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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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LA LETTERA AGLI EBREI 1. Introduzione 1.1.
Analisi del contenuto L’Autore
stesso definisce la sua Lettera una “parola di esortazione” (13:22).
L’esortazione è quella “a perseverare nella fede cristiana”, e si fonda sul
carattere superiore e definitivo del Nuovo Patto rispetto all’Antico.
L’argomento è sviluppato secondo il seguente schema (alquanto semplificato): a) Superiorità del Nuovo Patto
rispetto all’Antico, perché il suo Mediatore (Cristo, il Figlio di Dio) è
superiore a qualsiasi profeta, agli angeli e a Mosè (1 - 4:13); b) Superiorità del Nuovo Patto
rispetto all’Antico, perché in questo Nuovo Patto ha operato e opera un Sommo
Sacerdote che è lo stesso Cristo. Il suo “ordine” (di Melchisedec) è superiore
a quello di Aaronne. Egli ministra in un santuario che non è quello terreno (il
Tabernacolo il Tempio), ma quello celeste. Inoltre Egli ha offerto se stesso in
sacrificio, aprendo al popolo il libero accesso al trono divino, con un
sacrificio che è “unico”, perché di efficacia perfetta ed eterna (4:14 -
10:18). c) L’invito a perseverare nella
fede prosegue adducendo motivi basati sull’esempio di innumerevoli testimoni
(gli eroi della fede del cap 11) e soprattutto sull’esempio supremo di Gesù
(10:19 - 12). La lettera si chiude con raccomandazioni varie e comunicazioni
personali (cap 13). Occorre
notare che le esposizioni teologiche, nutrite di esegesi (cioè di spiegazioni
sul significato dei testi citati) sono spesso interrotte da ardenti
ammonimenti, sui quali daremo in seguito qualche cenno. D’altra parte le fila
dei temi principali si compenetrano con una sottigliezza che sconcerta la
nostra logica occidentale, e il modo con cui vengono utilizzati i testi della
Scrittura a volte ci sorprende. 1.2.
I destinatari della Lettera Il
titolo agli Ebrei, antichissimo
(risale al II secolo), è pienamente giustificato dai riferimenti alla storia e
ai riti giudaici esposti nel testo. I destinatari erano dei giudeo-cristiani, convertitisi da lungo
tempo (5:12). Essendo i loro primi conduttori ormai morti (13:7), ora alcuni di
loro corrono il rischio di cadere nell’incredulità e nell’apostasia. Ma
dove si trovavano questi
giudeo-cristiani? Parecchi commentatori ritengono che si trovassero a Roma,
costituendo quasi un gruppo a latere
nella comunità proveniente in prevalenza dal paganesimo. Altri invece li
ritengono sacerdoti ebrei divenuti cristiani (cfr. At 6:7), che avevano dovuto
abbandonare Gerusalemme per rifugiarsi forse a Cesarea (BJ). 1.3.
Autore, data e luogo di composizione
La
Lettera, redatta in ottimo greco e
- come abbiamo già detto -
traboccante di argomenti teologici, ci è giunta anonima. Tuttavia l’autore risultava ben noto ai lettori (v. cap.
13). In oriente si era fatta strada l’idea che la lettera fosse di Paolo,
mentre altri (Tertulliano) la ritenevano di Barnaba. Per sottolineare la
difficoltà di risolvere il problema, è rimasta celebre la dichiarazione di
Origene: “Chi l’abbia scritta Dio solo lo sa”. Diodati l’aveva attribuita a
Paolo, ma tra i critici moderni ormai quasi più nessuno in ambito protestante
sostiene che sia stata scritta da Paolo, mentre tra i critici cattolici questa
convinzione è tuttora assai radicata, come, per esempio, fanno Nardoni e la BJ.
Invece la C.E.I., pur riconoscendone come prettamente paolini i contenuti
teologici, l’assegnerebbe ad Apollo o a Barnaba. F.S.Attal, nel commento della
CONCORDATA, ripropone una antica opinione che Eusebio attribuiva a Clemente
Alessandrino, e cioè che Paolo avesse scritto la lettera in ebraico (per i
giudeo-cristiani di Gerusalemme) e che poi un altro (Luca?, Apollo?) l’avesse
“tradotta” (o piuttosto, riscritta) nel bellissimo e armonioso greco in cui ci
è pervenuta. L’attribuzione
ad Apollo (questa era anche l’opinione di Lutero), deriva dal fatto che di lui
è detto che era “eloquente e versato nelle Scritture” (At 18:24). In tempi
recenti è stata sostenuta la possibilità che l’autore sia stato Sila (=
Silvano), il compagno di Paolo e Timoteo, che negli anni Sessanta del primo secolo era stato
segretario di Pietro a Roma (cfr. 1 P 5:12). Questa suggestiva ipotesi è
sostenuta da Selwyn e caldeggiata da Hewitt (Comm. agli Ebrei, G.B.U.,
Claudiana), soprattutto basandosi sulle numerose analogie tra 1 P ed Eb (ne
vengono elencate circa una quindicina). Tuttavia, vista la scarsa o nessuna
speranza di risolvere il problema, potemmo concludere - come fa Stibbs -
che “è più saggio accontentarsi di non sapere” (Stibbs, Comm. Bibl.,
Introd. agli Ebrei, Modena). Sulla
data c’è invece un sostanziale accordo. L’epistola, citata da Clemente Romano
nel 96, va verosimilmente anticipata a prima del 70, perché non vi si fa cenno
della distruzione del Tempio. Tuttavia non può essere anticipata troppo, perché
i destinatari appartengono ad una generazione di cristiani che ha già vissuto
varie esperienze. La data proposta da quasi tutti gli studiosi è intorno
all’anno 67. Se
i destinatari sono i giudeo-cristiani che avevano lasciato Gerusalemme, la lettera
potrebbe essere stata scritta dall’Italia (Roma). Se i destinatari sono invece
i giudeo-cristiani di Roma, e l’autore è Sila (?), questi potrebbe aver scritto
la lettera dall’oriente, subito dopo il martirio di Pietro e Paolo (i
“conduttori” di cui si dovevano ricordare?, 13:7). In tal caso il passo “Quelli
d’Italia vi salutano” (13:24) andrebbe inteso come “quelli che sono venuti con
me dall’Italia”. 2. Cenni su alcuni dei temi
principali 2.1.
Cristo Sommo Sacerdote Abbiamo
accennato all’inizio ai temi di Cristo come Mediatore e come Sommo Sacerdote
del Nuovo Patto. Soprattutto quest’ultimo punto è importante, perché la Lettera
agli Ebrei è il solo libro del Nuovo Testamento in cui il soggetto del
Sacerdozio di Cristo viene trattato. Il Sacerdote presso gli antichi Ebrei era
quello che faceva da tramite fra il popolo e il Signore, offrendo vari
sacrifici nel Tabernacolo (e poi nel Tempio); ed era l’unico che potesse
entrare nel Luogo Santissimo (la “Dimora” di Dio), per implorare
dall’Onnipotente il perdono per il popolo peccatore. Ora la Lettera agli Ebrei
spiega che Gesù Cristo è il Sacerdote eterno,
che ha offerto Se Stesso in
sacrificio; che questo sacrificio è unico,
avvenuto una volta per sempre; che Egli ha spalancato a tutti i cristiani l’accesso al Luogo Santissimo, dove c’è
il “Trono di Dio” (“Avendo dunque un gran Sommo Sacerdote, Gesù, accostiamoci
con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar
grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”, 4:14,16; “Avendo dunque,
fratelli, libertà di entrare nel Luogo Santissimo per mezzo del sangue di Gesù,
per quella via nuova e vivente che Egli ha inaugurata per noi attraverso la
cortina, vale a dire la sua carne..., avviciniamoci con cuore sincero e con
piena certezza di fede...”, 10: 19-22). 2.2.
Il Tabernacolo Tutta
la simbologia del Tabernacolo con i suoi numerosissimi arredi, sulla quale sono
stati fatti spesso studi da eminenti fratelli, trae la sua origine e la sua
validità dalla Lettera agli Ebrei. L’esposizione si basa sulla tipologia, per la quale oggetti e
persone dell’Antico Testamento (tipi)
hanno una corrispondenza nelle realtà del Nuovo Testamento (antitipi). Così a Melchisedec
corrisponde il Cristo-Sacerdote, al Tabernacolo il Paradiso, alla Cortina il
corpo martoriato di Cristo, all’Altare dei sacrifici la Croce, ecc. Va da sé
che una volta imboccata questa strada, si possono trovare moltissime altre
analogie. 2.3.
Il Nuovo Patto Va
ribadito che il motivo dominante di tutto il ragionamento teologico è la
superiorità del Nuovo Patto rispetto all’Antico. Il momento clou dell’esposizione si ha quando
l’Autore (8:8-13) prende pari pari il passo di Geremia 31:31-34 e lo applica ai
Cristiani. E’ il famoso passo che dice: “Ecco, i giorni vengono, dice il
Signore, che io concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un patto
nuovo... Io metterò le mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui loro cuori,
e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo... E avrò misericordia delle
loro iniquità, e non mi ricorderò più dei loro peccati”. Il riferimento fatto
dall’Autore della Lettera a questo passo che tutti fino a quel momento avevano
attribuito al futuro ristabilimento d’Israele è di un ardire vertiginoso e
sorprendente. L’economia della Chiesa non è una “parentesi” nel piano di Dio,
come alcuni pensano illustrando le profezie dell’Antico Testamento. Ma la cosa
più sorprendente è che Geremia in effetti “credeva” di parlare del futuro del
suo popolo, ma in realtà lo Spirito Santo gli consentì di descrivere, col Nuovo
Patto, la benedetta situazione della Chiesa Cristiana, senza che lui potesse minimamente
immaginare di che cosa si trattasse. Questo è il miracolo dell’ispirazione!
(Cfr. al riguardo 1 P 1:10-12: “Intorno a questa salvezza indagarono e fecero
ricerche i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata. Essi
cercavano di sapere l’epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito
di Cristo che era in loro..., ma fu loro rivelato che non per se stessi, ma per
voi, amministravano quelle cose... “). 2.4.
L’invito a perseverare nella fede In
12:1 l’Autore invita i lettori a correre
la gara, paragonando la vita cristiana ad una competizione sportiva.
L’immagine non è nuova, perché l’aveva usata Paolo nella famosa metafora della
corsa nello stadio (1 Co 9:24). Ma qui l’elemento di novità è costituito dagli
spettatori (i testimoni del cap. 11).
Facciamo però attenzione: non sono i testimoni a dover guardare i corridori in
gara, ma piuttosto i corridori a dover tenere conto del loro così grande
numero, perché quelli che ora li circondano sono stati al tempo loro dei
corridori che hanno gareggiato e hanno vinto, pagando a volte con la vita il
loro impegno. L’attenzione viene poi portata sugli impedimenti alla corsa (i pesi), e quant’altro può intralciare
l’atleta limitandone i movimenti (in genere: il peccato). Il concetto del peccato “che così facilmente ci
avvolge” nell’originale significa letteralmente “che ci avvolge bene” (la
parola greca ha il prefisso eu). E’
una chiara allusione alle subdole insidie del peccato. Merita
ancora di essere considerata la parola tradotta “deponiamo”. E’ uguale al verbo
usato in Cl 3:8: “deponete anche voi tutte queste cose: ira collera, malignità,
calunnia”. Significava “togliersi i vestiti”, e si riferisce al frequentatore
delle terme che depone gli abiti nella nicchia sopra il sedile prima di entrare
nel calidarium. I vari vizi o peccati
sono come gli abiti, assolutamente inadatti a ciò che si intende effettuare,
bagno termale o gara nello stadio (ricordiamo che i partecipanti alle gare
correvano completamente nudi). Il cristiano non è automaticamente liberato dai
suoi vizi o difetti perché è cristiano (partecipe
di una vita nuova). Deve fare uno sforzo per cercare di “deporre i peccati”. Ma
a volte, quando manca la volontà di liberarsene, si sente anche dire: “Dovete
avere pazienza e sopportarmi, perché sono fatto così...”. (Nel
Nuovo Testamento c’è un’altra immagine per illustrare la necessità di camminare
senza impacci. E’ la celebre frase “cinti i fianchi (i lombi) della mente”, 1 P
1:13, che invita i lettori a raccogliere con una cintura le vesti svolazzanti
per poter condurre più speditamente il cammino spirituale). Dopo
aver considerato la validità dei testimoni a cui fare riferimento, prendendoli
ad esempio di perseveranza, l’autore
esorta ora i lettori a distogliere lo sguardo dal giudaismo esteriore per
volgerlo a Gesù, di cui ha ampiamente mostrato la superiorità sia come
Mediatore che come Sacerdote del Nuovo Patto. L’accento si sposta ora sulla
“fede” di Gesù, e viene detto di Lui che è “colui che crea la fede e la rende
perfetta” (N.RIV.); “autore e perfezionatore della fede” (CEI). La TILC tenta
di rendere con parole più comprensibili il concetto: “E’ Lui che ci ha aperto
la strada della fede e ci condurrà fino alla fine”. L’Autore
ha dato un lungo elenco di eroi rinomati per la loro fede e li ha presentati
come esempi, ed è ragionevole supporre che egli voglia presentare per ultimo
Gesù come esempio supremo di questa fede. Ma di che fede si tratta? Non è la
fede di cui parla ripetutamente Paolo, ossia del canale attraverso il quale la
grazia della salvezza penetra nella vita del credente, che si è appropriato
dell’opera compiuta da Cristo (cfr. Ro 3:28; 5:1; Ef 2:8,9). La fede di cui
parla l’autore della Lettera agli Ebrei è invece soprattutto qualche cosa che
si rivolge primariamente al mondo delle realtà invisibili. E’ una “fiducia” che
rende gli uomini certi di ciò che essi non vedono (cfr. Eb 11:1-3), in quanto
questo mondo è una copia od un’ombra di quello invisibile, che solo è reale e
eterno. E gli eroi dell’Antico Testamento citati come esempi sono “uomini di
fede” che hanno sperimentato sulla terra le benedizioni di questo altro mondo
(Abramo aspettava la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e
costruttore è Dio, Eb 11:10). 2.5.
Saper apprezzare gli esempi L’Autore
invita i lettori a fare riferimento a quelli che li hanno preceduti e che hanno
condotto una vita esemplare. Nel cap. 13 della nostra lettera, al v. 7,
troviamo questo bellissimo invito: “Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali
vi hanno annunziato la Parola di Dio, e considerando quale sia stata la fine
della loro vita, imitate la loro fede”. Gli appelli di Eb 12:1 e 13:7 si
riferiscono a persone che da tempi più o meno lunghi hanno terminato la loro
vita terrena, e che dovremmo considerare come esempi. Tuttavia
l’Apostolo Paolo aveva l’ardire di proporsi come esempio “da vivo”, dicendo:
“Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Co 11:1), e “Le cose che
avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele” (Fl 4:9). Sarebbe
quindi forse più profittevole per ciascuno di noi saper apprezzare le doti dei
nostri fratelli quando sono ancora in vita, e non tesserne gli elogi soltanto
dopo morti. Talvolta
si sente dire: “Non dobbiamo fare riferimento all’uomo, ma guardare al Signore”.
Ma la Scrittura ci dice anche di “stimare gli altri superiori a noi stessi”
(cfr. Fl 2:3b). 2.6.
Dichiarazioni peculiari Alcune
affermazioni o definizioni sono peculiari della Lettera agli Ebrei, vale a dire
si trovano solo in questo testo nella forma in cui ci sono divenute familiari.
Ne citiamo tre. a)
Le caratteristiche della Parola di Dio (4:12): La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada
a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le
giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. b)
Definizione della fede (11:1): La
fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si
vedono. c)
Doveri verso i Conduttori della chiesa locale (13:7,17): Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali
vi hanno annunziato la Parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine
della loro vita, imitate la loro fede. (...) Ubbidite ai vostri conduttori e
sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime come chi deve
renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò
non vi sarebbe di alcuna utilità. 2.7.
I “Cinque Ammonimenti” C’è
differenza tra esortazione e ammonimento. Si definisce esortazione l’invito a comportarsi in un certo modo, al fine di
ottenere dei benefici di natura spirituale. L’ammonimento è invece un avvertimento solenne a non fare certe cose
per non dover subire conseguenze catastrofiche e irreversibili (in effetti
l’ammonimento è come una minaccia). I
cosiddetti Cinque Ammonimenti della
Lettera agli Ebrei sono di questa natura. 1°
Ammonimento (2:1-4): Se (per gli
antichi) ogni parola pronunziata per mezzo di angeli si dimostrò ferma e ogni
trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione, come
scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza? Ossia, la legge
venne convalidata (si dimostrò ferma) per mezzo delle punizioni imposte sopra
coloro che si rendevano colpevoli. Ora la nuova legge è il Vangelo
(rappresentato come offerta di grande salvezza). Se questa offerta viene
trascurata, sarà inevitabile la punizione. 2°
Ammonimento (3:7-19 - 4:11): (...)
Esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: “Oggi”, perché nessuno di
voi si indurisca per la seduzione del peccato. Infatti siamo divenuti partecipi
di Cristo, a condizione che manteniamo ferma sino alla fine la fiducia che
avevamo da principio, mentre ci viene detto: “Oggi, se udite la sua voce, non
indurite i vostri cuori, come nel giorno della ribellione”. (...) Chi furono
quelli di cui Dio si disgustò per quarant’anni? Non furono quelli che
peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? A chi giurò che non sarebbero
entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? (...)
Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo
stesso esempio di disubbidienza. L’accento è posto sulla frase “a
condizione che manteniamo ferma fino alla fine...”. Sembra che questo 2°
Ammonimento dica: “Non si può essere salvati se non si è rimasti fedeli fino
alla fine”. 3°
Ammonimento (6:4-8): Quelli che sono
stati una volta illuminati (...) e hanno gustato la buona Parola di Dio e le
potenze del mondo futuro, e poi sono caduti, è impossibile condurli di nuovo al
ravvedimento... Soprattutto per questo passo, Lutero non apprezzava
l’Epistola agli Ebrei, perché vi viene affermato che non ci può essere un
secondo ravvedimento. Egli quindi la piazzò con l’Epistola di Giacomo alla fine
del Nuovo Testamento, facendo così una distinzione fra esse ed il resto. 4°
Ammonimento (10:26-31): Se
persistiamo nel peccare volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della
verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati; ma una terribile attesa
del giudizio e l’ardore di un fuoco che divorerà i ribelli (...). E’ terribile
cadere nelle mani del Dio vivente. Attenzione alla frase “se persistiamo a
peccare volontariamente”: la conseguenza inevitabile sarà il “giudizio”. 5°
Ammonimento (12:25-29): Badate di non
rifiutarvi d’ascoltare Colui che parla; perché se non scamparono quelli, quando
rifiutarono d’ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno
scamperemo noi, se voltiamo le spalle a Colui che parla dal cielo (...). Perché
il nostro Dio è anche un fuoco consumante. Questo 5° Ammonimento, pur con
qualche differenza, ha parecchie analogie col 1° Ammonimento. Dove
sta il problema? Sta negli Ammonimenti 2°, 3° e 4°, che sembrano voler affermare
la necessità della perseveranza per conseguire la vita eterna. Ma questo
argomento non è peculiare della Lettera agli Ebrei, perché in effetti si
ritrova in altri passi del Nuovo Testamento, come mostreremo in quest’ultimo
paragrafo. 2.8.
Considerazioni sulla perseveranza nella fede nel N.T. Riguardo
alla perseveranza si trovano nel N.T.
numerosi riferimenti. Occorre intanto osservare che i termini tradotti con perseveranza, perseverare nella N. RIV., nell’originale greco sono resi con i
verbi upomeno, prosmeno, emmeno, epimeno, tutti originati dalla radice meno e con significati simili = rimanere, restare fedeli, perseverare.
Ed
ecco alcune citazioni, cominciando da
ciò che disse Gesù ai discepoli che stavano per affrontare delle persecuzioni: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà
salvato” (Mt 10:22). E quando spiega la parabola del seminatore dice,
secondo Lu 8:15, che il seme “che è caduto
in un buon terreno sono coloro i quali, dopo aver udito la Parola, la ritengono
in un cuore onesto e buono e portano frutto con perseveranza”. Paolo
e Barnaba, ad Antiochia di Pisidia, convincevano coloro che avevano creduto
all’annunzio del Vangelo a “perseverare
nella grazia di Dio” (At 13:43); e poi, dopo aver predicato anche a Iconio,
Listra e Derba e aver fatto molti discepoli, tornarono indietro fortificando
gli animi ed esortandoli a “perseverare nella fede, dicendo loro che dobbiamo entrare
nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14:22). Paolo,
nella Lettera ai Romani, dopo aver parlato della sorte d’Israele dice, rivolto
ad un suo ipotetico interlocutore cristiano convertitosi dal paganesimo: “Considera dunque la bontà e la severità di
Dio: la severità verso quelli che son caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché
tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso” (Ro
11:22). E nel passo di Cl 1:21-23, rivolgendosi ai pagani convertiti,
l’Apostolo dice: “Dio vi ha riconciliati
per mezzo della morte [di Cristo], per farvi comparire davanti a sé santi, senza
difetto e irreprensibili, se appunto perseverate nella fede, fondati e
saldi e senza lasciarvi smuovere...”. E’ indubbio che quel “purché” (gr. ean) e il “se appunto” (gr. ei ghe) hanno il significato di
condizione inderogabile. Terminiamo
citando alcune frasi dalle Lettere dell’Apocalisse. Lettera alla Chiesa di Smirne:
Sii fedele fino alla morte e io ti darò
la corona della vita (Ap 2:10). L’esortazione alla perseveranza (sii fedele fino alla morte) va collegato con
l’espressione conclusiva della Lettera: “Chi
vince...”. In effetti, chi vince è colui che avrà perseverato fino alla
fine. Il concetto è chiarito nella lettera a Tiatiri: “A chi vince e persevera nelle mie opere sino alla fine, darò potere...”
(2:26). L’argomento
della perseveranza ha innescato talvolta polemiche, in quanto conterrebbe,
secondo alcuni, un incoraggiamento a ben operare per acquisire meriti, mentre
la salvezza è per grazia e non per opere. Anche la dichiarazione di alcune
chiese pentecostali e apostoliche che “è possibile scadere dalla grazia” se non
si persevera nella fede, viene impugnata da altri movimenti (i “fratelli” più
radicali), che asseriscono con forza che la “salvezza” non si perde.
Davide Valente, marzo 2002 |