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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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E P I S T O L A A I C O L O S S E S I I n t r o d u z i o n e L’Epistola
ai Colossesi fa parte, insieme alle lettere agli Efesini e a Filemone, delle lettere paoline dalla prigionia, scritte
da Roma nell’anno 61 o 62 e recapitate in Asia da Tichico. A suo tempo avevamo
già osservato che la lettera agli Efesini
era probabilmente una enciclica (termine
tecnico che indica una lettera circolare) indirizzata alle chiese di una vasta
regione dell’Asia Minore. Una copia della circolare era stata inviata anche
alla chiesa di Laodicea, e sarebbe proprio quella che avrebbe poi dovuto essere
trasmessa anche a Colosse, secondo Colossesi 4:16. Colosse
era una città della Frigia, situata sulla sponda sinistra del fiume Lico, circa
200 km ad est di Efeso, lungo la strada che attraverso l’Asia Minore portava in
Oriente. La chiesa di Colosse era
in qualche modo collegata con le chiese di altre due località vicine: Jerapoli
e Laodicea. (Le tre cittadine distavano l’una dall’altra circa 20 km). Queste chiese però erano vicine non solo in senso geografico
(oggi si direbbe che appartenevano allo stesso distretto), ma soprattutto perché si erano legate con stretti
vincoli di comunione fraterna. Paolo
testimonia infatti che Epafra (un fratello della chiesa di Colosse che era
stato inviato a Roma per aiutarlo) lottava
sempre nelle sue preghiere e si dava molta pena sia per i credenti di
Colosse che per quelli di Laodicea e di Jerapoli (4:12,13). Dal
canto suo, anche Paolo ci tiene a far sapere ai credenti di Colosse che sta
lottando per loro con un arduo
combattimento (2:1). Cioè le sue preghiere d’intercessione per i
Colossesi - e per quelli delle chiese vicine
- erano talmente intense e
pressanti da essere paragonate ad un combattimento. Di regola un combattimento
è condotto contro un nemico. Il nostro nemico, Satana, quando non riesce ad
impedire la predicazione, cerca di distorcerne e di diminuirne gli effetti.
Questo stava succedendo a Colosse (vedremo fra poco i dettagli). Una
cosa da notare attentamente è che quei credenti Paolo non li conosceva di
persona, ma ne aveva solo sentito parlare (nel versetto 2:1 è detto chiaramente
che essi non avevano mai visto la sua faccia). Eppure stava conucendo per loro
un arduo combattimento. (Pensiamo
invece a come si comporta di solito qualche altro in condizioni analoghe. Forse
con una constatazione di impotenza: “Sono
troppo lontano per fare qualcosa”;
magari, con una giustificazione: “Qui ho
un mucchio di problemi, e poi, in fondo, quelli non li conosco nemmeno!”;
quasi sempre, con una espressione di rammarico apparentemente sincera: “Peccato, una così bella testimonianza che
rischia di andare in rovina!”). I
problemi da cui erano afflitti in quel periodo i credenti di quella regione
dell’Asia Minore sono descritti nei versetti 2:4-23. Senza entrare in dettagli,
possiamo capire che i Colossesi si erano lasciati convincere da qualche
predicatore itinerante di estrazione giudaica ad attribuire eccessiva
importanza a riti, tradizioni e
precetti di legge. Ar riguardo, Paolo asserisce che non bisogna confondere l’ombra con la sostanza (2:17). (Faremmo
bene a considerare che spesso il voler rispettare delle regole nasconde in
realtà il desiderio di sentirci a posto davanti a Dio. Ma c’è di peggio: un
tale comportamento ci porta facilmente a criticare coloro che non le
osservano! “Nessuno vi giudichi [riguardo a queste cose]”, ammonisce però
Paolo, 2:16). Un
altro errore dei Colossesi era quello di credere che bisognava ricorrere a riti
speciali per difendersi dalle potenze ultraterrene, o propiziarsene l’aiuto (culto degli angeli, v.18). (La
mania di volersi difendere dagli influssi ultraterreni porta anche ai giorni
nostri ad una serie di comportamenti superstiziosi - amuleti, oroscopi,
giorni fausti e infausti). Queste
false convinzioni e paure derivano, dice Paolo, da una insufficiente conoscenza
di Cristo, che ha vinto una volta per
tutte le potenze delle tenebre. (Vedere in particolare l’immagine del corteo trionfale del v.15. Il corteo
trionfale era in uso presso i Romani, quando il vincitore trascinava dietro il
suo carro i prigionieri catturati, esponendoli in mostra. Così ha fatto Gesù,
il quale dopo aver sconfitto le potenze delle tenebre - dopo averle spogliate - le ha messe in mostra dietro al suo carro di trionfatore. La
vittoria di Cristo sulla croce significa che nessuna misteriosa potenza
malefica (principati, potestà) potrà
più farci paura. Cristo le ha vinte per tutti noi, definitivamente. Un
terzo errore del comportamento dei Colossesi era quello di voler mortificare il
corpo con pratiche ascetiche (2:23). Le pratiche di austerità corporale,
osserva Paolo, pur servendo ad umiliare il nostro fisico, non ci fanno in
realtà mutare nell’intimo. Peggio ancora, potrebbero inorgoglirci (servono solo a soddisfare la carne). Già si è osservato che la
lettera ai Colossesi fu scritta contemporaneamente a quella agli Efesini. Elenchiamo le principali
analogie tra le due lettere (soggetti, riferimenti personali, espressioni
caratteristiche):
Dalla lettura
puntuale della lettera ai Colossesi possiamo apprendere altrii dettagli:
- (1:7; 4:12,13) Era stato Epafra ad evangelizzare i
Colossesi
- (1:24; 4:3,10,18) Quando scrisse, Paolo si trovava in
prigione
- (1:8) Le informazioni sui
Colossesi gli erano state portate da Epafra Mettendo assieme poi le notizie della lettera
ai Colossesi con quella a Filemone si possono poi trarre altre deduzioni.
Apprendiamo che la chiesa di Colosse si radunava in casa di Archippo (Fil 2), e
che Filemone (un benestante) e Apfia (forse sua moglie) ne erano membri. E’
detto che Archippo aveva rivevuto dal Signore un ministero (ossia un servizio da svolgere) (Col 4:17). Si trattava
probabilmente del compito di tenere a disposizione la sua casa per le riunioni,
e di prendersi cura della chiesa come anziano. (Paolo gli dice perentoriamente:
“Bada al servizio che hai ricevuto nel
Signore, per compierlo bene”). Dalla
lettera a Filemone (v.23) si deduce poi che Epafra sarebbe rimasto a Roma ad
accudire Paolo, e che Onesimo (lo schiavo di Filemone che, dopo aver derubato
il padrone era fuggito a Roma, dove aveva incontrato Paolo e si era convertito)
avrebbe accompagnato Tichico nel viaggio fino a Colosse (v.12). Il riferimento
ai doveri dei servi riguardo ai padroni (e dei padroni riguardo ai servi) è
particolarmente significativo se pensiamo che la lettera ai Colossesi fu letta
a tutta la chiesa riunita in casa di Archippo, alla presenza di Filemone, di
sua moglie e del fuggitivo Onesimo che, sebbene cambiato spiritualmente,
avrebbe dovuto riprendere a servire il suo padrone più di prima, anche nei
momenti in cui non si sentiva direttamente sorvegliato...(3:22). Nella
lettera ai Colossesi sono comprese parti essenzialmente dottrinali ed altre di
carattere pratico. Tra le parti dottrinali, merita di essere specialmente messo
in evidenza il Brano Cristologico di
1:15-20, dove viene descritto un Cristo di dimensioni cosmiche, in una
posizione di assoluta preminenza. L’essenza e l’opera di Cristo ci vengono
presentate senza limiti, e arrivano dove non avremmo forse pensato potessero
arrivare. Leggiamo così che l’amato Figlio è l’immagine
dell’invisibile Dio (15), il principio di tutto (15,18), l’artefice, il
fondamento e il sostegno della creazione (16,17), il fine e lo scopo
dell’universo (16b). Ma sia ringraziato Iddio che questa figura così eccelsa
non ci resta inaccessibile, perché si occupa continuamente di noi. Infatti noi,
deboli esseri, siamo membri della Chiesa, membra
del Corpo di cui Egli stesso è il Capo (18). Tra
le parti di carattere pratico emerge invece il brano 3:1-17, dove Paolo intende
far capire che la vita cristiana esige una serie di cambiamenti. Con una contrapposizione
di concetti tipica del suo stile, Paolo parte dalla considerazione che i
destinatari della lettera sono morti
(voi moriste, v. 3: è chiaramente un
paradosso) e risuscitati. Pertanto
ora devono cambiare i pensieri (cercate
le cose di sopra, v.1) e le abitudini (le abitudini sono come gli abiti,
occorre sostituirli: spogliatevi e rivestitevi, v.8-13). E come atto
conclusivo, dopo essersi appropriati degli abiti nuovi (le caratteristiche del
cristiano, v. 12,13), occorre ancora sapersi rivestire dell’amore, quasi fosse un mantello, che
servirà a rendere perfetto l’intero
abbigliamento (14). Analisi dettagliata di 1:1-14 L’Evangelo
si espande La
Buona Novella era stata portata a Colosse per mezzo di Epafra (7),
"compagno" di Paolo nel servizio del Signore (Come abbiamo già detto,
Paolo non aveva mai predicato direttamente a Colosse, cfr 2:1. Era stato lo
stesso Epafra a riferire all'Apostolo le notizie del progresso spirituale dei
Colossesi). Così Paolo gioisce immensamente che il messaggio della grazia sia
giunto fino a loro e quasi si stupisce di meraviglia quando considera che
l'Opera di Dio sta progredendo in tutto il mondo. Impariamo
anche a ringraziare Paolo
desidera far sapere ai Colossesi che le sue preghiere per loro erano continue
(3); egli non cessava mai di pregare (9). Abbiamo visto come i credenti di
Colosse avessero dei problemi e necessitassero di molto aiuto; così Paolo, non
potendo soccorrerli di persona, pregava per loro. Ma è notevole considerare che
Paolo nelle sue preghiere non si limitava solo a chiedere: egli ringraziava (6). Ringraziava Dio per la
fedeltà e l'amore dei Colossesi, ma soprattutto perché l'Evangelo, che era
pervenuto fino a loro, stava crescendo e portando frutto in tutto il mondo (6). (Teniamo
dunque a mente questa lezione: solleviamoci ogni tanto dai nostri soliti
problemi e guardiamo oltre l'orizzonte. Vedremo allora l'Opera di Dio che si
espande e porta frutto, dall'Africa alla lontana Corea, dal Sud America ai
paesi dell'Est, talvolta tra miserie, tormenti e persecuzioni. Non è questo un
motivo validissimo per ringraziare il Signore?). Un
modesto servitore Se
i Colossesi hanno udito l'Evangelo, se Paolo ne ha appreso i progressi, è
dunque per opera di Epafra. Di Epafra effettivamente non sappiamo molto. Paolo
lo definisce "caro compagno" e "fedele ministro" (=
servitore) (7). Più avanti (4:12,13) lo chiamerà " servo di Gesù
Cristo", e ne attesterà la perseveranza nella preghiera. (Dall'Epistola a
Filemone, v.23, apprenderemo poi che Epafra divenne "compagno di
prigione" di Paolo a Roma). Possiamo dunque definire Epafra un uomo che
seppe servire e soffrire per l'Opera del Signore. E'
di siffatti ''collaboratori” che Dio si serve per il progresso dell'Evangelo
nel mondo. Le
richieste di Paolo nelle preghiere Avevamo
detto che Paolo ringraziava Dio per i Colossesi (3). Ora vediamo in dettaglio
che cosa chiedeva per loro: che imparassero sempre di più a conoscere la
volontà di Dio (9); che seguissero un cammino spirituale in continua crescita
(10); che fossero fortificati (11); che si ricordassero sempre di ringraziare
Dio per la posizione meravigliosa in cui Egli li aveva messi (12-14). La
conoscenza della volontà di Dio Dice
il testo che essa deve essere "profonda", e che occorre esserne
"ripieni" (9). Ma attenzione! Non si tratta di una conoscenza
soltanto teorica: essa ha scopi eminentemente pratici, e deve produrre un reale
cambiamento di vita. Camminare
(= comportarsi) in modo degno del Signore Ecco
il preciso risultato della conoscenza della volontà di Dio, che significa non
rimanere sterili e inattivi, ma cercare di piacere a Dio operando nel bene (=
portando frutto). Tale esercizio pratico condurrà ad un ulteriore accrescimento
della conoscenza (10 b). La conoscenza è dunque un'attività progressiva. Essere
forti Un
cristiano pieno di conoscenza ed esercitato nella pratica del bene, sarà pure
ripieno della potenza della gloria di Dio. Egli sarà dunque "forte".
Ciò non significa necessariamente che sarà in grado di compiere grandiose e
spettacolari operazioni: la forza dei credenti si manifesta appieno quando essi
riescono a non venir meno di fronte alle prove (= sono "pazienti”), e
sanno sopportare le offese senza reagire (= sono "longanimi") (11). La
preghiera di Paolo termina con la richiesta che i Colossesi rendano grazie a
Dio per essere stati ammessi a partecipare alla “sorte dei santi nella luce”
(12). Questa sorte è l' "eredità" che Dio ha riservata nei cieli per
i credenti (cfr 1 Pi 1:4). Il
Regno del Figlio La
"sorte" dei santi non è solo una speranza: Dio ci ha già
trasportati nel Regno del Figlio; questo per i credenti è un fatto
acquisito. Ciò significa che fin d'ora possiamo vivere in un'altra realtà,
in una vita nuova (cfr 3:1-3). La situazione da cui siamo stati
"riscossi" è chiamata la "potestà delle tenebre" (tutto il
brano evoca il passaggio da uno stato di schiavitù ad uno di libertà). Ricordiamoci
dunque: il motivo di un ringraziamento continuo sarà anche per noi solo e
sempre ciò che Dio ha compiuto in Cristo. E il ringraziamento dovrà essere reso
con allegrezza (12): la gioia della salvezza non dovrà mai offuscarsi di fronte
ad alcuna avversità.
Davide Valente, maggio 96 |