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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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L’ANTICO E IL NUOVO PATTO Dicendo:
“Un nuovo patto”, [il Signore] ha dichiarato antico il primo. Ora,, quel che diventa
an- tico e invecchia è prossimo a scomparire.
(Eb 8:13) Significato
della parola “Patto” Nella
Bibbia in generale il rapporto tra Dio e l’umanità è definito come un “patto” o
“alleanza” (ebr. berith, gr. diathéke), o anche come un “testamento”.
Per questo chiamiamo le due parti della Bibbia Antico e Nuovo Testamento,
ma sarebbe meglio definirle come Antico
e Nuovo Patto. L’Antico Patto Il
Patto di Dio con Abramo Dalla
storia di Abramo possiamo apprendere come sia stato Dio a prendere
l’iniziativa. In Ge 12:1 ss, Dio chiamò Abramo, dicendo: “Va via dal tuo paese, va nel paese che io ti mostrerò; io farò di te
una grande nazione”. (Questa scelta di Dio, in termini teologici, si chiama
elezione). Giunto
Abramo in Canaan, arrivano da Dio altre promesse: “Alza gli occhi e guarda; tutto il paese che vedi lo darò a te e alla
tua discendenza per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della
terra...” (Ge 13: 14-16). Le
promesse vengono ancora rinnovate ad Abramo qualche anno dopo: “Guarda il cielo e conta le stelle se le
puoi contare: tale sarà la tua discendenza”. E Abramo credette al Signore, che
gli contò questo come giustizia” (Ge 15: 5,6). Finalmente,
in Ge cap. 17, troviamo la descrizione del “patto”. Il Signore apparve ad
Abramo e gli disse: “Io sono il Dio
onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro; e io stabilirò il mio
patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente. Stabilirò il mio patto tra me
e te e i tuoi discendenti dopo di te. Sarà un patto eterno per il quale io sarò
il Dio tuo e della tua discendenza” (vv. 1,2,7). Questo patto avrà un segno, che sarà la circoncisione dei
discendenti maschi (vv. 9-14). Il
Patto del Sinai Dopo
alcuni secoli, servendosi di Mosè come “mediatore” (cfr. De cap. 5), Dio intese
rinnovare in modo solenne l’impegno assunto con Abramo, e ripetuto ai suoi
discendenti Isacco e Giacobbe (cfr. Le 26:42). E’ sempre Dio che prende
l’iniziativa. Il Signore parla al popolo dicendo: “Il Signore, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro
particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il Signore si
è affezionato a voi e vi ha scelti..., perché vi ama..., perché ha voluto
mantenere il giuramento fatto ai vostri padri” (De 7: 6-8). Ma
questa volta ci deve essere una contropartita, cioè un impegno altrettanto
solenne da parte del popolo: “Il tuo Dio
è il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima
generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a
quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge.
Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do,
mettendoli in pratica” (De 7: 9-11. Leggere al riguardo anche De cap. 6; Es
34: 10 ss.). A
questo, punto Mosè scrisse tutte le parole che il Signore aveva dette nel
cosiddetto “Libro del Patto” ( Es 24: 4,7). E il patto ricevette ufficiale
conferma con sacrifici mediante spargimento di sangue: “Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: “Ecco il
sangue del patto che il Signore ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste
parole” (Es 24: 8). Dal
momento in cui viene descritto il patto con Abramo, che dobbiamo considerare
come un’anticipazione del patto del Sinai, nell’Antico Testamento la parola
“patto” (ebr. berith) compare più di 200 volte, e pertanto può essere
considerata come una delle parole a più alta frequenza. La
Legge, il Tabernacolo e il Tempio “Tutte queste Parole”: si possono
riassumere col termine “Legge”. In Ne 8:1 è detto che Esdra, lo scriba, doveva
portare “il libro della Legge di Mosè che
il Signore aveva data ad Israele”. Le norme che Mosè trasmise al popolo
sono disseminate dall’Esodo al Deuteronomio, a volte ripetute e ampliate,
spesso intersecantisi tra loro. Si possono suddividere in tre parti: Codice
Morale (di cui fanno parte i Dieci Comandamenti), Codice Cerimoniale (con i
riti per il culto nel Tabernacolo e nel Tempio), e Codice Civile-Penale. In
Eb 9:1 leggiamo: “Il primo patto aveva
norme per il culto e un santuario terreno. Infatti fu preparato un primo
Tabernacolo...”. Il Tabernacolo, ossia il Santuario mobile, era il luogo
dove Dio aveva deciso di “dimorare in mezzo
al suo popolo” (cfr. Es 25:8). Infatti la parola tradotta Tabernacolo (ebr. mishkan) significa Dimora o Abitazione. In
seguito il Tabernacolo fu sostituito dal Tempio
di Gerusalemme, costruito da Salomone, intorno al 950 a.C. (definito dagli
storici come “Primo Tempio”), e distrutto dal babilonese Nabucodonosor nel 586
a.C. Dopo l’esilio il Tempio venne ricostruito da Zorobabel, nel 515 a.C.
(definito “Secondo Tempio”), restaurato nel 20 a.C. da Erode e distrutto poi
definitivamente dai Romani nel 70 d.C. Il
Tempio, dunque, era il luogo della Dimora di Dio in mezzo al suo popolo,
simbolo del Patto che Dio aveva stipulato con Israele. Ma ad una condizione.
Ecco le parole di Dio a Salomone (è il famoso “passo del fischio”): “Se voi o i vostri figli vi allontanate da
me, se non osservate i miei comandamenti e le leggi che vi ho posti davanti e
andate invece a servire altri dèi...., io sterminerò Israele dal paese che gli
ho dato, rigetterò dalla mia presenza la casa (= il Tempio) che ho consacrata
al mio nome... Chiunque le passerà vicino rimarrà stupefatto e si metterà a
fischiare; e si dirà: “Perché il Signore ha trattato così questo paese e questa
casa?”. Si risponderà: “Perché hanno abbandonato il Signore, loro Dio, il quale
fece uscire i loro padri dal paese d’Egitto...” (1 Re 9: 6-9). Le
Allegorie dei Profeti, la Violazione del Patto e la Speranza d’Israele Nel
capitolo 5 di Isaia si parla di Israele come della “Vigna del Signore”. In
questa vigna il Signore aveva fatto grandi lavori, in attesa di raccogliere un buon frutto (v. 2-4). Ma la risposta del
popolo è stata ingiustizia (7), immoralità (20), disobbedienza e disprezzo
(24b). La reazione di Dio sarà perciò terribile: “Ne farò un deserto” (6a); “l’ira
del Signore divamperà contro il suo popolo... e i cadaveri saranno come spazzatura
in mezzo alle vie” (25). Il
profeta Osea, vissuto nell’VIII secolo
a. C., all’epoca della caduta di Samaria conquistata dagli Assiri, paragona il
rapporto tra Dio e Israele a quello di un “Marito con la sua Sposa”. Questo
rapporto si è però inesorabilmente deteriorato, nonostante la lunga pazienza
del Signore, e Osea vive e incarna l’esperienza di un uomo costretto a
sopportare una donna adultera. Il capitolo 2 di questo profeta, in particolare,
contiene espressioni di grande durezza. Geremia,
parecchio tempo dopo, all’epoca degli attacchi dei Babilonesi a Gerusalemme,
riprende l’allegoria del Marito e della Sposa” (Gr 2: 2 ss.). Ora lo sdegno del
Signore si rivolge a Giuda, in quanto il Regno del Nord era già scomparso,
distrutto nel 721 a.C. dagli Assiri. Così Geremia ci fa sapere che il primiero
affetto della sposa è scomparso (2), e anzi questa è caduta così in basso da
essere paragonata addirittura ad una prostituta (20b); e come se non bastasse,
è diventata più maliziosa delle peggiori donne di strada (33). E non ha neanche
coscienza del peccato commesso! (35). Un’allegoria
analoga è ripresa da Ezechiele, che scrive dopo la caduta di Gerusalemme,
avvenuta nel 586 a.C. ad opera dei Babilonesi. Nel capitolo 16 (uno dei
capitoli più crudi e violenti di tutto l’Antico Testamento) leggiamo: “Io ti feci un giuramento, entrai in un
patto con te, dice Dio, il Signore, e tu fosti mia” (v. 8b). “Ma tu, inebriata della tua bellezza, ti
prostituisti...” (v. 15a). In
parole esplicite, nel 2° Libro dei Re si parla di “trasgressione del patto” da
parte degli Israeliti del Regno del Nord, che ebbe come conseguenza la caduta
di Samaria: “Dopo tre anni di assedio,
Samaria fu presa. Il re d’Assiria trasportò gli Israeliti in Assiria..., e
nelle città dei Medi. Infatti non avevano ubbidito alla voce del Signore, loro
Dio, e avevano trasgredito il suo patto, cioè tutto quello che Mosè, servo del
Signore, aveva comandato; essi non l’avevano ascoltato, né messo in pratica”
(2 Re 18: 10-12). Fuori
dall’allegoria, anche Geremia parla di “patto rotto” (Gr 11: 1-17) e delle
conseguenti punizioni riguardo al Regno del Sud con capitale Gerusalemme. Dice
il Signore: “Maledetto l’uomo che non
ascolta le parole di questo patto, che io comandai ai vostri padri...(3,4).
Io ho scongiurato i vostri padri dal
giorno che li feci uscire dal paese d’Egitto fino a questo giorno, dicendo:
“Ascoltate la mia voce!”. Ma essi non l’hanno ascoltata... (7,8). Essi hanno rotto il patto... (10). Ecco, io faccio venir su di loro una
calamità alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li
ascolterò (11)”. Ma
Dio è fedele, nonostante l’infedeltà di Israele. Così i profeti, anche nei
momenti di maggiore calamità, manifestano la “speranza” in un futuro migliore.
La speranza è perciò la fiducia verso il Dio che viene per liberare, il “Dio
fedele”. La
coscienza del proprio peccato e la fiducia nella liberazione sono espresse da
Geremia in una stupenda invocazione, nella quale Dio è chiamato “Speranza di
Israele”: “Signore, se le nostre iniquità
testimoniano contro di noi, opera per amor del tuo nome. Speranza d’Israele,
perché saresti come un prode che non può salvare? Signore, non abbandonarci!”
(Gr 14: 7-9). Vedremo
subito che questa “speranza” si presenta con tre prospettive: la restaurazione
di Israele, la venuta del Messia e la stipulazione di un Nuovo Patto. Dato
l’argomento di questo studio, ci soffermeremo soprattutto su questo terzo
punto. L’annunzio
di un Nuovo Patto da parte dei Profeti dell’Antico Testamento I
passi sono assai numerosi: Is 54:10; 61:8; Gr 24: 6,7; 31: 10, 31-34; 32:
37-40; 50: 5; Ez 11: 17-20; 34: 24,25; 36: 26-28; 37: 21-28. (Il brano di Gr
31: 31-34 è quello riportato dall’Autore della Lettera agli Ebrei in Eb 8:
8-12). Possiamo così riassumere gli argomenti trattati: a) La nazione rinascerà
politicamente; b) I Regni divisi si riuniranno; c) La casa di Davide regnerà sulla
nazione unita per sempre, con l’avvento di un Principe (l’Unto, ossia il Messia); d) Dio sarà sempre col suo popolo; e) Il popolo osserverà le leggi
del Signore non più come costrizione esterna, ma perché le avrà incise nel cuore (cioè, per spontanea convinzione); f) La futura situazione si
presenterà come un “Nuovo Patto”, un “Patto di Pace”, un “Patto Eterno”, che Dio stipulerà col suo popolo; g) Dio farà grazia, userà pietà,
dimenticherà e perdonerà i peccati. Il Nuovo Patto Cambio
di destinazione Abbiamo
visto dunque che i profeti, parlando di un “Nuovo Patto”, pensavano di
riferirsi al ristabilimento del Regno per Israele. Ma il tempo di questo evento
tuttora non è noto: basti citare la risposta di Gesù ai discepoli prima
dell’Ascensione: “I discepoli gli
domandarono: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno ad
Israele?”. Egli rispose loro: “Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti
che il Padre ha riservato alla propria autorità” (At 1: 6,7). Perciò
gli stessi discepoli si resero conto, al momento dell’Ascensione, che quello
che essi avevano pensato si realizzasse subito, si allontanava invece nel
tempo. Ma ecco la svolta: il passo di Geremia 31: 31-34 viene citato qualche
anno dopo dall’Autore della Lettera agli Ebrei (Eb 8: 8-12), che aveva capito
per la prima volta che quella profezia si poteva applicare ai Cristiani (alla
Chiesa)! Ora, Geremia aveva detto testualmente: “Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io concluderò con la casa
d’Israele e con la casa di Giuda un patto nuovo; non come il patto che feci con
i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese
d’Egitto; perché essi non hanno perseverato nel mio patto... Questo è il patto
che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: io metterò le
mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed
essi saranno il mio popolo... , e avrò misericordia delle loro iniquità e non
mi ricorderò più dei loro peccati” Teniamo
presente che il motivo dominante di tutto il ragionamento teologico della
Lettera agli Ebrei è la superiorità del Nuovo Patto rispetto all’Antico. E il
momento clou dell’esposizione si ha
proprio quando l’Autore (8:8-13) prende pari pari il passo di Geremia che
abbiamo prima citato e lo applica ai Cristiani. Il
riferimento fatto dall’Autore della Lettera a questo passo che tutti fino a
quel momento avevano attribuito al futuro ristabilimento d’Israele è di un
ardire vertiginoso ed entusiasmante. L’economia della Chiesa non è dunque una
“parentesi” nel piano di Dio, come alcuni affermano illustrando le profezie
dell’Antico Testamento. Ma la cosa più sorprendente è che Geremia in effetti
“credeva” di parlare del futuro del suo popolo, mentre in realtà lo Spirito
Santo gli consentì di descrivere, col Nuovo Patto, la benedetta situazione
della Chiesa Cristiana, senza che lui potesse minimamente immaginare di che
cosa si trattasse. Questo è il miracolo dell’ispirazione! Comunque,
già Gesù aveva cercato di spiegare ai discepoli il “mistero del Regno” (il Regno di cui parla Gesù è uno degli
aspetti del “Nuovo Patto”): “In verità io
vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete,
e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono” (Mt 13:
17). Paolo
poi aggiunge che la realizzazione dei piani di Dio con la Chiesa era un “mistero che, nelle altre epoche, non fu
concesso ai figli degli uomini di conoscere, così come ora, per mezzo dello
Spirito, è stato rivelato... Poiché questo mistero era stato fin dalle più
remote età nascosto in Dio...” (Ef 3: 5,9). E
finalmente Pietro, parlando della salvezza che si ottiene per grazia mediante
la fede nell’opera di Cristo, scrive: “Intorno
a questa salvezza indagarono e fecero ricerche i profeti, che profetizzarono
sulla grazia a voi destinata. Essi cercavano di sapere l’epoca e le circostanze
cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro...” (1 P 1:
10,11). Le
caratteristiche del Nuovo Patto nel Nuovo Testamento Il Nuovo Patto stipulato con spargimento
di sangue. Il primo accenno di “Nuovo Patto” si ha nella dichiarazione
di Gesù durante l’Ultima Cena: “Poi,
preso un calice e rese grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché
questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il
perdono dei peccati” (Mt 26: 27,28).
“Dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: “Questo calice è il nuovo
patto nel mio sangue, che è versato per voi” (Lu 22: 20). Lo stesso
concetto espresso nel Vangelo di Luca (il
Nuovo Patto nel Sangue di Cristo) lo troviamo anche nel discorso di Paolo
sulla Cena del Signore, in 1 Co 11: 25. E in 2 Co 3: 6, Paolo afferma che di
questo “Nuovo Patto”, Dio lo ha fatto “ministro”, cioè Dio gli ha ordinato di
darsi da fare perché il “Nuovo Patto” possa essere conosciuto e utilizzato da
tutti gli uomini (“L’amore di Cristo mi costringe”,
2 Co 5: 14). La legge scritta nei cuori (Gr
31:33b = Eb 8:10b). Anche Paolo in 2 Co 3:2-6, quando parla del “Nuovo Patto”
di cui Dio lo ha fatto “ministro” (passo che abbiamo appena ricordato), fa
riferimento a qualche cosa che viene scritto su tavole che sono “cuori di
carne”, a differenza di ciò che era stato scritto su “tavole di pietra”. “Io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo”
(Gr 31: 33c = Eb 8: 10c). Consideriamo l’applicazione alla Chiesa fatta da
Paolo in Ro 9: 24,25. Paolo spiega che Dio, volendo
far conoscere le ricchezze della sua gloria verso coloro che aveva in anticipo
preparati, ha chiamato il suo popolo (“noi cristiani”) non soltanto fra i
Giudei ma anche fra gli stranieri (= i Gentili.). E a questo punto cita il
passo di Osea 2: 25 che diceva: “Io
chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e amata quella che non era
amata”. Anche in questo caso dobbiamo pensare che Osea nell’VIII sec. a.C.
attribuisse ad Israele ciò che in realtà si riferiva alla Chiesa. E’
pure notevole l’applicazione che Paolo fa in 2 Co 6: 16: “Noi siamo il tempio del Dio vivente, come disse Dio: “Abiterò e
camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed esse saranno il mio popolo”. Questa
volta Paolo cita Es 29: 45 (argomento: “presenza di Dio nel Tabernacolo”) e Ez
37: 26,27 (argomento: “risveglio delle ossa secche, riunione dei due regni,
patto perenne di pace con i figli di Giacobbe sotto il regno di Davide”). Voi siete una stirpe eletta, un
sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato.
Così dice Pietro ai Cristiani che vivono come forestieri, dispersi in varie
regioni dell’Asia Minore. (1 P 1:1; 2: 9a). Le parole sono quelle che Mosè
aveva rivolto ai figli d’Israele da parte di Dio, riportate in Es 19: 5-6. Si
tratta evidentemente dell’Antico Patto, quello che Israele non seppe mantenere.
Al riguardo Pietro è categorico: “Essi
(cioè gli Ebrei), essendo disubbidienti, inciampano nella Parola; e a questo
sono stati anche destinati”(1 P 2:8b). Ma voi cristiani, aggiunge Pietro, siete ora
“il popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di Colui che vi
ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate
un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto
misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1 P 2: 9b-10). L’allegoria
delle due donne La
sostanziale differenza fra l’Antico e il Nuovo Patto è che il primo era basato
sulla “legge” mentre il secondo è basato sulla “grazia”. Paolo illustra questa
differenza nella Lettera ai Galati, richiamandosi a due donne ben note: Agar e
Sara. Occorre
sapere che gran parte dei Galati cristiani erano di tendenza giudaizzante, cioè
davano grande importanza agli aspetti più rigidamente ritualistici della legge
giudaica. Paolo, per convincerli del loro errore, fa con loro un discorso che
troviamo in Ga 4: 21-31; 5: 1. Molte coppie di opposti, secondo lo stile
paolino, sono inserite nel brano: carne e promessa, schiava e libera, di sotto
e di sopra, naturale e spirituale. Il ragionamento può apparire a noi moderni
alquanto capzioso ed eccessivamente involuto, ma faceva parte di un sistema di
discussione molto in voga nelle scuole rabbiniche. Ecco dunque il discorso di
Paolo, alquanto parafrasato: “O Cristiani di Galazia, voi che volete
essere ancora sotto la legge come sistema, ascoltate ciò che la legge dice. La
Scrittura dice che Abramo ebbe due figli, uno dalla moglie schiava e l’altro
dalla moglie libera (Genesi cap. 16 e 21). Il figlio della moglie schiava,
Ismaele, era nato del tutto naturalmente, ma il figlio della moglie libera,
Isacco, era nato in adempimento alla promessa di Dio. Tutto questo può essere
visto come una rappresentazione simbolica, perché quelle due donne possono
rappresentare i due Patti. Agar, cioè la moglie schiava, rappresenta il patto
fatto sul Monte Sinai; tutti i suoi figli (cioè quelli sotto quel patto) sono
in schiavitù spirituale. Ma voi, miei cari fratelli cristiani, siete figli nati
in adempimento alla promessa di Dio, come lo fu Isacco: noi cristiani non siamo
figli della moglie schiava, ma della moglie libera. Cristo ci ha dato la nostra
libertà: state saldi, e non permettete che vi fissino di nuovo addosso il giogo
che porta il nome di schiavitù!”. Nella
vita di Abramo e di Sara si erano manifestati i due soli modi possibili
dell’atteggiamento dell’uomo verso Dio: incredulità
e fede. Questo è l’elemento
principale dell’allegoria. Come
abbiamo già osservato in precedenza, per i Giudei il “Nuovo Patto” di cui
avevano parlato i profeti era qualcosa di “escatologico”, ancora da venire, che
apparteneva all’era del Messia. I Giudei non potevano assolutamente credere che
quel giorno fosse venuto senza che loro se ne fossero accorti. E invece era
così! Certamente i Giudei erano “figli del patto”, ma di quello fatto sul
Sinai, basato sull’osservanza della legge (che per altro hanno trasgredito).
Invece il patto con Abramo era stato fatto molti secoli prima, basato sulla
promessa di Dio e sulla sua grazia, e sulla fede di Abramo stesso (cfr. Ga cap
3); è quindi un “patto eterno”, che nessuno potrà annullare (Ga 3: 15-17). Nel
discorso di Pietro nel Tempio (At 3: 12-26), i Giudei ai quali l’Apostolo si
rivolge e che invita a ravvedersi credendo all’Evangelo, sono chiamati “figli dei profeti e del patto che Dio fece
con i vostri padri” (v. 25a). Ma di che patto sta parlando Pietro? E’
quello della promessa fatta ad Abramo: “Nella
tua discendenza tutte le nazioni della terra saranno benedette” (v. 25b =
Ge 12: 3). E’
paradossale quindi che il “Nuovo Patto”, quello che deve sostituire l’Antico
che “invecchia ed è prossimo a
scomparire” (Eb 8: 13b), non sia altro che un patto più antico ancora, quello fatto col patriarca Abramo per
libera scelta di Dio, con una precisa promessa alla quale Abramo dette fiducia.
E Paolo afferma perentorio che “quanti
hanno fede sono figli di Abramo” (Ga 3: 7). Difficoltà
e problemi Ma
non tutto è così facile, come sembrerebbe poter dedurre da quanto detto fin
qui, e cioè che con Israele il Signore ha chiuso, e che perciò la Chiesa è il
nuovo popolo di Dio. Molti studiosi della Bibbia dicono infatti che Israele (l’Israele etnico) sarà il futuro erede
delle promesse dell’A.T. interpretate in senso letterale. Essi si appoggiano su
decine e decine di profezie dell’A.T., e inoltre citano i capitoli 9-11
dell’Epistola ai Romani e l’Apocalisse. Fanno soprattutto riferimento a Ro 11:
28,29, dove Paolo afferma che: “Per
quanto concerne l’elezione, [gli Ebrei] sono amati a causa dei loro padri;
perché i carismi e la vocazione di Dio sono irrevocabili”. Senza
dubbio questa spiegazione ha buone basi bibliche. Essa afferma che Israele
dovrà tornare nella Terra Promessa (ed infatti vi è già tornato!), e che la sua
resurrezione nazionale è da intendersi come segno precursore del Regno che
viene. Per
altro, quelli che ritengono che la Chiesa abbia sostituito Israele nei piani di
Dio hanno anch’essi a disposizione moltissimi brani, come abbiamo visto in
precedenza. Oltre al più volte citato brano di Geremia ripreso dall’Autore
della Lettera agli Ebrei, e al passo di Paolo ai Galati che dice che quelli che
hanno fede sono discendenti di Abramo, eccone altri: - (Dalla spiegazione della parabola dei
malvagi vignaioli). Afferma Gesù: “Perciò
vi dico che il Regno di Dio vi sarà tolto, e sarà dato a gente che ne faccia i
frutti” (Mt 21:43). - (Dalla parabola del gran convito). Uno dei
commensali dice a Gesù: “Beato chi
mangerà pane nel Regno di Dio!”. Gesù allora racconta la parabola e
conclude: “Io vi dico che nessuno di
quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena” (Lu
14:15,24). - Paolo definisce “Israele di Dio” l’insieme
dei Cristiani, cioè la Chiesa: “Tanto la
circoncisione che l’incirconcisione non sono nulla; quello che importa è
l’essere una nuova creatura. Su quanti cammineranno su questa regola siano pace
e misericordia, e così siano sull’Israele di Dio” (Ga 6:15,16). - Paolo svela il mistero della Chiesa: “Gli
stranieri (= i Gentili) sono eredi con noi [che siamo Ebrei], membra con noi di
un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù
mediante il Vangelo” (Ef 3:6). Indubbiamente,
i brani ora citati hanno una grande validità, e non sarebbe corretto
ignorarli. Tuttavia succede che il problema
del rapporto fra Israele e la Chiesa dia luogo talvolta a discussioni, dove
ognuno si mette a citare brani biblici per sostenere il proprio orientamento
(cioè che Dio ha chiuso con Israele e perciò la Chiesa è il nuovo popolo di
Dio, o che c’è ancora un futuro per il popolo dell’Antico Patto). Occorre
riflettere sul metodo che usiamo per interpretare la Bibbia. Forse, prendendone
coscienza, diventeremmo tutti più attenti ed umili, più rispettosi e meno
dogmatici. Così,
alla domanda “chi sarà l’erede del Regno, Israele o la Chiesa” dovremmo
rispondere: “tutti e due”. E anche se
questa affermazione ci sembrerà paradossale e contraria alla logica, crediamo
che sia l’unica possibile. Conclusione Vediamo
di riassumere i fatti. Senza dubbio dalla Scrittura emerge che Dio si è
compiaciuto di scegliersi sulla terra
un popolo, che avrebbe chiamato “suo popolo”, ed Egli sarebbe stato il “suo
Dio”. Al fine di stabilire e poi di preservare questa speciale relazione tra Sé e il suo popolo, Dio ha
dato la sua parola di promessa,
impegnandosi in un patto con quel
riconosciuto sigillo dei patti che è il sangue
sparso. Abbiamo
anche visto che in realtà di patti ce ne furono due; però abbiamo rilevato che in entrambi era contemplato lo
stesso scopo, quello di una speciale
relazione tra Dio e il suo popolo. In effetti, il secondo patto è stato
introdotto soltanto perché il primo era inefficace. Quindi il secondo
sostituisce il primo perché realizza quello che il primo non era riuscito a
compiere. Il
primo patto fallì per due ragioni. Da una parte, il popolo che ad esso fu
sottoposto mancò di soddisfarne le condizioni. D’altra parte, quel patto aveva
delle istituzioni che non riuscivano a liberare veramente gli uomini dal
peccato. Il
“Nuovo Patto” è un “patto migliore” (Eb 8:6I). E’ più efficace del primo, in
quanto offre una soluzione definitiva al problema del peccato. I partecipi del
“nuovo patto”, ossia i Cristiani, hanno un Mediatore fra se stessi e Dio, il
loro Salvatore Gesù Cristo, che è il Sommo Sacerdote il quale ha preso su di Sé
i loro peccati e li ha espiati compiendo il sacrificio di Se stesso “una volta
per sempre” (Eb 10: 10-14). Dio,
nel “nuovo patto”, pone la sua legge nei cuori di coloro che appartengono al
suo popolo. Essi sono stati perdonati e fatti oggetto della grazia e
misericordia di Dio. Pertanto, dovrebbero essere spinti dalla riconoscenza ad
osservare la legge divina. Ma Dio stesso opera per provvederli di ogni cosa
buona perché possano compiere la sua volontà (Eb 13: 20,21). Dio dà ai membri
del suo popolo lo Spirito Santo, perché li conduca ad osservare i comandamenti
e le leggi divine (Ga 5: 16,18). Il
secondo patto ha abrogato il primo
(Eb 7: 18), il quale è scomparso (Eb
8: 13), è abolito (Eb 10: 9). Con
queste realizzazioni, il “secondo patto” ha un valore eterno ed è definitivo.
Non vi è necessità di qualche ulteriore atto provvidenziale di Dio. Il
messaggio del Vangelo non soltanto annulla il giudaismo, ma è l’ultima parola
di Dio agli uomini. Davide
Valente, ottobre 2002 |