nella sua
scontata verità, che ai cristiani di oggi non dice nulla di più di quanto già
non si trovi nel N.T. E’ un po’ come andare alla ricerca dei cosiddetti “tipi”
di Cristo nell’A.T. (Mosè, Giuseppe, Davide, ecc.), finendo poi per ribadire
ciò che già si sapeva assai bene. Ma non sempre è così. Infatti, tempo fa mi fu
chiesto se sapevo dire in quale passo della Bibbia stava scritto che Gesù aveva
la barba. Lì per lì rimasi interdetto, ma dopo una breve ricerca capii che chi
mi aveva fatto la domanda si riferiva proprio a Isaia 50:6 (“Ho presentato le
mie guance a chi mi strappava la barba”). E’ proprio vero che non si finisce
mai di imparare! Comunque,
è da sottolineare che non potremo mai sfuggire al senso di misterioso stupore
di fronte al miracolo dell’ispirazione,
quello che ha permesso ai profeti di descrivere
senza che se ne rendessero conto - e a vari personaggi addirittura di vivere
- le varie fasi della missione e
della passione di Cristo. 4. La versione cristiana dell’azione
giudiziaria contro il Servo E’
stata così definita la metafora di Paolo in Ro 8:31-39, dove l’Apostolo si
raffigura la situazione come se fosse in una corte di giustizia, mentre
qualcuno (= l’avversario) sta perseguendo gli
eletti di Dio (= i cristiani) muovendo accuse, infierendo con ogni sorta di
tribolazioni e chiedendo infine che siano condannati. Ma noi cristiani -
dice Paolo - non potremo in alcun modo subire la
condanna, perché Dio è dalla nostra parte; infatti, se prima ha mandato Suo
Figlio in terra a morire per tutti noi, come ora non farà anche tutto il resto?
Ci giustificherà da ogni accusa, ci assolverà e ci porterà al trionfo finale. Nella
guerra spirituale forze potenti, sia soprannaturali che naturali, sono
schierate contro il popolo di Cristo, ma per Suo mezzo questo popolo le vince
tutte. Infatti è come se Gesù Cristo risorto costituisse il collegio di difesa
in tribunale, sempre presente e attivo: “Cristo Gesù è colui che è morto e,
ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio ed anche intercede per noi. Chi
ci separerà dall’amore di Cristo?”. Nulla può dunque intromettersi tra l’amore
di Cristo e i Suoi. In
conclusione, due sono i punti essenziali: a) è esclusivamente per la giustizia di un Altro (cioè quella di
Cristo) che l’accusatore viene messo a tacere e l’imputato viene assolto; b) l’aiuto di Dio, e cioè il Suo
intervento a nostro favore, sono esplicitamente definiti amore: “Sono persuaso che né morte né vita... né cose presenti né
cose future... potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù,
nostro Signore”. 5. I cristiani
dovrebbero considerarsi tutti servi di
Dio Questa
considerazione può riuscire assai coinvolgente per spingere noi e i nostri
fratelli ad imitare Cristo, il Servo di Dio per eccellenza. Abbiamo visto che
il Servo di Dio del 3° Canto è un discepolo, cioè uno che impara dal maestro
per poi trasmetterne l’insegnamento ad altri. Ed è anche uno che, seppure
accusato ingiustamente e sottoposto ad angherie, non rinuncia alla sua missione
perché sa che Dio è dalla sua parte e alla fine sarà premiato. Non
è il caso di insistere sul servizio (ministero) dei pastori o anziani, particolarmente dedicati a questo scopo nelle
chiese locali, ma piuttosto sul dovere che ogni cristiano ha verso i suoi
fratelli e verso il prossimo. I passi che appoggiano tale concetto sono
innumerevoli. Ne citiamo alcuni. Nel capitolo 6 della Lettera ai Romani Paolo
spiega che i cristiani sono stati liberati dalla schiavitù del peccato, ma in
realtà sono passati dalla posizione di servi del peccato alla posizione di
servi di Dio (è particolarmente densa di implicazioni la definizione “servi
della giustizia”, v.18). In Ga 5:13-15 Paolo spiega poi che uso bisogna fare
della libertà: non deve diventare una scusa per far prevalere la propria
posizione; ma piuttosto - egli dice
- per mezzo dell’amore servite
gli uni agli altri. Il segreto dunque per essere dei buoni servi di Dio è
l’amore per gli altri. Ma si fa presto a dire amore. Nel famoso inno all’eccellenza dell’amore di 1 Co 13, quando
arriviamo ai versetti 4-7 dove ne sono elencate quindici caratteristiche,
entriamo inevitabilmente in crisi. Proviamoci infatti a considerarle una ad
una: “L’amore è paziente, è benevolo, l’amore non invidia; l’amore non si
vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il
proprio interesse, non si inasprisce, non addebita il male, non gode
dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa,
spera ogni cosa, sopporta ogni cosa”. Inoltre,
in 2 Ti 2:24 troviamo che “il servo del Signore non deve litigare, ma deve
essere mite con tutti”. Anche se questa indicazione riguardava in particolare i
pastori e gli anziani, proviamo ad estenderla ai Servi di Dio in senso lato. Ricordo che parecchi anni fa, in un
periodo in cui molte comunità delle Chiese dei Fratelli erano dilaniate da
tensioni e contrasti, un fratello anziano prese a timbrare le buste della sua
corrispondenza con la dicitura “NON MORMORARE, SERVI”. Concludo
citando il passo di 1 P 2:11-16, nel quale i cristiani vengono esortati ad
avere una buona condotta fra i pagani,
dando buona testimonianza con le opere; e ad essere sottomessi alle autorità, a
rispettare le leggi; e in generale, a fare
il bene. Il passo si conclude così: “Fate questo come uomini liberi, che
non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi
di Dio”.
Davide Valente, giugno 2000 |