![]() |
| FM
91.5 To sud 102.200 |
"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
![]() |
STUDIO SUGLI ATTI Tanti
modi per leggere gli Atti Stiamo
per affrontare un argomento che di per sé sembrerebbe colossale: un riepilogo
del Libro degli Atti. Perché il Libro degli Atti contiene più notizie, più
personaggi e più eventi di tutti gli altri libri del Nuovo Testamento messi
insieme. Però cercheremo di riassumere, tratteggiando qualche cosa di
importante che dovremmo sapere. Ci sono tanti modi per leggere gli Atti.
Cominciando da quello che dice lo stesso Luca, che ne è l’autore, quando lui
inizia il libro, indirizzandolo a Teofilo, che era già stato il destinatario
del Vangelo, gli dice: “Guarda che io ti ho già scritto un libro dove era
descritto tutto quello che Gesù cominciò
a fare e ad insegnare. Questa è la traduzione della Nuova Riveduta. Nella
Riveduta Vecchia c’era scritto “Gesù prese a fare e ad insegnare”, che potrebbe
anche andar bene; ma questa è più calzante e sottolinea l’inizio di un’attività
di Gesù quando era su questa terra; attività che fu proseguita dai suoi
discepoli dopo che Lui era salito al cielo. Questo è importante, perché in
questo modo noi possiamo vedere che gli “Atti” non sono delle azioni soltanto
dei discepoli, ma è Gesù stesso che per mezzo loro agisce mediante il suo
Spirito. Mi pare che questo concetto sia chiaro e non ritengo il caso di spenderci
altre parole. Allora,
i vari modi di leggere gli Atti possono essere, per esempio, quello di vedere
gli “atti di Pietro”, che riempiono un terzo del libro. Due terzi invece,
facendo le ripartizioni un po’ a spanne, sono riempiti dagli “atti di Paolo”. Gli
“atti di Pietro” Gli
atti di Pietro si trovano all’inizio, e li riassumerò rapidamente. Non sto a
raccontarli in dettaglio, perché ci sono nel testo; e chi scoprisse delle
lacune nella sua memoria, farà presto a rileggerseli. All’inizio troviamo i
discepoli molto preoccupati, perché erano rimasti in undici. Uno era sparito, e
la cosa principale per loro era di ricostituire il numero di dodici. Guardate
un po’ che preoccupazione! Invece di pensare a cose più importanti, si dettero
da fare per tirar le sorti per un certo Mattia, e il protagonista purtroppo fu
Pietro. Naturalmente
l’atteggiamento di Pietro cambia - diremmo fra virgolette “diventa più spirituale” -
quando viene riempito dello Spirito Santo e fa il famoso discorso alla
Pentecoste, sulla piazza di Gerusalemme, a quella moltitudine, dicendo:
“Guardate che quello che avete crocifisso era Gesù, d’accordo, ma quello era il
Cristo!”. Ora per afferrare il significato del discorso di Pietro bisogna
capire il significato della parola Cristo. La parola Cristo significa Messia.
Nelle nostre traduzioni, se uno legge superficialmente, o se dà il testo a un
non credente sperando che quello capisca..., ma come fa quel poveretto a capire!
Ma quelli che ascoltavano Pietro capivano benissimo, perché lui parlava in ebraico,
e gli diceva che Gesù era il Messia. “Avete capito - diceva -
che avete crocifisso il Messia, quello promesso dai profeti? Adesso però
sappiate che il Signore lo ha risuscitato”. Questo fu il discorso di Pietro che
fece presa sull’uditorio; e se ne convertirono tremila di colpo. Poi,
dopo, troviamo Pietro che insieme a Giovanni, si recò al Tempio, dove si imbatté
in un tale che era zoppo fin dalla nascita e che chiedeva di essere aiutato. E
allora Pietro, anziché fargli l’elemosina, visto che di quattrini ne aveva
sempre avuti pochi e che in quel momento non ce ne aveva neanche uno, gli
disse: “No, soldi non te ne do, ma quello che ho te lo do: nel Nome di Gesù,
àlzati e cammina”. E allora quello zoppo si mise a saltellare tutto contento,
e poi non si distaccava più da Pietro e Giovanni. I quali, in questo episodio,
stavano nel Tempio, dove si trovava una moltitudine. E allora fecero un bel
discorso, ripetendo ancora le stesse cose: “Guardate che quel Gesù che voi
avete crocifisso, era il Messia. Lo volete capire? E adesso il Signore lo ha
risuscitato, e noi ne siamo testimoni”. Questo era in due parole il discorso di
Pietro. Però
poi furono arrestati, e Pietro dovette ripetere quel discorso davanti al
Sinedrio (è il “primo discorso davanti al Sinedrio”). E quelli, dopo aver
sentito quelle belle cose, dissero: “Guai a voi se le andate ancora a
raccontare. Che cosa volete, mettere a rumore tutta la città, qui? Ne avete già
fatte troppe. Adesso basta!”. E Pietro rispose dicendo: “Giudicate voi se
dobbiamo dare retta a voi, o a Dio!”. Poi
c’è l’episodio della condanna di Anania. Negli Atti ci sono tre Anania: questo
è il marito di Saffira. Si erano messi d’accordo, lui e sua moglie, per
ingannare gli Apostoli. E mal gliene incolse, perché furono stroncati lì per
lì. Questo è l’episodio. Poi,
siccome Pietro e gli altri Apostoli continuavano a predicare il Vangelo imperterriti,
infischiandosene dell’ordine che avevano ricevuto dal Sommo Sacerdote e da
tutto il Sinedrio (perché non li ritenevano più in possesso dell’autorità),
furono di nuovo arrestati, e Pietro ripeté le cose che aveva già detto in
precedenza: “Ma lo volete capire! Ve lo abbiamo già detto una volta, e questa è
la seconda. E poi, è inutile che ci venite a raccontare che noi dobbiamo stare zitti,
perché noi obbediamo a Dio, e non a voi!”. Ed è durante questo episodio che
avvenne quello che si chiama il “Consiglio di Gamaliele”: Quel Gamaliele che
era stato il precettore di Paolo, un rabbino molto importante, che qualcuno ritiene
fosse addirittura un “discepolo occulto”, disse, dopo aver fatto uscire
ovviamente gli Apostoli e parlando solo ai suoi colleghi: “Ma attenzione, se
quello che questi qua stanno facendo è dagli uomini, cesserà di per sé, e non
c’è bisogno che voi vi diate tanto da fare: Se invece è una cosa che viene da
Dio, e noi non possiamo saperlo, è inutile che vi mettiate in testa di
stroncarla. Non vi potete mica mettere contro Dio!”. Questo è il famoso
“Consiglio di Gamaliele”, che avvenne in questo contesto. Poi
vediamo che Pietro se ne va in giro, come il Signore aveva ordinato: “Voi mi sarete
testimoni in Gerusalemme, in Giudea, eccetera eccetera”. E a Lidda opera una
guarigione miracolosa, e a Ioppe addirittura la risurrezione di una certa
ragazza che si chiamava Tabita. Poi
c’è un gruppo di episodi che è molto importante. Cominciamo dalla famosa visione
sulla terrazza di Ioppe. Dico qui una cosa che poi ribadirò in seguito. I cristiani
della chiesa di Gerusalemme, siamo abituati forse a considerarli l’esempio
degli esempi, perché stavano sempre insieme, mangiavano insieme, pregavano,
facevano la Santa Cena, eccetera eccetera. Però erano assidui al Tempio. E questo noi a volte lo interpretiamo dicendo:
“Vedete, prendiamolo come esempio, dobbiamo essere assidui alle riunioni!”.
Già, ma quelli andavano al Tempio,
perché loro si ritenevano Giudei. Sì, Giudei diventati cristiani -
premesso che non si chiamavano affatto cristiani, perché questo nome fu
dato per la prima volta ad Antiochia. Sì, Giudei che avevano accettato la
“Nuova Via”, ma rimasti Giudei al cento per cento! E così continuavano ad
andare assidui al Tempio. E non gli passava neanche per l’anticamera del
cervello che potessero essere salvati anche dei non Ebrei!. Ripeto, i Gentili,
ossia i non Ebrei, non potevano essere salvati,
secondo loro. E questa non era un’opinione del popolino: era l’opinione dei
sommi apostoli. E anche Pietro era di quest’idea. Quando il Signore, per fargli
cambiare idea, gli fece vedere quel telo pieno di animali che calava dal cielo,
eccetera eccetera, gli disse: “Ma no! Non voglio neanche sentirne parlare! Guai
a me se faccio una cosa simile!”. Perché il Signore gli aveva detto di mangiare
degli animali che secondo la legge non potevano essere mangiati. Il Signore gli
voleva far capire che le cose stavano cambiando. Non pensiamo che interessasse
a Dio che Pietro, in quel momento, anche se aveva fame, dovesse necessariamente
mangiare degli animali considerati immondi. Era un altro l’insegnamento! Dio
gli voleva dire: “Lo vuoi capire? Smettila di considerare contaminati altri
uomini che non sono Giudei. E’ ora che tu cambi idea”. E allora poi, con
l’esperienza del centurione Cornelio, lui capì quello che il Signore gli voleva
insegnare. Ma lo capì solo lui, poverino, Pietro! Invece la chiesa di
Gerusalemme lo accusò dicendogli: “Ti sei contaminato perché hai mangiato con
loro!”. E lui dovette giustificarsi davanti alla chiesa di Gerusalemme per
quello che era avvenuto (Atti cap.11). Capite, questo era un problema della
chiesa di Gerusalemme. “Noi, sì, abbiamo accettato la Nuova Via. Abbiamo capito
che quel Gesù che i nostri compatrioti hanno ucciso era il Messia. E ora, ecco,
noi siamo tutti contenti di sapere che è risuscitato, perché Lui era veramente
il Messia”. Ma non si muovevano da quel punto. Poi
c’è l’episodio dell’arresto di Pietro da parte di Erode -
uno dei tanti Erodi di cui parla il Nuovo Testamento. Pietro era dentro
la prigione, e mentre lui stava lì in attesa di essere giustiziato, perché
Erode aveva fatto già uccidere Giacomo, che non è il Giacomo capo della chiesa
di Gerusalemme (la parola capo qui
non starebbe tanto bene, ma la usa anche il Dizionario Biblico, perché a fianco
suo c’erano gli anziani. Questa era la situazione della chiesa di Gerusalemme!).
Comunque, quello ucciso da Erode era un altro Giacomo. Ma torniamo a Pietro.
Come sappiamo, egli fu liberato miracolosamente. Ma è utile ricordare che
mentre lui era in prigione c’era la chiesa (una parte dei credenti, non erano
certamente tutti i tremila o cinquemila), c’era un gruppo che si era radunato
in casa della mamma, probabilmente vedova, di quel giovane Giovanni Marco, che
poi troveremo affiancato a Paolo e Barnaba nel primo viaggio missionario. E lì
c’è l’episodio della famosa serva Rode di cui vi parlerò dopo. Pietro, dopo, si
allontanò da Gerusalemme perché, d’accordo, era stato liberato miracolosamente
dalla prigione, ma Erode era sempre lì, e siccome aveva deciso di ucciderlo,
era meglio per Pietro di allontanarsi il più possibile. Quindi se ne andò e
disse a quelli che stavano lì: “Io me la squaglio. Voi dite pure che sono
uscito dalla prigione. E raccontatelo a Giacomo!”. Per
ultimo - poi non si parla più di Pietro
- veniamo alla Conferenza di Gerusalemme;
la famosa Conferenza che, secondo una ricostruzione che io accetto, avvenne
dopo il primo viaggio missionario, nella quale si dovette discutere se i
Gentili convertiti (questa volta il primo problema era superato, cioè potevano essere salvati), dunque, se i
Gentili convertiti dovevano sottoporsi a tutti i riti e quindi diventare anche
proseliti giudei. Ma, come sappiamo, sia per il discorso di Pietro, sia per
l’iniziativa di Giacomo, fu mitigata l’imposizione ai Gentili. Questa fu la
Conferenza di Gerusalemme. Abbiamo dunque concluso la panoramica degli atti di Pietro che, come ho detto
all’inizio, costituisce soltanto il primo terzo degli Atti. Gli
“atti di Paolo” E
adesso vediamo invece gli atti di Paolo.
Paolo è il personaggio principale degli Atti degli Apostoli. Di Paolo si parla
per la prima volta in occasione della lapidazione di Stefano, il primo martire,
e viene detto che Paolo era consenziente alla sua uccisione; e aveva
addirittura custodito gli abiti di quelli che lanciavano le pietre per
ammazzarlo, in quanto quelli, volendo essere più liberi nei movimenti, si erano
tolti tutti quegl’impicci che avevano addosso e li avevano depositati presso
una persona fidata, che era appunto Paolo. Paolo era giovane, dice il testo. Da
questo possiamo trarre delle indicazioni per stabilire qual era la data di
nascita di Paolo. Poi
c’è tutto il racconto della sua conversione, sulla via di Damasco, quando poi rimase
cieco, e fu portato a Damasco, e si trovò a casa di un certo discepolo che si
chiamava Anania (è il secondo Anania degli Atti). Poi
a Damasco cominciò a fare qualche tentativo di predicazione, presso i Giudei.
Ma lui aveva ricevuto l’ordine, nel momento in cui fu folgorato sulla via di
Damasco, di andare a predicare il Vangelo ai Gentili. E’ la famosa frase, la
famigerata frase del Diodati: “Tu sei un vaso eletto...”, che mi ha tormentato
per tanti anni perché non riuscivo a capire che cosa fosse quel vaso eletto. Poi finalmente è arrivata
un’altra traduzione: “Tu sei lo strumento che io ho scelto per portare il
Vangelo ai Gentili”. Paolo lo sapeva bene, però era perplesso, perché non aveva
capito quale Vangelo dovesse portare ai Gentili. Quindi lasciò Damasco e si
rifugiò in Arabia, che non è l’Arabia come la intendiamo noi oggi, ma
semplicemente la regione nei dintorni di Damasco, e lì meditò a lungo. E secondo
il racconto che poi lui fa nell’Epistola ai Galati, gli fu rivelato dal Signore stesso il Vangelo che doveva predicare. Poi
c’è la fuga da Damasco nella famosa cesta calata giù dalle mura. Lui andò a
Gerusalemme, perché a Gerusalemme desiderava incontrare Pietro. Perché Pietro
aveva acquistato la fama di essere il capo degli Apostoli. Era una persona
influente. Parlava sempre lui, come abbiamo visto prima. E Paolo ci teneva molto
ad incontrarlo. E così conobbe Pietro, e in quell’occasione vide anche Giacomo.
Però a Gerusalemme le cose non andarono bene. I fratelli della chiesa erano
diffidenti verso di lui, e se non fosse stato per Barnaba che mise una buona
parola, l’avrebbero messo a tacere, perché pensavano al Paolo persecutore -
Saulo si chiamava allora. Fatto sta che ad un certo punto lo consigliarono
addirittura di andarsi a rifugiare nella sua città natale, e così se ne andò a
Tarso, Tarso in Cilicia. Poi
che cosa successe? Successe che intanto ad Antiochia - Antiochia, una località
molto distante, a nord nell’Alta Siria
- , lì per la prima volta i
credenti furono chiamati Cristiani. A Gerusalemme si preoccuparono gli
Apostoli, perché avevano sentito dire che Giudei convertiti e Gentili
convertiti si trovavano insieme come se niente fosse. E mandarono Barnaba ad
indagare. Barnaba era a quell’epoca l’uomo fidato degli Apostoli di Gerusalemme.
Barnaba però era molto più acuto, più pieno di Spirito di quanto non lo fossero
gli stessi anziani e Apostoli a Gerusalemme. Andato ad Antiochia, capì che quella era opera di Dio, e
disse: “Qui da soli non ce la caviamo; qui c’è una porta aperta, una porta
aperta meravigliosa!”. E pensò di andare a chiamare Paolo a Tarso. Lo trascinò con
sé, lo convinse e gli disse: “Vieni ad Antiochia, perché lì c’è da lavorare!”.
E ad Antiochia - è meravigliosa questa storia - ad
Antiochia Paolo non solo cominciò a predicare nella chiesa, ma ricevette la
famosa visione. Perché fu appunto ad Antiochia che ricevette la risposta per la
sua infermità (non so se si trattava di una difficoltà fisica o del problema
della persecuzione da parte dei Giudei). Fatto sta che chiese a Dio tre volte
di esserne liberato, e Dio gli diede quell’insegnamento che si trova nel
capitolo 12 della seconda epistola ai Corinzi: “Ti basta la mia grazia, perché
la mia forza si manifesta quando tu sei debole. Sta dunque così, e fa quello
che ti ho ordinato di fare”. Furono
mandati poi lui e Barnaba in missione umanitaria a Gerusalemme, a portare degli
aiuti per una carestia, che si era manifestata sotto l’imperatore Claudio.
Questo è un dettaglio che ci viene utile per stabilire le date. Poi
c’è il primo viaggio missionario, la Conferenza di Gerusalemme a cui già ho accennato,
il secondo viaggio missionario e il terzo viaggio missionario (dei viaggi missionari
parlerò fra poco). Poi
il racconto degli Atti prosegue parlando del suo arresto a Gerusalemme nel
Tempio. Perché lui, dopo il terzo viaggio missionario ci teneva -
era carico di soldi, Paolo, e aveva paura anche di essere derubato - ci
teneva ad arrivare in fretta a Gerusalemme. Quando a Mileto, per esempio, parlò
con gli anziani che aveva mandato a chiamare da Efeso, aveva tutte queste borse
piene di denaro che aveva raccolto in tutto il mondo conosciuto, per portare
degli aiuti a quelli di Gerusalemme, che dovevano essere poveri (probabilmente
lo erano sul serio). E lui si era dato da fare per raccogliere degli aiuti, facendo
dei commoventi appelli, che si trovano nelle sue lettere, e che noi utilizziamo
ancora oggi - per esempio il lungo brano di 2 Corinzi 8:1-9:15 - ,
che utilizziamo quando si tratta di promuovere delle campagne per raccogliere
fondi. C’è un altro passo in Romani 15:25-28, dove Paolo dice: “Io devo portare
degli aiuti ai credenti di Gerusalemme, perché ci dovremmo tutti sentire in
debito verso di loro”. Paolo parlava di un debito spirituale. Ma in effetti la
chiesa di Gerusalemme fu per Paolo una pietra d’inciampo. Lui si sentiva in
debito verso quella chiesa, ma quella chiesa verso di lui non aveva mai sentito
niente di niente. Paolo dunque arrivò a Gerusalemme carico di soldi e li depose
ai piedi degli anziani. Quelli per
tutta risposta gli dissero: “Ci hanno detto che tu predichi contro la legge di Mosè, perché dici che
i Giudei convertiti non si debbono sottoporre ai riti giudaici. Fa dunque
vedere che non è così”. Ma
era così, invece! Non riesco quindi a
capire l’atteggiamento di Paolo che, forse per non contraddirli e per il quieto
vivere, andò nel Tempio, e lì mal gliene incolse, perché fu arrestato, con la
falsa accusa di aver fatto superare un certo recinto a dei Gentili che erano
con lui. Poi, come sappiamo, fu trasferito a Cesarea, dove ebbe a che fare con
Felice, con Festo e con Agrippa. E
poi, ci fu il viaggio in mare alla volta di Roma, con relativo naufragio.
Quando stavo preparando il secondo volume di Archeologia e Bibbia, dovevo
parlare della navigazione ai tempi di Paolo, degli arredi delle navi e di tutte
le cose che sono descritte nel racconto degli Atti. Mi sono documentato presso
vari musei, ho girato alcune biblioteche, e ho scoperto delle cose bellissime,
che ora non ho il tempo di raccontare. Poi dopo il naufragio e la sosta a
Malta, il viaggio riprende e c’è l’arrivo e il ministero a Roma. E’ il famoso
capitolo 28, con cui si conclude la storia di Paolo. Vedete, è lunga! I
viaggi missionari di Paolo Vediamo
ora di dire qualche cosa sui viaggi missionari, cercando di inquadrarli un po’.
Nel primo viaggio missionario, Paolo partì da Antiochia, perché lo Spirito
Santo aveva indicato a quella chiesa che dovevano essere mesi da parte Paolo e
Barnaba: dovevano andar fuori a predicare il Vangelo in missione. Loro
associarono al loro gruppetto anche Giovanni Marco, e arrivarono a Cipro,
perché Cipro era l’isola in cui era nato Barnaba, e lui ci teneva ad andare lì
(ciascuno ci tiene ad annunziare il Vangelo prima ai suoi parenti e ai suoi
amici). Accaddero vari episodi, il mago, il proconsole Sergio Paolo che si convertì,
di cui sono state scoperte tracce archeologiche. Alcuni ritengono che fu
proprio Sergio Paolo a cambiare il nome all’apostolo, che prima si chiamava
Saulo. Dicono che il proconsole se lo associò quasi come un figlioccio.
Probabilmente Sergio Paolo aveva dei parenti nell’altra Antiochia, la città
della Pisidia che si trovava nel cuore dell’Asia Minore. Ecco perché i
missionari andarono lì. E andarono lì facendo un percorso impossibile, che
nessuno faceva. Cioè attraversarono una zona montuosa, infestata dai briganti.
Quando poi Paolo ne parlerà nelle sue lettere, dicendo “Sono stato assalito dai
briganti, tante volte”, si riferiva evidentemente a quell’esperienza. Ecco
perché a un certo punto quel giovane Giovanni Marco non ne volle più sapere di
andare con quei due temerari Paolo e Barnaba. Probabilmente diceva: “Questi due
sono matti da legare. Io devo rischiare la pelle andando con questi qua. Non ci
vengo più”. In seguito Barnaba poi voleva portarselo anche nel secondo viaggio,
ma Paolo si rifiutò, perché Giovanni Marco se ne era tornato indietro. Non
aveva attraversato la zona infestata dai briganti. Essendo giovane, se ne era
tornato a casa da solo. Tornando a parlare del primo viaggio, troviamo gli
episodi della predicazione ad Antiochia, Iconio, Listra e Derba. Ad Antiochia
di Pisidia Paolo pronunziò il primo e più completo discorso ai Giudei, in
quella sinagoga. Di Listra vi parlerò brevemente fra poco. Nel
secondo viaggio invece Paolo, facendo un altro percorso, visita nuovamente
queste chiese. Poi voleva andare nelle zone del Ponto e della Bitinia. Ma dice
il testo che lo Spirito Santo glielo impedì. Paolo ebbe invece una visione di
andare in Macedonia (fu la famosa visione dell’uomo macedone). Da questo punto
il racconto prosegue col noi. Ciò
significa che l’autore degli Atti, che fino a quel momento non aveva
partecipato direttamente agli eventi, da qui in poi diventa lui stesso
protagonista, accompagnando Paolo nei suoi restanti viaggi (compresa la
prigionia e il viaggio a Roma). I missionari quindi vanno a Filippi, poi a
Tessalonica, Berea e Atene; poi a Corinto, dove Paolo incontra Aquila e Priscilla;
poi va ad Efeso; e se ne ritorna infine a Gerusalemme e poi ad Antiochia. Il
terzo viaggio missionario ebbe come meta Efeso, perché Efeso era una città che
Paolo aveva toccato brevemente ne suo secondo viaggio, e dove desiderava
tornare. Perché Efeso era una delle grandi capitali del mondo antico, emporio
commerciale, ma soprattutto nota per il famosissimo tempio di Artemide,
l’Artemision. Paolo rimase ad Efeso degli anni, e il testo dice che predicò il
Vangelo con tale forza che tutta l’Asia
(va inteso come tutta la provincia d’Asia) seppe del Vangelo. Dopo di che Paolo
fece una rapida puntata in Macedonia e Grecia per raccogliere le offerte da
portare a Gerusalemme; e poi rapidamente, volendo ritornare a Gerusalemme per
la Pentecoste, non si fermò più ad Efeso ma parlò agli anziani convocandoli a
Mileto. E infine arrivò a Gerusalemme dove consegnò le offerte e fu arrestato
nel Tempio. Il
cosiddetto quarto viaggio, che non fu un viaggio missionario ma il
trasferimento a Roma come prigioniero, si svolse partendo da Cesarea, con tappa
a Mira per cambiare nave (la nave su cui si erano imbarcati era una nave
adramittina, cioè che andava ad Adramitto, località sulla costa occidentale
dell’Asia Minore, che oggi si chiama Edremitt). Cambiano nave e si imbarcano su
una nave oneraria adibita al trasporto del grano dall’Egitto a Roma. Arrivati a
Creta, Paolo dice ai responsabili della nave: “Guardate che è pericoloso andare
avanti, perché la stagione è troppo inoltrata”. Ma nessuno gli diede retta, e incapparono
in quella terribile tempesta, con relativo naufragio, e così arrivarono a
Malta. Di qui poi, dopo i mesi invernali e cambiata ancora nave, arrivarono a
Pozzuoli e quindi, per via di terra, a Roma. I
discorsi tipici di Paolo Vediamo
ora come parlava Paolo nella sua predicazione. I discorsi tipici di Paolo, che
noi possiamo prendere ad esempio sono tre. Il primo è il sermone di Antiochia
di Pisidia, pronunciato durante il suo primo viaggio missionario, quando si
trovò di fronte a dei Giudei, simili
a quelli di Gerusalemme, cioè persone che erano a conoscenza dell’Antico
Testamento. E allora Paolo, in questo discorso che è riportato con molti
dettagli nel capitolo 13 degli Atti dal versetto 16 al 41 (un discorso
piuttosto lungo, quindi), cerca di rintracciare le radici della venuta di Gesù
e della sua morte e risurrezione, nella linea delle vicende storiche e delle
profezie dell’Antico Testamento. Infatti i Giudei ci tenevano moltissimo
all’Antico Testamento, e lui allora dice: “Voi l’avete letto e forse lo sapete
a memoria. Ma allora, lo capite che i profeti hanno parlato del Messia? Ebbene,
io sono qui per dirvi che quel Messia è arrivato”. E gli faceva vedere tutte le
profezie che si erano avverate. Un
altro discorso, completamente diverso da quello di Antiochia, è quello che
Paolo fa a quei poveri ignoranti di Listra, superstiziosi, pagani. I quali come
avevano visto che lui aveva compiuto una guarigione, esclamarono: “Sono
arrivati gli dei fra di noi!”. Paolo l’avevano considerato Mercurio, e Barnaba
l’avevano preso per Giove (forse perché era più imponente). E allora il
sacerdote del tempio di Giove che si trovava lì a Listra, decise di sacrificare
dei tori; li fece inghirlandare. E Paolo a mala pena riuscì a farlo desistere
da questo proposito, dicendo: “Ma che vi siete messi in testa. Noi siamo degli
uomini come voi, però vi portiamo un messaggio. Voi certamente siete testimoni
delle manifestazioni meravigliose del mondo della natura; sappiate dunque che
quelle manifestazioni sono opera di Dio. Ed è di Lui che noi vi vogliamo
parlare”. Questo dunque è il discorso che Paolo fa a dei pagani di limitata
cultura. Un discorso che è da prendere come esempio quando noi ci avviciniamo a
certe persone, perché non possiamo parlare a tutti quanti nella stessa maniera. Il
terzo discorso che io porto come esempio è il famoso discorso dell’Areopago di
Atene; tipico esempio dell’approccio di Paolo ad un pubblico di elevata
cultura. I filosofi di Atene erano persone di grande competenza che conoscevano
tutto. Non gli si poteva parlare delle stagioni fruttifere, del sole... Gli
avrebbero riso in faccia. Queste cose le sapevano loro più di Paolo. Paolo
allora li affrontò dicendo: ”Guardate che su certe cose ci troviamo d’accordo.
Voi credete ad un Dio creatore dell’universo e degli uomini? Benissimo. E’
proprio quello in cui credo io. Solo che voi lo mettete insieme a tante altre
cose, e poi dite che non lo conoscete. Io lo conosco e ve ne sto parlando.
Questo Dio ha voluto rivelarsi agli uomini per mezzo di Gesù, che Egli ha
risuscitato dai morti. Ecco perché io ve ne parlo”. Un discorso che comunque non
riuscì a colpire nel segno. Difatti un numeroso gruppo di ascoltatori lo prese
in giro: “Ma che ci vieni a raccontare. Sono frottole”. Però due persone si
convertirono, Damaris e Dionisio. Atene Abbiamo
parlato di Atene, che è una città di cui noi pensiamo di sapere tutto; ma se
non ci mettiamo in testa che Atene era la capitale culturale del mondo antico,
che aveva degli splendidi edifici, e delle persone fra le più colte di tutta
l’umanità di quell’epoca, non riusciamo a capire l’ambiente in cui Paolo
dovette esercitare il suo ministero. E Paolo era solo ad Atene, solo! Perché
l’avevano fatto fuggire, in quanto gli volevano fare la pelle. E allora lui,
approfittando del soggiorno ad Atene da solo, stava tutti i giorni a discutere
nella piazza con la gente. Parlava di Gesù e della Risurrezione; e girava per
la città, e il cuore gli si inacerbiva dentro, oppure fremeva nello
spirito - come dice un’altra traduzione
- perché vedeva la città piena
di idoli. In effetti ho già detto che gli idoli stavano dentro i templi, che
solo sull’Acropoli erano già abbastanza numerosi: il Partenone, l’Eretteo, il
complesso dei Propilei, il tempio di Atena Nike. Questi monumenti splendidi che
riescono a catturare l’attenzione anche di noi moderni, purché siamo sensibili
al senso del bello e all’estetica, di cui i Greci furono gli artefici sommi,
gli scopritori, questo complesso di monumenti dovette anche interessare Paolo,
che era un intellettuale. Però il suo cuore gli si inacerbiva dentro -
come dice il testo - perché vedeva che uso ne avevano fatto di questi
splendidi edifici! Che tra l’altro, fra parentesi, ce li dobbiamo immaginare
tutti colorati. Perché noi siamo abituati a credere che gli edifici antichi fossero
di un bel marmo bianco, lucido, splendido, maestoso. Gli antichi invece amavano
un cromatismo esasperato, e coloravano tutto: statue, colonne, capitelli,
fregi. E quindi questi templi avevano un’accozzaglia, starei per dire
carnevalesca, di colori che ci lascerebbe esterrefatti. Ma tant’è. Così era
l’abitudine per gli antichi, e dovremmo abituarci a pensare questi templi non
come li vediamo noi oggi, ma tutti colorati come un diorama carnevalesco
(scusate la parola irriverente). Corinto Quando
poi Paolo arrivò a Corinto, si trovò in in un’altra situazione, una situazione
completamente diversa da quella di Atene. Perché, se Atene era la capitale
culturale, Corinto era la capitale commerciale. Un’accozzaglia di gente di ogni
risma e provenienza. Una città tra le più corrotte del mondo antico. Corinto
antica si trovava nella pianura, a poca distanza dalla costa, nei pressi del
famoso istmo. (Il canale di Corinto a quell’epoca non c’era, perché fu scavato
solo nel 1886). Anticamente, per passare dal Golfo Saronico sull’Egeo al Golfo
di Corinto sullo Ionio, andavano per via di terra, sul diolkos. Evidentemente le navi erano più leggere di quelle di oggi.
La Corinto moderna è invece sulla costa. Poco più a sud c’era l’Acrocorinto,
cioè la Corinto Alta, dove c’era il tempio di Venere, che aveva mille
sacerdotesse, che praticavano la prostituzione sacra, credendo di rendere così omaggio
alla dea. Queste mille sacerdotesse abitavano nella città; cioè tutta Corinto
era praticamente l’abitazione delle sacerdotesse di Venere. Figuratevi i
marinai, i commercianti, tutta la gente di bassa forza che lavorava in questa
zona, come ci sguazzavano in questa situazione! Ne traevano piacere e diletto
sessuale, e contemporaneamente facevano un piacere alla divinità! Questa era la
mentalità degli antichi, cari miei, che noi possiamo cogliere se leggiamo
alcuni brani delle lettere ai Corinzi che Paolo scrisse poi, scandalizzato, a
quei credenti, dicendo: “Ma la volete capire che siete diventati cristiani e
che la dovete smettere di comportarvi come facevate prima?”. Perché prima
facevano così. Allora,
la permanenza di Paolo a Corinto, e poi successivamente a Efeso, sono quelle
che io chiamo la “full immersion”, la immersione completa nel paganesimo. Lui
visse fino in fondo l’esperienza della corruzione morale e della superstizione
del paganesimo, contro cui dovette combattere. Vicino
all’istmo c’era un santuario e delle attrezzature sportive, dove si svolgevano,
alternativamente coi giochi olimpici, i giochi istmici. E c’era lo stadio, dove
facevano le gare di corsa, di cui Paolo parla scrivendo ai Corinzi: “Non sapete
voi che chi corre nello stadio lo fa per vincere? E se non vincete, non serve a
niente!”. Perché lui aveva assistito alle gare, secondo una ricostruzione
cronologica del soggiorno di Paolo a Corinto. Così imparò delle cose che
d’altra parte i Corinzi sapevano bene. E fu in grado di spiegare le cose
spirituali in termini pratici. Perché però dice: “Conta solo chi vince”? Per
noi oggi non conta solo chi vince; c’è anche quello che batte il suo record
personale, o il record nazionale. Ma a quell’epoca, intanto, gli stadi erano
uno diverso dall’altro. E poi non avevano ancora inventato i cronometri. Quindi
contava solo chi arrivava primo, punto e basta. Ecco perché Paolo dice: “La
volete capire che vi dovete comportare nella vita cristiana come se doveste
arrivare primi in una corsa?”. Ma se non riflettiamo sul fatto che gli stadi
eranodi lunghezza diversa e che gli antichi non avevano i cronometri, forse ci
sfugge il significato profondo dell’affermazione di Paolo. Efeso Parliamo
ora di Efeso, la città più importante di tutta la provincia d’Asia. Ma dobbiamo
tener presente che Efeso era soprattutto la sede del culto di Artemide (Diana secondo
i Romani). Il grande tempio di Artemide, l’Artemision, era considerato una
delle sette meraviglie del mondo antico. Al suo interno, tra la selva di
colonne, c’era il simulacro della dea, dalle molte mammelle. Gli archeologi
sono delle persone che a volte, pur essendo degli scienziati, esercitano la
loro attività con una certa fantasia, e così ci danno delle “ricostruzioni” (=
disegni) dei monumenti antichi, per mezzo delle quali noi possiamo capire
com’erano quei capolavori. D’altra parte, chi volesse vedere qualche cosa del
tempio di Efeso dovrebbe andare a Londra, dove c’è, nel British Museum, una
sala dedicata appunto ad Efeso, dove sono custoditi dei resti di questo tempio.
Per
farla breve, la predicazione di Paolo fu talmente efficace che tutta la
provincia d’Asia - dice il testo - conobbe il Vangelo. La
predicazione fu talmente efficace da mettere in crisi i fabbricanti di idoletti
e di riproduzioni del tempio di Artemide. La crisi economica di questo gruppo
di artigiani sfociò addirittura in una sommossa, promossa dal capo degli
argentieri, un certo Demetrio, il quale li radunò. Prima si raccolsero nella
piazza della città - l’agorà
- e poi si trasferirono tutti
quanti al teatro urlando, e qualcuno non sapeva neanche il motivo per cui era
stato convocato. Comunque la confusione era tale da risultare pericolosa dal
punto di vista politico, per cui alla fine il “segretario” della città - così era chiamato questo magistrato - arringò la folla nel
teatro (dovevano essere circa ventimila persone). Chiese il silenzio e disse:
“La volete capire che se vi comportate così corriamo un grosso rischio? I
Romani verranno qui e ce la faranno pagare cara. Se qualcuno ha fatto del male,
denunciatelo ai magistrati; e andatevene a casa, adesso”. Ora
il problema è: come fece questo segretario a farsi sentire da ventimila
persone, senza microfono e altoparlanti, che non esistevano a quell’epoca?
Tutto dipende delle caratteristiche dei teatri greci, che avevano un’acustica
incredibile, in modo che uno, parlando a voce normale, riesce a farsi sentire
fin sulle gradinate più alte. La
Galleria dei Personaggi Adesso
parliamo, brevemente, della cosiddetta “Galleria dei Personaggi”. Il libro
degli Atti contiene un elenco di persone, protagoniste di tanti episodi, che
vengono descritte in tutti i loro caratteri, con dei tratti talmente
caratteristici da rimanerci impresse per sempre nella mente. Di alcuni di
questi personaggi abbiamo già fatto cenno in precedenza. Incominciamo
da Anania e Saffira (ne abbiamo già
parlato): sono quei due che si erano messi d’accordo per ingannare gli
apostoli. Barnaba: è quella persona illuminata,
nativo di Cipro, che viveva poi a Gerusalemme, collaborava con gli apostoli,
però aveva una mentalità molto aperta. E’ quello che andò da Paolo per
convincerlo ad andare ad Antiochia a predicare. Dello
zoppo della Porta Bella ne ho parlato
quando abbiamo accennato a Pietro. Quello che era zoppo dalla nascita fu
guarito, e saltellava poi, e si teneva unito agli apostoli. Gamaliele: è quello ai piedi del quale
aveva studiato Paolo; un rabbino importante, esperto in tutta la legge e i riti
giudaici. Come ho già detto, quando vi fu l’arresto degli apostoli, lui
pronunciò un discorso al Sinedrio. Disse ai suoi colleghi: “Facciamoli uscire
un momento. Adesso vi voglio parlare. Guardate che se quest’azione è da parte
di Dio, voi non riuscirete a fermarla. Se invece è cosa di uomini, perché vi
date da fare tanto? Finirà da sola come è cominciata”. E’ quello che viene
chiamato il “Consiglio di Gamaliele”. Stefano: è il primo martire. Era uno dei
sette diaconi; quello che pronunziò quel coraggioso discorso davanti ai suoi
accusatori e poi, come conseguenza, fu lapidato, cioè ucciso a colpi di pietre.
Filippo: è quello che dopo la
persecuzione seguita alla lapidazione di Stefano lasciò la Giudea e se ne andò
in Samaria. Poi lo vediamo protagonista di quell’episodio di predicazione a
quel ministro etiope in una zona
deserta (il ministro etiope era quello che era andato a Gerusalemme; era un
proselito ebreo, pur essendo nativo della Nubia, la regione che a quell’epoca
si chiamava Etiopia). Costui ritornava da Gerusalemme con un rotolo del libro
di Isaia, e lo leggeva ad alta voce. Qui voglio rammentare che gli antichi
leggevano sempre ad alta voce. Non era concepibile leggere a mente, come
facciamo noi oggi, semplicemente perché non avrebbero capito nulla, in quanto
le parole erano scritte tutte di seguito, una dietro l’altra, senza intervalli
e senza punteggiatura. Quindi dovevano fare uno sforzo aiutandosi con la
pronuncia ad alta voce per capire il senso. Comunque, con tutto questo, il
ministro etiope non riusciva a capire il significato di quello che leggeva, e
Filippo che lo aveva raggiunto - il ministro etiope era sul carro -
gli dice: “Ma tu capisci quello che leggi?”. E l’altro risponde: “Ma
come posso, se nessuno me lo spiega?”. E di lì poi si dipana il racconto della
predicazione di Filippo a quest’etiope, fino a che lui chiede di essere
battezzato, eccetera. Anania: questo è il secondo personaggio
di questo nome che troviamo negli Atti. E’ l’Anania di Damasco, quello in casa
del quale andò Paolo dopo la folgorazione. Quello che poi lo battezzò; e che
ricevette anche lui dal Signore la rivelazione che Paolo avrebbe dovuto
predicare ai Gentili. Qui c’è la famosa frase del Diodati “questo è un vaso eletto”,
di cui abbiamo già parlato. Cornelio: è il centurione, a cui Pietro
predicò il Vangelo e che fu battezzato e ricevette lo Spirito Santo. Erode Agrippa: è uno dei tanti Erodi del
Nuovo Testamento, quello che aveva fatto uccidere Giacomo, che non era il capo
della chiesa di Gerusalemme, ma era Giacomo l’apostolo. Per fare un piacere ai
Giudei, aveva fatto anche imprigionare Pietro e lo voleva uccidere. La
serva Rode, la troviamo nell’episodio
della liberazione miracolosa di Pietro. La chiesa stava pregando per la
liberazione di Pietro. Non tutta la chiesa di Gerusalemme, ma un gruppo di
credenti che erano radunati in casa di una sorella, che era la mamma di Giovanni
Marco. Probabilmente era vedova, era anche benestante e aveva della servitù. E
mentre Pietro era in prigione, questi credenti pregavano in modo molto convinto
nella casa di questa sorella. Questo dice il testo. Poi, come sappiamo, Pietro
fu liberato miracolosamente, e pensò di recarsi a casa di costoro. Arrivò lì, e
c’era la porta chiusa, e cominciò a bussare. E gridava: “Apritemi, sono
Pietro!”. Andò vicino alla porta la serva Rode, un personaggio minore di cui ci
è conservato il nome in questo episodio bellissimo. La serva Rode, dunque, capì
che quello che c’era dietro la porta era Pietro, ma per l’emozione si dimenticò
di aprire e corse a riferire a quelli che erano riuniti in casa. E quelli per
tutta risposta le dissero: “Ma tu sei pazza da legare, ma come è possibile. Non
venirci a raccontare delle frottole. Avrai preso un abbaglio, sei pazza.
Quello, tutt’al più, è il suo angelo custode!”. Non vi posso parlare qui delle
credenze sull’angelo custode, ma puntualizziamo questo fatto: la serva Rode
aveva capito che quello che stava alla porta era Pietro, mentre quelli che
stavano pregando per la sua liberazione non ci credono, perché la cosa era
troppo grande per loro. Eh, cari fratelli, si fa presto a dire “fede”!. Quella
era la casa di Giovanni Marco, che fu
compartecipe di alcuni episodi del primo viaggio missionario e poi se ne tornò
a casa, e così fu causa del litigio fra Barnaba e Paolo all’inizio del secondo
viaggio missionario, per cui si separarono. Il
mago Bar-Gesù è quello che voleva
imitare gli apostoli e voleva influenzare
Sergio Paolo, che era proconsole
dell’isola di Cipro, funzionario romano, di cui sono state scoperte tracce
archeologiche, e che probabilmente aveva dei parenti nel cuore dell’Asia
Minore, per cui chiese a Paolo di andare lì a predicare il Vangelo, cosa che
fecero i missionari Paolo e Barnaba. Il
sacerdote di Giove è quel personaggio
così strano che troviamo a Listra. Quando tutta la folla si infervorò dicendo
che gli dei erano scesi tra gli uomini, allora costui disse: “Bene, allora
facciamo dei sacrifici a questi dei che sono arrivati qua”, e si mise ad apprestare
dei tori per sacrificarli, dopo averli prima inghirlandati, come era l’uso dell’epoca.
E Paolo a mala pena riuscì a farlo desistere da questo proponimento,
stracciandosi i vestiti. E
poi troviamo Giacomo. Lo troviamo
protagonista nell’episodio della Conferenza di Gerusalemme, quando dice, dopo
aver ascoltato anche Pietro: “Beh, beh, ora parlo io e vi dico cosa dobbiamo
fare. Ora che ci siamo consultati tutti, si fa così, così e così. E incarichiamo
Paolo e Barnaba di andarlo a raccontare ad Antiochia”. Poi
compare Luca, l’autore degli Atti,
nella sezione col “noi”. Come avevo già detto prima, a un certo punto il
discorso passa dalla terza persona alla seconda persona plurale. Lidia è la
famosa commerciante in porpora, oriunda di Tiatiri, che si convertì a Filippi. Il
carceriere di Filippi, con tutta la
sua famiglia, fu protagonista dell’episodio della famosa e meravigliosa notte
in cui si riconobbero fratelli in Cristo con gli ex prigionieri Paolo e Sila.
(Questi sono alcuni dei personaggi tratti dalla Galleria degli Atti, di cui noi
dovremmo sapere tutto, perché quello che ci è raccontato è per il nostro
ammaestramento). Dunque, il carceriere di Filippi aveva chiesto a Paolo e Sila:
“Che cosa devo fare per essere salvato?”, e Paolo gli aveva dato la lapidaria
risposta: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato, tu e la casa tua”. Ora
parliamo dei credenti di Berea.
Costoro volevano “controllare”. Di giorno ascoltavano la predicazione, e la
sera si trovavano fra di loro e dicevano: “Vediamo un po’ se quello che ci ha
detto questo Paolo è vero o non è vero. Andiamo un po’ a cercarcelo da soli”. Dei filosofi di Atene ho già parlato,
insieme a Dionisio e Damaris, convertitisi
dopo il discorso dell’Areopago. Aquila e Priscilla: due personaggi di
grande rilievo, oriundi del Ponto, trasferitisi a Roma. Poi, cacciati da
Claudio imperatore durante una persecuzione, si erano rifugiati a Corinto dove
incontrano Paolo. Paolo lavora con loro fabbricando tende, e sta per un certo
periodo a casa loro. Poi se ne va con loro a Efeso, dove si separano. Crispo, chi era
costui? Era addirittura il capo della sinagoga di Corinto, che si era
convertito. Quando poi, per l’efficacia della predicazione di Paolo a Corinto,
i Giudei trascinano l’apostolo davanti al proconsole Gallione senza riceverne
soddisfazione alcuna, a farne le spese è quello che aveva sostituito Crispo
nella sinagoga, un certo Sostene, che
viene bastonato pubblicamente. Del
proconsole Gallione si sanno molte
cose, per esempio che era fratello del noto filosofo Seneca. Di lui si parla in
un reperto archeologico scoperto a Delfi, che ha avuto grande importanza per
stabilire la cronologia dei viaggi di Paolo. Quando
Paolo si recò ad Efeso vi trovò Apollo,
un personaggio di spicco, che viene definito “potente nelle Scritture”, colto. Prima
vi avevo parlato del capo degli argentieri di Efeso, quello che aveva organizzato
la sommossa. Costui si chiamava Demetrio. Il
segretario di Efeso è quello che
parlò ai ventimila nel teatro. Eutico di Troas: chi era? Siamo nella
fase di ritorno del terzo viaggio missionario. Era un ragazzetto che era presente
ad una riunione in un giorno di Domenica (il “primo giorno della settimana” si
radunavano, ed è la prima volta che nel libro degli Atti c’è scritto che si
radunavano di Domenica, cosa importante). Dunque quella Domenica Paolo aveva
parlato talmente a lungo che era mezzanotte e ancora continuava a parlare. E
questo Eutico che stava appollaiato su un davanzale, col fumo delle
lampade - perché era ormai buio, a mezzanotte - (le lampade avevano
appestato l’ambiente e provocavano ulteriore sonnolenza a quel poveretto), si
appisolò e cadde giù come morto. E Paolo, come sappiamo, lo fece ritornare in
vita. Poi
c’è il discorso agli anziani di Efeso,
fatto a Mileto. Gli anziani di Efeso sono importanti, perché Paolo gli
raccomanda: “State attenti, voi avete ricevuto un incarico da Dio per mezzo
dello Spirito Santo. Cercate di assolverlo nel migliore dei modi”. Poi
ci sono gli anziani di Gerusalemme,
di cui vi parlerò fra poco. (Questi anziani non sono da citare come esempio). Paolo
fu poi arrestato nel Tempio e fu salvato dal
tribuno romano, perché i Giudei lo stavano per uccidere. Il tribuno, il
capo della guarnigione romana che dominava la situazione dalla Fortezza
Antonia, in posizione preminente rispetto al Tempio, lo portò in salvo, e gli
chiese: “Ma tu sei forse quell’egiziano che ha già provocato altre sommosse?”.
Paolo allora gli rispose in greco. “Come, tu sai il greco?” -
osservò il tribuno. E cominciò ad averne rispetto. E Paolo a lui: “Ma
guarda che io sono addirittura cittadino romano!”. E allora da questo momento
troviamo il tribuno come difensore di Paolo, e tutti i Giudei suoi connazionali
come nemici che lo vogliono uccidere. Il tribuno ebbe un ruolo importante.
Liberò Paolo dalle grinfie del Sinedrio; infatti quando Paolo comparve davanti
al Sinedrio dopo il suo arresto, dice il testo che il tribuno se lo portò
nuovamente nella fortezza per timore che lo facessero a pezzi. Quello
fu il momento del sacerdote Anania
(ecco il terzo Anania), che fece picchiare Paolo. E Paolo gli disse: “Come ti
permetti tu di fare una cosa simile?”, e lo insultò. E l’altro a lui: “Come, tu
insulti il Sommo Sacerdote?”. E allora Paolo deviò il discorso e, dato che i
suoi giudici erano per metà Farisei e metà Sadducei, disse: “Io sono qua a motivo
della risurrezione dei morti”. Allora presero a litigare tra di loro, e poi se
la presero con Paolo, e quello fu il momento in cui il tribuno lo salvò. Quando
era di nuovo nella fortezza, compare il nipote
di Paolo, della cui esistenza veniamo a conoscenza soltanto da questo
passo. Il nipote era un ragazzetto, figlio della sorella. Costui si diede da
fare, per andare a raccontare al tribuno che i Giudei avevano tramato per
uccidere Paolo. E allora il tribuno, mobilitando quattrocentosettanta soldati,
tra lancieri, cavalieri, eccetera, lo fece trasferire a Cesarea, dove c’era la
sede del governatore romano. A
Cesarea Paolo si imbatté in Felice,
il primo dei governatori con cui dovette aver a che fare, il quale ogni tanto
lo mandava a chiamare, perché sperava che Paolo gli desse dei soldi. Era un
tentativo di concussione (al mondo certe cose son vecchie!). E
Festo, poi, il successore di Felice.
Anche questo ogni tanto mandava a chiamare Paolo, e lo stava ad ascoltare. Poi
ad un certo punto disse: “Sarà bene che tu parli con Agrippa, che è qui di
passaggio”. Agrippa era uno dei re delle tante
regioni in cui era stata suddivisa la Palestina a quell’epoca. Agrippa lo
ascoltò, e lì c’è quella famosa frase che viene interpretata diversamente,
perché è una frase ambigua nel testo greco (ambigua significa che non si riesce
a tradurre correttamente). Qualcuno la traduce: “Per poco non mi convinci a
diventare cristiano”; altri la traducono: “Fra poco mi farai diventare
cristiano”; e nell’ultima traduzione della Nuova Riveduta troviamo: ”Per così
poco tu vorresti farmi diventare cristiano?”. Ma attenzione, cari miei. Il
punto esclamativo e il punto interrogativo sono tutte cose editoriali, perché
non c’erano affatto nel testo originale (mica scrivevano con la punteggiatura,
gli antichi!). Purtroppo, per interpretare i testi antichi, noi dobbiamo capire
se le frasi sono interrogative o esclamative, con mille accorgimenti che qui
non ho il tempo di esporre. E quindi, nel caso nostro, possono aver ragione
tutti, e ciò significa che i risultati delle traduzioni sono contrastanti. Non
impressioniamoci, però. Non è certamente questo un passo fondamentale per la
nostra fede. Il
centurione Giulio è quello della
coorte detta Augusta, che trasferì a Roma gran parte dei prigionieri, tra cui
Paolo, che ne aveva fatta espressa richiesta. Così si imbarcarono prima in una
nave che andava ad Adramitto, e poi ne presero un’altra, che fu quella che
incappò nella tempesta, eccetera eccetera. Il centurione Giulio a un certo
punto prese in simpatia Paolo, e di fatti, quando i soldati avevano deciso di
ammazzare tutti i prigionieri in occasione del naufragio, per evitare che
fuggissero, fu Giulio a dire: “No, non fatelo!”, perché -
dice il testo - voleva salvare la vita a Paolo. Vedete
quindi attraverso quali strumenti pagani il Signore ha fatto sì che Paolo
potesse arrivare a Roma a compiere il suo ministero. Poi
si imbatte in Publio, il personaggio
principale dell’isola di Malta, e poi ancora nei credenti di Roma che erano andati ad incontrarlo sulla via Appia. Parliamo
ora del percorso che Paolo fece da Pozzuoli, a piedi, per andare a Roma. C’è
scritto nel testo che da Roma i credenti lo andarono ad incontrare nelle
località del Foro Appio e delle Tre Taverne. Queste erano stazioni di sosta
sulla via Appia, la regina delle strade antiche. Paolo la percorse da Pozzuoli,
che era uno dei porti granari di Roma (l’altro era Ostia), fino alla capitale.
Il grano arrivava a Pozzuoli e veniva scaricato dalle navi. Poi venivano
allestiti dei carri che percorrevano la via Appia. E i prigionieri, al seguito
dei carri, andavano anche loro, a piedi. Il Foro Appio e le Tre Taverne erano
dei luoghi di sosta per rifocillarsi e passare la notte, e delle stazioni per
il cambio dei cavalli. Erano dei luoghi malfamati, dove c’era gente di ogni
risma, dove le cose che vi si svolgevano non erano certamente edificanti Su
questo ci sono molti racconti. E’ stato interessante da parte mia potermi
addentrare in tutta questa letteratura antica che descrive quali erano e
com’erano le stazioni di sosta all’epoca di Paolo. La strada dov’erano il Foro
Appio e le Tre Taverne è oggi la cosiddetta fettuccia di Terracina, che è il
più lungo dei rettilinei italiani. I
Quattro Problemi della chiesa di Gerusalemme Concludiamo
parlando dei Quattro Problemi della
Chiesa di Gerusalemme. Il
primo era che i Gentili non possono
essere salvati. Così ritenevano quelli della chiesa di Gerusalemme, che
andavano tutti i giorni nel Tempio e pensavano di essere stati solo loro
l’obiettivo della grazia di Dio. Il
secondo punto lo troviamo ad Antiochia, in tutta la sua prorompente manifestazione.
Lì c’erano dei Giudei convertiti e dei Gentili convertiti. Questi stavano
insieme tra di loro, prendevano insieme la Santa Cena, mangiavano insieme nelle
case. Cosa terribile per la chiesa di Gerusalemme! Se leggiamo l’epistola ai
Galati ci possiamo rendere conto di che cosa successe. Arrivarono delle persone
“da Giacomo” (ossia “dalla chiesa di Gerusalemme”, di cui Giacomo era il capo),
e la situazione cambiò, e anche Pietro si distolse, perché non era bene che Giudei e Gentili convertiti avessero comunione fra
loro. Vediamo
ora il terzo punto. Questo terzo punto fu quello che provocò la discussione
della Conferenza di Gerusalemme. I
Gentili, prima di diventare cristiani, devono almeno prima farsi proseliti giudei, sottoponendosi alla circoncisione e
osservando i riti giudaici, dicevano i più accaniti. Poi, come sappiamo, la
richiesta iniziale fu mitigata, e si arrivò alla decisione per i Gentili
convertiti di non mangiare le carni sacrificate, il sangue, e di astenersi
dalla fornicazione. Il
quarto punto è di un’importanza eccezionale e quasi sempre viene trascurato.
Guardate, nella mia ormai lunga vita, ho ascoltato centinaia e centinaia di
predicazioni, ma non ne ho mai sentito parlare. Questo quarto punto era un
punto che condizionò la chiesa di Gerusalemme, compresi i suoi anziani, che
credevano di saperla lunga, e il Giacomo, che forse non era d’accordo ma che
non ebbe il coraggio di opporvisi, e che causò l’arresto di Paolo. Ecco in che
cosa consisteva questo punto: i Giudei
convertiti, pur essendo diventati cristiani, rimangono Giudei, e dovranno
continuare a sottoporre se stessi e i
propri discendenti alla circoncisione e a tutti gli altri riti giudaici. E
sfidarono Paolo, dicendo: “Ci vengono a raccontare che tu invece la pensi
diversamente. Fa vedere che non è così. Va nel Tempio, compi i riti giudaici”.
Non potevano dirgli “circoncidi tuo figlio” perché non era sposato e non ne
aveva. Ma loro comunque continuavano a circoncidere i figli. Paolo non era
d’accordo. Nel terzo viaggio aveva predicato contro questo punto. Ma lì per lì
non ebbe il coraggio di opporsi. Si potrebbe dire che il Signore aveva
predisposto tutto il piano, perché lo voleva condurre attraverso la prigionia a
Roma. Ma ciò non diminuisce affatto la responsabilità di quelli della chiesa di
Gerusalemme, che non escono certo puliti da tutta questa vicenda. Vediamo
perché avvenne l’arresto di Paolo nel Tempio. Il Tempio vero e proprio era circondato
da vari recinti. Uno di questi non poteva essere superato dai Gentili, pena la
morte. Di questo siamo sicuri, perché è stata trovata una lastra che adesso si
trova nel Museo di Istanbul, ma ce n’è una copia a Roma, nel Museo della
Civiltà Romana all’EUR. Su questa lastra, trovata in prossimità della spianata
del Tempio a Gerusalemme, c’è scritto in greco che chi attraversa quel recinto
viene messo a morte. E i Giudei potevano mettere a morte una persona se varcava
il recinto. Ne avevano ricevuto autorità dai Romani, perché diventava una questione
religiosa. E Paolo fu accusato di aver fatto varcare quel recinto da alcuni
Gentili. Evidentemente non era vero, perché Paolo non era così sciocco da
infrangere quella regola; lo sapeva troppo bene. Però lo accusarono di questo,
falsamente, e volevano farlo a pezzi. Ma, come abbiamo già detto, intervenne il
tribuno romano e lo salvò. E
ora, mi sapete dire durante la prigionia di Paolo, a Gerusalemme, e poi a Cesarea,
dove sono quelli della chiesa di Gerusalemme, gli anziani e i membri di chiesa?
Brillano per la loro assenza assoluta! Non c’è nessuna parola del testo che dica
“ma fervide preghiere venivano elevate al Signore”, come nell’occasione della
prigionia di Pietro. Qui invece tutti spariscono dalla circolazione. Avevano
paura? E va bene, forse avevano paura. Ma non si può avere paura e accettare un’ingiustizia
così forte. Lo sapevano benissimo che Paolo non aveva portato i Gentili oltre il
recinto. Dovevano parlare al Sinedrio e dire: “Ci offriamo noi come ostaggi, ma
liberate quest’uomo che è innocente e non ha fatto nulla”. Macché, niente,
zero. L’unico che si muove è quel minorenne, quel ragazzetto nipote di Paolo,
che per suo zio stravedeva, che si diede da fare andando di nascosto dal tribuno
dicendogli: “Eh, guarda che lì stanno tramando che lo vogliono ammazzare. Non
farlo uscire dalla fortezza perché se no gli fanno la pelle”. Ecco la
situazione. Conclusione Concludo
dicendo: “Vedete in quanti modi si può leggere il libro degli Atti”. Questo
libro mi ha appassionato per decenni, e i suoi personaggi si può dire che li
conosco bene (alcuni come amici e come fratelli), in tutte le loro caratteristiche
positive e negative. Vi inviterei a leggere i libri della Bibbia e in particolare
questo con tale spirito. Cogliamo il significato che c’è dietro alle parole.
Ricaviamo dai testi un insegnamento perenne che ci possa indirizzare. La chiesa
di Gerusalemme, ridimensioniamola rispetto alla chiesa di Antiochia, che fu invece
una vera chiesa missionaria. La chiesa di Gerusalemme, schiava dei suoi pregiudizi,
dell’orgoglio giudaico, incappò in queste meschine situazioni, obbligando un
servo di Dio a fare una cosa che non avrebbe voluto fare, e poi non mosse un
dito per andare in suo soccorso. Eppure avevano ricevuto un momento prima borse
di soldi da quel pover’uomo, che si era dato da fare a girare tutto il mondo
conosciuto per raccogliere gli aiuti per i loro poveri. E questo lo sappiamo
perché lo dice Paolo in presenza del popolo: “Io son venuto qui a consegnare l’elemosina
agli anziani”. Non ci si comporta così. Anche questo, pur essendo negativo, è
un insegnamento solenne, che il Signore ci mostra e che penso non sarà inutile.
Non dimentichiamolo!
Davide Valente. Torino, giugno 1998. |