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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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ASTROLOGIA DIVINAZIONE E MAGIA NELL’ANTICHITÀ E OGGI Premessa La ricerca
si sviluppa partendo dai testi biblici che trattano l’argomento in relazione
soprattutto ai popoli pagani con i quali gli Ebrei hanno avuto contatti nel
corso dei secoli (Egizi, Cananei, Assiri, Babilonesi, Greci). La
seconda parte riguarda in dettaglio le pratiche religiose degli Etruschi., con
qualche cenno alla religione romana. La
terza parte prende in esame la situazione odierna nella società cosiddetta
cristiana per constatare purtroppo che ben poco è cambiato rispetto
all’antichità. 1. Situazione nell’antichità secondo la Bibbia 1.1. L’astrologia L'astrologia era nei tempi antichi lo studio della presunta
influenza degli astri sul destino degli uomini (cfr. Is 47:13). Lo studio degli astri, dei loro
movimenti e della loro corrispondenza con gli eventi umani era alla base di
tutta la civiltà babilonese, come pure di quella assira, ecc. Si partiva dal
presupposto di una corrispondenza fra il mondo celeste e il mondo terrestre,
così che questo era considerato riflettere le situazioni di quello. Come il
ritmo della vita sulla terra è segnato dal ritmo del sole e della luna che
distinguono i giorni, i mesi, l'avvicendarsi delle stagioni (cfr. Gen 1:14-18),
così vi è un ritmo più ampio, che abbraccia i secoli, segnato dalle diverse
posizioni dei pianeti. Alla fine di una di queste stagioni cosmiche, si ha un mutamento,
con l'inizio di una nuova era. I fatti storici, il sorgere e il cadere degli
imperi è anche un riflesso di questi mutamenti celesti; persino le reciproche
relazioni degli dei vengono ad essere modificate. Il sole, la luna e i pianeti e le stelle (fisse) erano considerati come
la sede degli dèi, o come dèi: la Bibbia li chiama l'“esercito del cielo”, e
vieta recisamente ogni forma di culto nei loro riguardi (Deut 4: 19; 2 Re
17:16). Nel racconto del IV giorno della creazione (Gen 1: 14-18) i corpi
celesti sono nominati indirettamente come “luminari”, privi di una propria
potenza e personalità. Essi sono creazione diretta di Dio, al quale devono
rendere lode, come ogni altra cosa creata (Sal 148: 3). Lo studio degli astri nell’antichità
era affidato ad una classe di sacerdoti che noi oggi definiamo astrologhi. La Riveduta traduce l'ebraico Hobene shamaym con gli uomini che misurano il cielo (Is 47:13). E’ certo che si trattava di persone che si occupavano di dividere il
cielo in spazi per seguirvi in ciascuno di essi il corso dei pianeti, nella
vana speranza di predire l'avvenire. Le stelle vennero raggruppate in
costellazioni, a cui corrispondevano figure mitologiche (pensiamo per esempio
al Gran Carro dell’Orsa Maggiore). Oggi sappiamo che le figure disegnate in
cielo dalle stelle sono soltanto un effetto prospettico, ma per gli antichi non
era così. Le costellazioni poste sul piano dell’eclittica (cioè del cammino apparente del Sole durante l’anno)
furono chiamate “segni dello Zodiaco” (in tutto 12). Sono i ben noti Acquario,
Pesci, Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione,
Sagittario, Capricorno. Le date d’ingresso del Sole nei segni zodiacali sono:
il 21 gennaio in Acquario, il 20 febbraio in Pesci, il 21 marzo in Ariete, e
così via fino al 22 dicembre in Capricorno. Le costellazioni dello Zodiaco
avevano affascinato pure gli Ebrei, a tal punto che l’empio re Manasse aveva
introdotto nel tempio di Gerusalemme i loro simboli chiamati nella Bibbia l’esercito del cielo (2 Re 21: 5,6),
oltre a praticare tutta una serie di magie e incantesimi. (Lo studio minuzioso del cielo portò
poi a poco a poco l’umanità alla scoperta di una scienza meravigliosa:
l'astronomia). 1.2. La divinazione Si definisce divinazione
l'arte del conoscere le cose segrete presenti e future, mediante
l’interpretazione di determinati segni o l'evocazione degli spiriti dei morti.
Diffusa in tutto il mondo antico, era praticata spesso in relazione con il
culto ufficiale di talune divinità. Anche in Israele la divinazione veniva
praticata da indovini o negromanti. Cfr. 1 Sam 28: 6 ss. dove Saul dopo aver
esaurito i mezzi normali per ricevere una risposta da Dio si rivolge ad
un'evocatrice di spiriti. La legge proibiva evidentemente la divinazione (Lev
19:31, 20: 27), ordinando per i trasgressori addirittura la lapidazione. L’addetto
ai lavori, ossia l’indovino, tentava
di leggere l'avvenire e di annunziare oracoli per mezzo di una specie
d'ispirazione, di preteso soffio soprannaturale (è il caso della serva indovina
incontrata da Paolo a Filippi, Atti 16:16) o più spesso mediante la lettura di certi fenomeni naturali come
il volo degli uccelli, la posizione
delle viscere delle vittime, in
particolare del fegato (così faceva il re
di Babilonia, cfr. Ez 21:26), o l’aspetto dell'acqua versata in un recipiente o i movimenti provocati da oggetti
gettati nell'acqua stessa (idromanzia,
Gen 44:5 parla della coppa di Giuseppe che serviva per trarre presagi). Sappiamo che nell’antichità c’erano luoghi particolarmente deputati per
consultare gli indovini e ricevere gli oracoli, ossia le risposte della
divinità (in ambito greco, Delfi, Cuma, ecc.). E’ noto che questi oracoli erano
spesso volutamente ambigui. E per accentuare l’atmosfera, la voce dell’indovino
o della sibilla si esprimeva con fischi e sospiri, sembrando uscire dalla terra
come un mormorio o un sussurro. (Is 8:19 ;29:4 parla di sussurri e bisbigli, e
di parole che escono sommessamente dalla polvere). Un aspetto più grave della divinazione era la negromanzia, ossia la predizione dell'avvenire
attraverso l'evocazione degli spiriti dei morti e la conversazione con essi (1
Sam 28:8; Is 8:19). In diverse epoche, gli Israeliti si diedero anch'essi alla
divinazione mediante la negromanzia. Tuttavia erano stati avvertiti da Dio che
il negromante era un impostore e che consultandolo commettevano un peccato
gravissimo. Dio considerava questa mancanza come una contaminazione, un
contatto con gli spiriti cattivi ed un atto d'apostasia. Abbiamo visto che Saul
si rese egli stesso colpevole di questo peccato che provocò la sua morte (1 Sam
28:3,8,9; 1 Cron. 10:13,14). 1.3. La magia Si
definisce magia la pretesa di
influenzare le potenze soprannaturali
(divine o demoniache) che tiranneggiano la vita dell'uomo, mediante mezzi
naturali (gesti, azioni o parole rituali). In ambito assiro e babilonese era
praticata da una speciale classe di persone (Dan 2: 2). Un certo genere di
magia (anche tra gli Ebrei) è comprovato dall'uso di amuleti atti a difendere
chi li portava dagli influssi malvagi. Sembra che gli “orecchini” e le
“mezzelune” servissero anche a questo scopo (Gen 35: 4; Os 2: 13; Giud 8: 21,
26; Is 3: 18). Così pure parole scritte erano impiegate allo stesso fine. I
profeti frequentemente combattono la magia, che si manifestava anche
nell'attribuire a determinate piante o sostanze virtù occulte, come pure varie
forme di autolesionismo (I Re 18: 28) ed ogni sorta di sortilegi (Mich 5: 11).
Ad esempio, la credenza nella virtù afrodisiaca della mandragola (un tipo di
pianta) è documentata da Gen 30: 14 ss. In stretta connessione con i sortilegi e gli
incantesimi è la credenza dell'efficacia dell’invocare la benedizione o la
maledizione (Num 22: 6; Giud 5: 23). Vi erano anche magi esperti nel maledire i
giorni (Giob 3: 8). La parola ebraica ashshaf indica gli stregoni e gli
esorcisti che si servivano di formule magiche per farsi aiutare dagli spiriti
maligni oppure per obbligarli a smettere di tormentare le loro ipotetiche
vittime. Gli effetti soprannaturali ricercati riguardavano gli uomini, gli
animali o le forze della natura. Tuttavia va fatto notare che i Testi Sacri non
fanno sempre una distinzione precisa fra incantesimo e divinazione (Num 23:23;
24:1; 2 Re 17:17; Ger 27:9) né tra le altre forme d'occultismo, tutte
interdette in maniera formale dalla legge di Mosè (Deut 18:9-14). Questa puniva
con la morte tanto i maghi che i negromanti (evocatori di spiriti dei defunti;
Es 22:18; Lev 20:6,27). Il Nuovo Testamento
annota le stesse pratiche e parla di: Simon Mago (Atti 8:9,11); Bar Gesù
(13:6,8); ad Efeso sono ricordati gli esorcisti giudei e gli adepti delle «arti
magiche» con i loro libri dal costo favoloso (19:13,19). La stregoneria è
manifestamente un'opera della carne, secondo
GaI 5:20, dove la parola greca è pharmakeia
che sottintende l'uso di droghe e di filtri misteriosi. 2. Gli
Etruschi tra religione e magia Secondo Tito Livio gli Etruschi
erano “un popolo sommamente dedito alle superstizioni”. Indubbiamente la
religione, o meglio il rituale religioso, ebbe parte notevole nella vita e
nella mentalità etrusca, basti pensare che i più importanti documenti letterari
in lingua etrusca sono di argomento sacro: dal liber linteus, un calendario sacrale del II sec. a.C. scritto su
una tela di lino riutilizzata per bendare una mummia (la “mummia di Zagabria”),
alla tegola di Capua (V sec. a.C.), che prescrive i rituali per gli dèi degli
inferi, alle lamine d’oro di Pyrgi (VI sec. a.C.), forse un responso oracolare. 2.1.
Le divinità mostruose ereditate dal mondo greco Anche nella sfera religiosa l’apporto
culturale greco fu determinante, anche se venne innestandosi su un diffuso e
profondo sentimento del sacro che ci è testimoniato già in età protostorica.
Probabilmente, in quest’epoca, le divinità si identificavano con le forze
elementari della natura e venivano raffigurate sotto forma di animali o mostri.
Il coperchio bronzeo di Bisenzio (VIII sec. a.C.) ci testimonia uno di questi
rituali, con guerrieri che danzano intorno a un essere fantastico di grandi
dimensioni; ancora in età successiva sopravvivono miti, come quello del mostro
Olta, emerso dal terreno a Volsinii,
in cui riaffiora il ricordo del lato mostruoso della divinità. Altre identità
divine, derivate da un sostrato ideologico preistorico e che non potranno
essere ricondotte al modello greco, sono quei dèmoni o geni, come le Lase, di
difficile e non univoca definizione, che forse avevano nella tradizione del
culto domestico degli antenati la loro origine. 2.3. Gli dèi in forme umane L’identificazione compiuta, a
partire dal VII sec. a.C., con le divinità del pantheon greco portò anche alla
adozione della forma antropomorfa per la raffigurazione degli dèi, anche se, in
alcuni casi, il parallelismo era indicativo. La Menerva etrusca era una dea del
fato e degli oracoli, diversa dalla Atena, con cui fu identificata, e anche
Uni, l’equivalente di Hera, era di fatto più vicina alla dea fenicia Astarte.
Rapidamente assimilati furono anche i miti di origine ellenica, come quelli del
ciclo di Eracle o di Teseo, che divennero simboli e allegorie trasparenti dell’aristeia (eccellenza aristocratica) e
della regalità. 2.4. Aruspicina e divinazione Sarà però nel campo dell’aruspicina
(interpretazione dei segni) e della divinazione che gli Etruschi ebbero fama
incontrastata nel mondo antico. A tal punto fu curato questo aspetto del
rito -
l’Etrusca disciplina, come la chiamavano i Romani -
che in età romana era noto un corpus dottrinale immenso, composto da
decine di libri relativi alla divinazione, all’interpretazione dei fulmini,
alle prescrizioni relative al culto dei morti. L’arte della lettura delle
“norme oscure del fato” era, infatti, dominio di una casta di aruspici, riuniti
in età tarda (fine I sec. a.C.) nel collegio dei sessanta aruspici che aveva
sede a Tarquinia, cui era affidato il compito di interpretare il volere divino
attraverso la lettura di segni oscuri e complessi. Così, ad esempio, la caduta
di un fulmine acquisiva un significato diverso a seconda del settore del cielo
in cui era avvenuto il fenomeno, se cioè questo si era manifestato nelle sedes (settori) degli dèi celesti o
degli dèi inferi; allo stesso modo la lettura della conformazione del fegato
della vittima sacrificale poteva fornire indizi analoghi, dividendo l’organo in
decine di settori diversi a ognuno dei quali, come sappiamo dal modello in
bronzo di Piacenza (II sec. a.C.), era preposta una divinità diversa. 2.5. Cenni sulla religione romana La religione romana ha mutuato molto
da quella degli Etruschi. Essa comunque non insegnava una dottrina, ma faceva
soltanto conoscere le cerimonie che bisognava compiere per ottenere il favore
degli dèi. Gli dèi dei Romani differivano da quelli dei Greci, che avevano
ciascuno la sua storia e le sue avventure. Gli dèi dei Romani erano degli esseri vaghi, sui quali non si
sapeva nulla di preciso. spesso non avevano neppure un nome proprio,
oppure, se ne avevano uno, quando li si invocava si aggiungeva: “Preferisci che
ti chiami con un altro nome?”. Gli dèi erano numerosissimi: vi era un dio della porta, ma vi erano anche un dio
dei cardini e uno della soglia. Ogni uomo aveva il suo “genio”, specie d’angelo
custode, ma vi era anche un dio speciale che spingeva il neonato a lanciare il
suo primo grido, vi era un altro dio che gli insegnava a bere, un altro a
mangiare, un altro ad uscire di casa, un altro a rientrarvi, ecc. Quando si sapeva a che dio bisognava
indirizzarsi, bisognava rivolgersi a lui impiegando certe formule, senza cambiare una sola parola, e facendo certi gesti. Vi erano frasi che
bisognava pronunciare girando su se stessi, altre che si dovevano ripetere
ventisette volte, sputando ogni volta in un certo modo. Poi si offriva al dio
un sacrificio: talvolta dei frutti o
delle focacce, talvolta del vino o del latte, talvolta degli animali che
venivano uccisi. I Romani credevano anche che gli dèi facessero conoscere la
loro volontà agli uomini. In certi casi, rispondevano ai problemi che venivano
loro sottoposti: queste risposte si chiamavano auspici. In altri casi, essi inviavano di propria iniziativa dei
segni che erano detti presagi. Esisteva una religione domestica (cioè propria di ciascuna famiglia) e una religione dello stato. Nella religione domestica, gli dèi più importanti erano gli
antenati della famiglia (i Mani).
C’erano poi i Penati (dèi della
dispensa) e quelli della proprietà familiare (i Lari). Nella religione dello stato vi erano
soprattutto i grandi dèi che proteggevano lo stato romano (Giano, Vesta, Giove,
Marte). Come il padre offriva sacrifici nella casa a nome della famiglia, così
il re (e poi il console) li offriva in nome dello stato. Per aiutarlo in questa
funzione, vi erano al suo fianco dei sacerdoti che erano i suoi consiglieri religiosi.
I principali erano i pontefici, che
fissavano nel calendario i giorni fasti,
in cui si lavorava, e quelli nefasti,
in cui non si poteva lavorare. Alla loro testa vi era il pontefice massimo. Gli
àuguri aiutavano i magistrati a
”prendere gli auspici”, cioè a porre un problema agli dèi e ad interpretare la
loro risposta, dal volo degli uccelli o dall’aspetto dei polli sacri. Le vestali erano le sacerdotesse di Vesta,
e non potevano sposarsi per tutta la durata del loro sacerdozio. La religione romana si arricchì continuamente adottando gli dèi
stranieri: dapprima le divinità italiche ed etrusche, poi quelle greche,
infine certe divinità egiziane, siriache e persiane. Molti uomini istruiti, sotto
l’influsso di certi studiosi greci, abbandonarono le credenze religiose dei
tempi antichi. L’irreligione fece,
soprattutto nel I sec. a.C., rapidi progressi. Si diceva che due àuguri non
potessero guardarsi senza ridere. Quelli che tuttavia sentivano il bisogno di
credere in qualche cosa si orientarono verso le religioni orientali dell’Asia
Minore e dell’Egitto (Mitra, Iside). I sacerdoti degli dèi orientali
promettevano ai fedeli la salvezza individuale e l’immortalità. Le cerimonie
religiose, a volte misteriose a volte splendide, accompagnate da canti e da
musica, contrastavano con la freddezza del culto romano. A
questo punto dobbiamo accennare all’analogia che sembra intravedersi tra un
versetto di Isaia (64:3) e 1 Co 2:9. Tuttavia i due passi, pur essendo simili
in qualche espressione, sono assai diversi per i concetti espressi. In Isaia,
nell’alternarsi di alti e bassi, si arriva alla constatazione che “il nostro
Dio interviene (agisce) in favore di
quelli che ripongono in Lui la loro speranza” (è questo un aspetto della
“Divina Provvidenza”, cfr. Salmo 32:10b: “Chi
confida nel Signore sarà circondato dalla sua grazia”). Il passo di Isaia
mette tuttavia in evidenza che questo è un fatto inaudito nella storia del
mondo: quando mai si è visto infatti che un dio [pagano] si sia occupato
seriamente delle necessità dei suoi fedeli? In effetti nelle antiche civiltà
(Mesopotamia, Egitto, e più tardi Grecia e Roma), le divinità venivano
concepite come coloro che avevano fissato il destino (o fato), cui
dovevano sottostare gli uomini. Di conseguenza gli eventi umani erano in genere
ritenuti ineluttabili. Verso la fine
del 1° millennio a.C. si diffondono però (come abbiamo detto prima) i
cosiddetti “culti di salvezza” o “misterici”, specialmente quelli di Mitra e
Iside, nei quali gli iniziati potevano stabilire rapporti diretti con la
divinità, senza mediazione di sacerdoti, e aspirare così ad una risposta personale, o addirittura ad una
salvezza. Ma tutto questo, all’epoca
in cui fu scritto il brano di Isaia. non si era ancora mai udito né visto, come infatti asserisce il testo. In effetti Paolo
non poteva usare il versetto di Isaia nel suo significato originario, perché
nel 1° secolo d.C. i culti misterici erano ormai diffusi in tutto l’impero. E
così Paolo parla delle meraviglie che il Signore ha riservato per i suoi. Ecco
il brano di 1 Co 2:9: “E’ scritto: “Le
cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore
dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano”. La
difficoltà nasce dall’espressione “come è scritto”, che Paolo usa quando cita
l’Antico Testamento. Fin dal tempo di Origene alcuni hanno pensato che Paolo
citasse altri testi che poi sono andati perduti. Ma perché Paolo li avrebbe
citati dicendo solennemente “è scritto”? Un commentatore noto per la sua
“prudenza” così conclude: “Sembra che la cosa migliore sia supporre che il
brano di Paolo sia la libera citazione di Isaia 64:4 con reminiscenze di altri passi biblici” (Leon Morris, La Prima Epistola di Paolo ai Corinzi, GBU,
Roma). 3. Astrologia, divinazione e magia oggi 3.1. La passione per gli oroscopi Ai nostri giorni la divinazione si
pratica su scala sempre più vasta, e rivela sempre la stessa bramosia dell’uomo
di conoscere al di fuori di Dio ciò che gli è nascosto. Il caso degli oroscopi
è emblematico. L’astrologia con le sue previsioni basate sul nulla continua a
tenere banco in riviste serie e in molte trasmissioni televisive di emittenti
pubbliche e private. Tutto ciò lascia in chi legge o ascolta l’impressione che
non solo si tratti di notizie così importanti da meritare di essere stampate o
trasmesse, ma che addirittura tali notizie siano attendibili quanto il
bollettino meteorologico o le informazioni sullo stato delle strade. “Dimmi di
che segno sei e ti dico tutto di te”. Tutto ciò sfiora lo scandalo. Così si
diseduca sapendo di farlo... E nessuno si preoccupa mai di confrontare le
previsioni degli astrologi con i fatti poi realmente accaduti. 3.2. Statistiche sugli operatori della magia L’onda irrazionale sale di anno in
anno. In Francia sono il 30 % quelli che si affidano agli oroscopi; e oltre il
50 % quelli che si rivolgono ai pranoterapeuti. Per l’Italia, secondo gli studi di
un noto istituto di statistica, gli operatori della magia censiti (guaritori,
cartomanti, occultisti, medium, astrologi) sono più di ventimila. Ma molti di
più sono i “sommersi”. Ovviamente la clientela sarà in proporzione. Le tariffe
variano da 100 mila lire per un oroscopo a 30 milioni per una controfattura.
Gli astrologi più evoluti si avvalgono del computer e di sofisticati software. Ma ricordiamo che ai giorni nostri
si ricorre sempre più spesso anche alla bacchetta (del rabdomante, cfr. Osea
4:12), al pendolo, alle carte, alla chiromanzia (lettura della mano), oltre che
alle sedute spiritiche. E talvolta la pratica della divinazione viene
presentata come un curioso fatto di costume al di fuori di ogni malizia
(pensiamo alla recente serie della “Zingara in piazza”, con i suoi simpatici
indovinelli). 3.3. Scienza e parascienza Oggi molte persone che si ritengono
intelligenti e razionali non credono più all’influenza benefica degli amuleti
(anche se poi magari li portano ancora); tuttavia non sanno cogliere il sottile
inganno che si nasconde dietro a certe pratiche dei pranoterapeuti o di certe
medicine parallele, che propongono argomenti che sono un inestricabile
miscuglio di scienza e mitologia. Così alla gente comune diventa difficile
evitare certi trabocchetti insidiosi per il portafoglio e per la salute. In
effetti non soltanto questi metodi parascientifici succhiano ai meno abbienti
il denaro che avrebbe potuto servire alla loro salute o al loro benessere, ma
essi gettano il turbamento negli spiriti inclinandoli al fatalismo. 3.4. Che cosa è cambiato rispetto ai tempi
antichi?
Purtroppo la risposta è che non è
cambiato quasi nulla. La ragione principale che volge le persone verso
l’astrologia e le altre superstizioni ad essa connesse è che esse mancano,
nella loro propria vita, delle risorse necessarie per risolvere i gravi
problemi personali che loro si pongono, e cedono alla piacevole suggestione che
una chiave d’oro sia a loro
disposizione, come una soluzione semplice, un aiuto sempre pronto. La realtà è
che l’astrologia e la magia dei nostri tempi trovano un facile terreno di
sviluppo, spesso come sostituti di una religione che ha largamente perduto la
sua credibilità. (Vedere l’annunzio del corso di astrologia riportato qui
sotto). Non credendo in effetti più in Dio e nella sua rivelazione, essi non
hanno mai messo in pratica gli insegnamenti della Scrittura che parlano di
rivolgersi a Dio, il Padre Celeste, nei momenti di bisogno (“Invocami nel
giorno della sventura; io ti salverò e tu mi glorificherai”, Sal 50:15; “Chi
confida nel Signore sarà circondato dalla sua grazia, Sal 32: 10; “Accostiamoci
con piena fiducia al trono della grazia, per essere soccorsi al momento
opportuno” Ebr 4:16). E soprattutto queste persone del mondo d’oggi sono troppo
preoccupate, troppo stressate. Gesù aveva invece raccomandato: “Non siate in
ansia per la vita vostra... non state a cercare che cosa mangerete e che cosa
berrete... Perché è la gente del mondo
che ricerca tutte queste cose; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.
Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in più” (Luca 12:
22-31).
Davide Valente, marzo 2001 |