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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 contattaci 011280304 torna a studi

5.            G I U S E P P E     E     I     S U O I     F R A T E L L I

 

 

            5.1.   La famiglia di Giacobbe

 

            A partire da Genesi 29:31 sono nominati via via i figli di Giacobbe; l'elenco viene poi riassunto in Genesi 35:23. I maschi sono in tutto dodici: sei sono figli di Lea (Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon); due sono figli di Rachele (Giuseppe, Beniamino); due sono figli di Bila, serva di Rachele (Dan, Neftali); due sono figli di Zilpa, serva di Lea (Gad, Ascer). A tutti questi va aggiunta una femmina, Dina, nata da Lea (30:21).

            A Sichem, nella terra di Canaan, Dina fu vittima di un oscuro episodio di violenza (cap. 34), seguito dalla riprovevole condotta dei suoi fratelli Simeone e Levi, i quali si profusero in inganni, profanazioni, vendette ed aggressioni. Giacobbe non poté che disapprovare il loro operato (ne fa fede la maledizione che pronunciò contro di loro nel suo testamento (49:5-7).

            In generale, tra i figli di Giacobbe ci furono frequenti casi di comportamenti riprovevoli. Ruben, il primogenito, si macchiò di incesto (35:22). Di Simeone e Levi, vendicativi e sanguinari, abbiamo riferito qui sopra (cap. 34). Quanto a Giuda, il quartogenito, sappiamo che sposò una cananea, dalla quale ebbe tre figli (cap. 38). Rimasto vedovo, si accoppiò con la nuora Tamar, che si era camuffata da prostituta per trarlo in inganno. Tamar rimase incinta e partorì due gemelli (cap. 38). L'azione di Tamar però non fu dettata dall'impudicizia, né dal desiderio di avere un figlio dal "sangue" dei marito morto. La sua azione sarà ritenuta giusta dallo stesso Giuda (38:26), e sarà lodata dai suoi discendenti (cfr. Rut 4:12).

            (Quanto alla parola “prostituta” o "meretrice", nell'originale ebraico è “qedeshah", che indica propriamente una "prostituta sacra", o ierodula; nelle adiacenze dei templi cananei si praticava infatti la prostituzione, che veniva detta "sacra"  -  "ierodulia"  -  perché con essa si pensava di onorare la divinità). Nella famiglia di Giacobbe si erano dunque introdotte le costumanze cananee. Oltre a ciò, essi erano ancora legati all'idolatria che avevano appresa in Mesopotamia. E' ben vero che Giacobbe aveva tentato ad un certo punto di "purificare" la sua famiglia, togliendo di mezzo gli "dèi stranieri" (i terafim, 35:1-4). Ma nascondere gli idoli sotto terra (v.4) non fu certo sufficiente ai figli di Giacobbe per entrare in una giusta relazione con Dio.

            (Questi dèi stranieri, o idoli domestici, in ebraico "terafim", bisogna intenderli come statuette rappresentanti gli antenati della famiglia, considerati come numi tutelari della casa, analogamente ai “penati” dei Romani. L'uso dei terafim rimase in Israele a lungo (cfr. 1 Samuele 19:13); essi venivano consultati per ottenerne oracoli, ma tale pratica fu condannata dalla Scrittura come superstizione e idolatria, cfr. 2 Re 23:24).

 

            I dodici figli maschi di Giacobbe sopra elencati sono i capostipiti delle dodici tribù di Israele, secondo Genesi 49:28. In tal senso essi sono definiti "Patriarchi" nel Nuovo Testamento (Atti 7:8,9).

 

            (Quanto ai nomi delle 12 tribù, occorre prendere nota che in altri passi si trovano delle varianti. In Numeri 1:1-15 manca la tribù di Levi, che non aveva territorio perché era stata votata al sacerdozio, e al posto di Giuseppe ci sono i suoi due figli Efraim e Manasse; così il totale rimane 12. Nel passo di Apocalisse 7:5-8 mancano invece Dan e Efraim mentre ci sono Levi, Giuseppe e Manasse; il fatto che Dan viene omesso fu spiegato come dovuto all'antica credenza che l'anticristo dovesse sorgere da Dan).

 

            5.2.   Giuseppe fa lega col padre contro i fratelli 

 

            E' detto che Giacobbe dimostrò la sua "preferenza" per Giuseppe (37:3), e che questa parzialità finì per provocare l'odio dei fratelli nei riguardi di Giuseppe stesso (v. 4). Il maturo Giacobbe, pur trasformato spiritualmente, non seppe dunque intuire le conseguenze del suo imprudente comportamento affettivo. Non gli erano servite a nulla le passate esperienze (anche a lui era toccato di vivere in una famiglia spaccata dalle parzialità!).

            Così vediamo Giacobbe regalare a Giuseppe un vestito particolare (una tunica con

le maniche, probabilmente a vivaci colori); un abbigliamento di questo tipo doveva essere considerato elegantissimo da quei pastori abituati a vestirsi miseramente. Come se non bastasse, Giuseppe comincia ad accusare i fratelli, riferendo al padre le loro malefatte (37:2), e non gliene doveva certo mancare l'occasione! Ed è evidente che il padre, compiaciuto, assecondava il figlio in tale comportamento. Tutto ciò dovette portare Giuseppe a gonfiarsi d'orgoglio, e i fratelli ad odiarlo sempre di più, perché ravvisavano in lui nient'altro che un antipaticissimo spione. Poi accadde un fatto che colmò la misura. Giuseppe prese a fare dei sogni misteriosi, e si mise a raccontarne il significato a tutti; ed il significato era che egli avrebbe presto signoreggiato su tutta la famiglia. Questa rivelazione indispettì lo stesso Giacobbe; e mentre da una parte la vanità di Giuseppe aumentava oltre  modo, dall'altra l'odio dei fratelli raggiunse il punto di non ritorno. Decisero dunque di ucciderlo, appena se ne fosse presentata l'occasione. (Il motivo di quest'odio in realtà era quello stesso che aveva reso nemici mortali Giacobbe ed Esaù: l'ambizione di voler essere il primo).

 

            5.3.  La sorte che spetta a chi vuol essere il “primo”

 

            Il significato dei sogni di Giuseppe era tuttavia esatto: egli sarebbe stato effettivamente il "primo" ( il “grande”) della sua famiglia, perché li avrebbe salvati tutti quanti dalla morte per fame. (Il Signore, nel suo disegno, aveva predisposto che Giuseppe sarebbe stato lo strumento per far "sopravvivere la discendenza di Abramo"). Ma Dio avrebbe dovuto prima plasmarlo alla Sua scuola, facendogli sperimentare che chi vuol essere grande, deve essere il servitore degli altri. E Giuseppe avrebbe dovuto imparare ancora molte altre lezioni, soprattutto quelle della sofferenza e dell'umiliazione.

 

            Sappiamo che anche nella cerchia degli Apostoli era sorta un giorno la stessa questione. Giacomo e Giovanni avevano chiesto a Gesù: "Signore, concedici di sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra" (Marco 10:37). E mentre gli altri, invidiosi, protestavano, Gesù li ammonì tutti quanti: "Non deve essere così tra voi; anzi, chiunque vorrà essere grande tra voi, sarà vostro servitore; ... perché il Figlio dell'Uomo non è venuto per esser servito, ma per servire" (Marco 10:43,45).

 

            5.4.   Giuseppe venduto come schiavo e portato in Egitto

 

            La vicenda di Giuseppe e dei suoi fratelli si sviluppa d'ora in poi in modo drammatico. L'occasione che i fratelli attendevano, finalmente si presenta: Giuseppe è solo in campagna, e i fratelli, vedutolo, si dicono a vicenda: "Forza, uccidiamolo!" (Genesi 37:20). Quel che li trattiene però dal colpirlo è un certo qual timore, uno scrupolo, di "spargere il sangue" (cfr. Genesi 9:6). Così, seguendo il consiglio di Ruben, si limitano a gettarlo in una cisterna, non prima di averlo spogliato della sua bella veste. Dovevano però pur rendersi conto che lì dentro il ragazzo sarebbe morto lo stesso, e di una morte ancora più atroce! Ma tant'è: non avendolo scannato, essi si sentivano con la coscienza in pace. E quindi si misero a mangiare tranquilli, mentre il povero Giuseppe li supplicava piangendo dal fondo del pozzo (cfr. Genesi 42:21).

            Qualche volta anche noi possiamo pensare di essere a posto, perché abbiamo rispettato la "lettera"; l'insegnamento della Scrittura però è diverso (cfr. Matteo 5:21-22).

 

            L'avvicinarsi di una carovana di mercanti fa nascere nei fratelli la convinzione che è anche possibile ricavare un utile da quell'azione criminosa. (Come dire: unire l'utile al dilettevole!). Questa volta è Giuda a suggerire l'idea. Così Giuseppe viene barattato per del "denaro" e portato schiavo in Egitto, mentre i fratelli escogitano la macchinazione della veste macchiata di sangue per poter convincere il padre che è stato sbranato da una bestia feroce.

 

            Pensando a questo Giuda che vende suo fratello per venti sicli d'argento, non possiamo fare a meno di pensare a quell'altro Giuda che vendette Gesù per trenta sicli! In questo senso il Giuda patriarca è figura del Giuda traditore; e Giuseppe, che soffrì per la salvezza del popolo (Genesi 45:7), è una figura di Gesù, vittima innocente, "venuto per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti" (Marco 10:45b; cfr. Giovanni 11:50).

 

            Dobbiamo ora soprattutto sottolineare una cosa: che Giuseppe dovesse recarsi in Egitto, era esattamente ciò che Dio aveva predisposto nel suo misterioso progetto; e non importa affatto che questo avvenne in conseguenza del comportamento criminoso dei fratelli. Infatti proprio Giuseppe fu lo strumento di cui Dio aveva deciso di servirsi per realizzare il suo piano di salvezza, che aveva preso le mosse da Abramo. Lo stesso interessato se ne renderà conto parecchi anni dopo, pronunciando davanti ai fratelli la frase che qui anticipiamo:

 

            "Dio mi ha mandato qui [in Egitto] prima di voi, perché sia conservato di voi un resto sulla terra, e per salvare la vita a molti scampati. Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio" (Genesi 45:7,8).

 

            5.5.   Considerazioni sull'elezione

 

                        Ciò che abbiamo visto fin qui per Giuseppe è sufficiente per dire di lui ciò che già avevamo osservato a proposito di Isacco e di Giacobbe: anche la vita di Giuseppe si sta sviluppando sotto l'azione della grazia di Dio. Nel caso di Giuseppe però la benevolenza divina non si è ancora manifestata nel senso di farlo prosperare indipendentemente dai suoi meriti (infatti egli finora è stato solamente umiliato e lo sarà ancora per qualche tempo); però Dio lo ha già “scelto” per un suo piano preciso. Ora, la scelta di Dio si chiama "elezione" (eleggere significa appunto scegliere).

 

                        L’elezione dipende da un piano preordinato da Dio, da una Sua insondabile decisione (cfr. Efesini 1:4; 2 Tessalonicesi 2:13). In questo senso l’elezione ha degli stretti rapporti con la predestinazione, di cui abbiamo fatto cenno al punto 4.11. La predestinazione caratterizza la sovranità di Dio nel determinare il destino temporale ed eterno delle creature. La elezione caratterizza la decisione di Dio di mettere in atto un Suo piano, scegliendo per questo scopo una collettività o una persona singola. Quindi la elezione va intesa come la scelta per compiere un servizio, e non nel senso generico di scelta per la salvezza. Chi è eletto diviene pertanto il "servo di Dio", uno strumento nelle Sue mani per compiere l'opera Sua. Nel Nuovo Testamento l'Eletto di Dio (= Quello che è stato scelto da Dio) è Gesù Cristo (cfr. Luca 9:35; 23:35), chiamato anche la "pietra scelta" (1 Pietro 2:6). Nelle chiese del periodo apostolico spesso i credenti venivano definiti come “gli eletti" (cfr. Romani 16:13; Colossesi 3:12; 2 Timoteo 2:10). Pur essendo la elezione dipendente da un piano preordinato di Dio (Efesini 1:4; 2 Tessalonicesi 2:13), l'accento non è mai posto sull'esclusione degli altri, ma sul servizio di quelli che sono stati scelti. Chi è stato eletto da Dio è dunque chiamato a portare beneficio agli altri, verso i quali è diretta la sua "vocazione" (= chiamata). Il Popolo d'Israele fu eletto da Dio per essere  "Fonte di Benedizione" (cfr. Genesi 12:3), e “Testimonio della Sua potenza” in mezzo ai popoli (cfr. Isaia 43:10). Gesù scelse i discepoli con lo scopo preciso di affidare loro una missione (cfr. Matteo 10:1 sg.; vedi pure Giovanni 15:16) : "Sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto”. Anche Paolo fu scelto per compiere una missione precisa. Il Signore dice di lui ad Anania: "Egli è uno strumento che ho scelto per portare il Mio Nome davanti ai popoli..."(Atti 9:15).

 

                        Attenzione però: il Cristiano non dovrà considerarsi un privilegiato, perché "predestinato e chiamato" da Dio (Romani 8:29), ed "eletto prima della fondazione del mondo” (Efesini 1:4). Se così facesse, egli si sentirebbe soltanto in diritto di godersi egoisticamente la propria salvezza. Piuttosto, egli dovrà sentirsi scelto dal Signore per essere usato da Lui come uno strumento a beneficio degli altri!.

 

            5.6.   Giuseppe in Egitto: da maggiordomo a carcerato (Genesi 39 - 41:36)

 

            Ecco per sommi capi lo sviluppo della storia. Giuseppe, giunto in Egitto, fu acquistato da un ufficiale del Faraone di nome Potifar, il quale lo tenne in casa sua prima come servo e poi come maggiordomo (Genesi 39:4). Sebbene immerso in un ambiente pagano, il giovane ebreo seppe rimanere fedele sia al suo Dio che al suo padrone egiziano; e infatti, quando la moglie di costui lo tentò, egli la respinse dicendo: "Come potrei fare questo gran male e peccare contro Dio ?" (39:9). Di conseguenza la donna per vendicarsi lo accusò presso il marito Potifar, e questi lo fece rinchiudere in carcere (39:20). Qui però il giovane entrò nelle grazie del governatore della prigione (39:21-23), il quale se ne servì poi come sorvegliante. Nello stesso carcere dove si trovava Giuseppe, furono un giorno rinchiusi il capo dei coppieri e il capo dei panettieri del Faraone, i quali fecero rispettivamente due sogni che Giuseppe seppe correttamente interpretare; infatti i sogni si avverarono alla lettera, e il coppiere venne liberato mentre il panettiere fu giustiziato (cap. 40). In capo a due anni, anche al Faraone avvenne di fare dei sogni strani, che però nessuno dei suoi maghi seppe correttamente interpretare. Allora il coppiere si ricordò di Giuseppe, che un giorno gli aveva rivelato il significato del suo sogno, e suggerì al Faraone di chiamarlo. Così Giuseppe, uscito di prigione, comunicò al Faraone che il sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre, seguito dal sogno delle sette spighe piene e delle sette spighe vuote, significava sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia; e suggerì anche al re come affrontare la situazione in modo che non ne derivasse danno per l'Egitto.

 

            5.7.   Da carcerato a viceré (Genesi 41:37-57)

 

            Succede allora che il Faraone, soddisfatto per la spiegazione ed i saggi consigli, nomina il giovane ebreo viceré (visir) dell'Egitto, e gli dà come segno di autorità il suo sigillo personale (v. 42). Il fatto è che lo stesso Faraone si era convinto che in Giuseppe albergava "lo Spirito di Dio" (v. 38).

            (Questo dovrebbe essere anche il risultato della nostra testimonianza: chi ci guarda e ci ascolta, dovrebbe accorgersi se in noi c’è veramente lo Spirito di Dio).

 

            Così ora vediamo l'ex carcerato che si mette a girare per il paese sul carro reale, e la gente che si prostra davanti a lui esclamando: "Il nostro cuore è con te !".(La parola tradotta "In ginocchio" (v.43, N. RIV.), è nell'originale ebraico "Abrech", corrispondente all'egizio "ib-r-k", che significa letteralmente "il cuore a te", esclamazione di entusiasmo e riverenza). In seguito il Faraone, per onorare maggiormente Giuseppe, gli dà in moglie la figlia di un sacerdote di On. (On corrisponde a Eliopoli, città del culto solare, nella quale il sacerdozio aveva un ruolo politico importante).

 

            5.8.   Giuseppe vuole dimenticare il passato

 

            Trascorsi i sette anni di abbondanza, durante i quali Giuseppe aveva provveduto a far accumulare le provviste, cominciano i sette anni di carestia; e da tutti i paesi arrivano in Egitto le carovane, per recarsi da Giuseppe a comperare del grano (v. 57). Giuseppe ora ricopre un ruolo di enorme prestigio, ed inoltre si è formato una nuova famiglia. Che senso hanno ormai per lui le tristi vicende del passato? Meglio dimenticare tutto, dai fatti più recenti a quelli più lontani: l'ingrato coppiere che si era dimenticato di lui lasciandolo in prigione, la moglie di Potifar che lo aveva calunniato, la cisterna dove aveva passato ore terribili, la sua vecchia famiglia dove i fratelli lo odiavano a morte. Tutto questo, Giuseppe lo voleva cancellare dalla memoria, e quando gli nacque il primo figlio dalla moglie egiziana, gli diede il nome “Manasse” (41:51), che significa appunto: "Che fa dimenticare".

            Ma che Giuseppe dimenticasse ogni cosa non rientrava nel piano di Dio, ed il Signore stesso avrebbe presto provveduto a fargli tornare in mente tutto quanto, nel modo più inatteso.

 

               5.9.   Arrivano i fratelli (capitoli 42-44)

 

              A causa della carestia, anche i fratelli di Giuseppe si recano in Egitto per comperare del grano. Sono dieci, perché Beniamino, il più piccolo, è rimasto in Canaan presso il vecchio padre Giacobbe. Pensiamo alla scena dell'incontro. I dieci fratelli che avevano meditato di ucciderlo, sono ora prostrati davanti a Giuseppe con la faccia a terra (42:6). Essi non lo riconoscono affatto, perché Giuseppe è abbigliato secondo il costume dei nobili ed inoltre parla egiziano, facendosi tradurre da un interprete (42:23). Ma Giuseppe riconosce loro, eccome! E gli tornano allora in mente i sogni della giovinezza (42:9a): erano dunque veri quei presagi... Ma ora la ruota della vita ha fatto il suo giro, ed è giunto il momento di vendicarsi, restituendo pan per focaccia. Giuseppe e i fratelli parlano a lungo. (Il loro dialogo, riportato brevemente nei versetti 42:7-13, dobbiamo immaginarlo molto più ampio; è ciò che risulta dalla relazione che ne fecero in seguito gli stessi fratelli al padre, cfr. 43:7; 44:19 sg.). E alla fine, Giuseppe accusa i fratelli di essere delle spie, e li fa rinchiudere in prigione (42:17).

            A questo punta però la storia prende una piega inaspettata: tutti i personaggi che fin qui si erano lasciati trascinare da forti passioni, vanità, odio, desiderio di vendetta, avidità, sono costretti pian piano a riconoscere negli avvenimenti la mano misteriosa di Dio. Che ci sia l'intervento di Dio è fuori discussione, anche se nessuno sa ancora quale scopo Dio si è prefisso di realizzare.

                        Esaminiamo le cose in dettaglio, cominciando da Giuseppe. Dopo la prima impulsiva reazione, lo vediamo cambiare decisamente atteggiamento. Egli dichiara subito di "temere Dio" (42:18). Poi, cessando di opprimere i suoi fratelli, si accinge a sottoporli ad una serie di "prove". In questo Giuseppe fu certamente ispirato da Dio: lo scopo delle prove era infatti chiaramente orientato a scuotere le coscienze dei fratelli per far maturare in loro la "convinzione di peccato". Così vediamo che Giuseppe dapprima ordina perentoriamente che gli portino Beniamino (42:20), poi trattiene Simeone come ostaggio, ed infine lascia liberi gli altri di tornare in Canaan, non prima però di aver fatto nascondere nel loro grano il “denaro” che avevano consegnato per pagarlo (42:25).

                        In seguito poi, quando finalmente anche Beniamino arriverà (43:15 sg.), Giuseppe farà addirittura nascondere la propria coppa d'argento nel sacco del ragazzo (44:2). E così, potendolo palesemente accusare di furto, avrà un'ottima ragione per non lasciarlo ripartire coi fratelli (44:17); tutto ciò, giusto per sondare la reazione di questi ultimi. Queste sono in sintesi le "prove".

                        Vediamo ora le reazioni dei fratelli:

a)  Quando ricevono l'ordine da Giuseppe di portargli Beniamino, cadono in una costernazione profonda e si dicono l'un l'altro: "Sì, noi fummo colpevoli verso nostro fratello [Giuseppe], giacché vedemmo la sua angoscia quando egli ci supplicava [dalla cisterna], ma non gli demmo ascolto..." (coscienza di peccato) "Perciò, ecco, il suo sangue ci è ridomandato" (giustizia e giudizio) (42:21-22).

b)  Quando ritrovano il denaro nei sacchi, e temono di essere accusati di furto, si mettono a tremare dicendosi: "Che cos’è mai questo che Dio ci ha fatto ?" (42:28).

c)  Quando Ruben cerca di convincere il padre a lasciar partire Beniamino, si impegna in prima persona, ed è pronto a pagare: "Se non te lo riconduco, fa morire i miei due figli!" (42:37);

d)  A sua volta Giuda si offre come garante verso Giacobbe: "Io mi rendo garante di lui [Beniamino]; ridomandane conto alla mia mano; se non te lo riconduco e non te lo rimetto davanti, io sarò per sempre colpevole verso di te" (43:9).

e)  Quando sono portati in casa di Giuseppe provano una paura terribile, perché sono profondamente convinti che saranno accusati di furto e trattenuti come schiavi (43:18).

f)   Sono certamente sbalorditi e confusi quando vengono a sapere che non sono accusati

di nulla. Dice infatti il maggiordomo: "Datevi pace, non temete; il vostro Dio... ha messo un tesoro nei vostri sacchi. Io ho avuto il vostro denaro" (43:23). (Qualcuno dunque doveva aver pagato il loro debito!);

g)   Quando infine sono accusati del furto della coppa, e questa viene trovata nel sacco di Beniamino, si stracciano le vesti per la disperazione (44:13), e dichiarano a Giuseppe: "Come ci giustificheremo? Dio ha ritrovato l'iniquità dei tuoi servi. Ecco, siamo tutti tuoi schiavi" (44:16) (confessione di peccato; cfr. Numeri 32:23, "il vostro peccato vi ritroverà").

              (Attenzione: tutto ciò non significa che essi confessassero il furto che non avevano commesso, ma che erano coscienti che l'avversità che li colpiva era da parte di Dio, in quanto Dio era in collera con loro, poiché si trovavano manifestamente in stato dl peccato).

 

            E' interessante poi sottolineare altre reazioni emotive dei protagonisti, che nel racconto sono riferite in modo magistrale:

  -  Giuseppe, nel bel mezzo delle "prove", si commuove alla vista di Beniamino (43:30,31) (proprio lui che pretendeva di aver dimenticato tutto!), e per non farsi vedere dai fratelli va a piangere di nascosto in camera sua.

  -  Più avanti troviamo Giuda che, in una scena di eccezionale bellezza (44:18-34), si offre di rimanere schiavo al posto di Beniamino, pur di non far soffrire a morte il vecchio padre Giacobbe: "Ti prego, permetti ora che il tuo servo rimanga schiavo del mio signore invece del ragazzo e che il ragazzo se ne torni con i suoi fratelli. Altrimenti, come farei a risalire da mio padre senza avere il ragazzo con me? Ah, che io non veda il dolore che ne verrebbe a mio padre!" (vv. 33,34). Davvero un bel cambiamento rispetto al Giuda di tanti anni prima, che aveva portato al padre la veste di Giuseppe macchiata di sangue!

 

               Tutto è pronto ormai per la conclusione della storia, con la scena finale del riconoscimento, e l'insediamento della intera famiglia di Giacobbe in Egitto.

 

             5.10.  Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli e fa venire l'intera famiglia in Egitto            (Genesi capitoli 45-47)

 

              La scena del riconoscimento, anch'essa densa di forti dettagli emotivi, è notevole soprattutto per il discorso che Giuseppe fa agli sbigottiti fratelli (45:4-13). Subito c'è l'affermazione che tutto quel che è avvenuto è stato opera di Dio: "Non vi rattristate... d'avermi venduto... poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita... perché sia conservato dl voi un residuo sulla terra... Non siete dunque voi che mi avete mandato qua, ma è Dio".

       Poi c’è il messaggio per il vecchio padre Giacobbe: "Dite a mio padre: "Scendi da me, non tardare, tu abiterai nel paese di Goscen, e sarai vicino a me, tu e i tuoi figli, i figli dei tuoi figli..." (vv. 9,10).

 

 

            5.11. Giuseppe, un uomo scelto e guidato da Dio per la realizzazione di un piano

 

            Dio dunque aveva fatto sì che tutte le cose cooperassero alla realizzazione del Suo piano. E in quanto a Giuseppe, che Dio aveva scelto, tutte le cose cooperarono al suo bene (cfr. Proverbi 16:7; Romani 8:28). Non gli furono certo risparmiate umiliazioni e sofferenze, ma il Signore gli fece conoscere anche la Sua forza e la Sua consolazione. E' opportuno ritornare su alcune affermazioni del testo. E' scritto che in casa di Potifar "il Signore era con Giuseppe, e a lui riusciva bene ogni cosa..." (39:2). Lo stesso Potifar "vide che il Signore era con Giuseppe" (39:3): "Il Signore benedisse la casa dell'Egiziano per amore di Giuseppe; e la benedizione del Signore si posò su tutto ciò che egli possedeva" (39:5). Poi ancora, nella prigione, è detto che "il Signore fu con Giuseppe, gli mostrò il Suo favore e gli fece trovar grazia agli occhi del governatore della prigione" (39:21). Più avanti è detto ancora che "il Signore era con Giuseppe, e faceva prosperare tutto quello che egli intraprendeva" (39:23). In seguito Giuseppe divenne viceré, e ponendo nome Efraim al suo secondo figlio, dichiarò: “Così lo chiamo perché Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione" (41:52) (Efraim significa infatti: "Doppia fecondità"). Giuseppe dunque si stava rendendo conto che era Dio che lo stava guidando. E finalmente poi, parlando ai fratelli, Giuseppe afferma ripetutamente che è stato Dio ad averlo mandato in Egitto (45:5,7), che è stato Lui ad averlo stabilito governatore del paese (45:9), che è stato Dio ad averlo messo in una posizione di prestigio e di gloria (45:13).

 

            La chiave dunque di tutta la storia di Giuseppe sta nei versetti prima esaminati, a cui vanno aggiunti quelli di 50:15-21, specialmente il v. 20, dove Giuseppe dirà ancora ai fratelli, tuttora timorosi di non essere stati perdonati da lui: "Voi avete pensato del male contro di me; ma Dio ha pensato di convertirlo in bene, per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso!”.

 

            Il "puzzle" della vita di Giuseppe si era dunque concluso; la mano sovrana di Dio era riuscita a mettere ogni pezzo nel suo giusto posto. Ma fu soltanto a cose fatte che Giuseppe riuscì a capire qual era il piano, anche se ne era stato proprio lui il principale protagonista.

 

            Capita così anche a noi, che certe cose non le capiamo subito; ma il Signore ci dice che un giorno le capiremo! (cfr. Giovanni 10:7). Dobbiamo dunque fidarci di chi ha progettato il "puzzle".

 

       5.12.    Le benedizioni "per fede"

 

      Nel capitolo 47 della Genesi è raccontato l'insediamento di Giacobbe e dei suoi figli nella terra di Goscen, in Egitto. Negli ultimi capitoli, dal 48 al 50, è posto poi l'accento sull'avvenire del popolo di Dio. Ciò appare chiaro in occasione delle benedizioni che Giacobbe impartisce prima ai due figli di Giuseppe, Efraim e Manasse (cap. 48) e poi ai suoi dodici figli (cap. 49): "Radunatevi, e vi annunzierò ciò che vi avverrà nei giorni a venire" (49:1). In particolare, Giacobbe profetizza per Giuda: "Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né sarà allontanato il bastone del comando dai suoi piedi, finché venga Colui al quale esso appartiene, e a cui ubbidiranno i popoli" (49:10).

            Con queste parole veniva annunziato che dalla tribù di Giuda sarebbe uscita la dinastia regnante, che avrebbe governato tutto Israele, cioè la dinastia del re Davide; ma soprattutto veniva anticipato profeticamente che da quella tribù sarebbe venuto il Messia, l'Unto (in greco: il Cristo), che sarebbe stato chiamato il "Figlio di Davide", Colui che avrebbe portato all'ubbidienza tutti i popoli (non solo Israele, quindi, ma anche i Gentili: messaggio universale di salvezza). Certamente Il vecchio Giacobbe non poteva capire tutto questo, e fu solo "per fede" che pronunciò tali parole (cfr. Ebrei 11:21). Il maturo patriarca era sceso in Egitto spinto soprattutto dalla promessa di Dio: "Io sono Dio, il Dio di tuo padre; non temere di scendere in Egitto, perché là ti farò diventare una grande nazione. Io scenderò con te in Egitto e te ne farò anche sicuramente risalire..." (46:3,4).

            Così Giacobbe aspettò per tutti i rimanenti suoi anni il ritorno in Canaan (per lui sarebbe stata la seconda volta); ma quando venne l'ora della morte, la "speranza" sua non si era ancora adempiuta, e così chiese a Giuseppe che almeno provvedesse a portare in Canaan il suo cadavere (47:29,30). ("Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano", Ebrei 11:13).

            Ed anche Giuseppe volle garanzie sulla futura traslazione in Canaan del suo corpo: “Dio per certo vi visiterà e vi farà risalire da questo paese, nel paese che promise ad Abramo, Isacco e Giacobbe; allora, portate via da qui le mie ossa” (50:24,25).

                        Quando poi Giuseppe morì, venne imbalsamato secondo il rituale egizio; e la sua mummia giacque in un sarcofago fino al giorno dell'Esodo (Genesi 50:26; Esodo 13:19).

 

            La profezia di Giuseppe sulla "visitazione di Dio" ebbe certamente la sua realizzazione al momento dell'Esodo; ma un più importante compimento lo ebbe ai giorni di Cristo, secondo il cantico di Zaccaria. Questo vecchio sacerdote, sentendo imminente la nascita di Gesù, così si espresse: “Benedetto sia il Signore, il Dio di Israele, perché ha visitato e riscattato il Suo popolo e ci ha suscitato un potente Salvatore, nella casa di Davide..., e si ricorda del Suo santo patto, del giuramento che fece ad Abramo nostro padre..." (Luca 1:68-73).

 

            Da memorizzare: GIUSEPPE   =   Colui che Dio aveva ELETTO (= scelto) per realizzare il Suo piano.

 

            5.13.   Nota archeologica di approfondimento

 

            Occorre tener presente che il termine "Faraone", usato nel Libro della Genesi (ed in molti altri libri della Bibbia) indica la funzione e non il nome del personaggio (in tal senso corrisponde alla nostra parola "re"). Di conseguenza, per tentare di capire come si chiamasse il Faraone con cui Giuseppe ebbe a che fare, o al limite a quale Dinastia egizia appartenesse, bisogna seguire altre strade. La Bibbia, che tace il nome del Faraone ed il luogo della sua residenza, contiene però un indizio importante: quando Giuseppe divenne il primo personaggio del regno dopo il re, così mandò a dire a suo padre: "Tu dimorerai nel paese di Goscen, e sarai vicino a me" (45:1O). Un po' più avanti, essendo gli Israeliti penetrati in Goscen (46:28), Giuseppe fa attaccare il suo carro e va ad incontrare suo padre, poi torna indietro e va ad avvertire il Faraone (47:1). Tutto sembra avvenire in un tempo molto breve: appena gli Israeliti hanno superato l'istmo di Suez, essi sono già nella terra di Goscen. Per raggiungerli, Giuseppe, che ovviamente abita nella capitale vicino al Faraone, non ha che da fare una passeggiata sul suo carro, e con lo stesso mezzo torna alla Residenza per ragguagliare il sovrano. Ora noi sappiamo che per le grandi e medie distanze il mezzo usato in Egitto era la barca. Perché Giuseppe potesse fare col carro gli spostamenti indicati prima, occorrerebbe situare la capitale non molto lontano da Goscen. (La terra di Goscen corrisponde chiaramente alla zona nord-orientale del Delta del Nilo, come risulta dal racconto dell'Esodo). Dobbiamo dunque escludere Menfi, capitale dell'Antico Regno, Ity-taui, capitale di Amenemhat I e dei suoi successori, ed a più forte ragione Tebe, nel sud dell'Egitto. Resta una sola città che risponde molto bene alle condizioni che abbiamo posto: è Avaris, che fu per più di un secolo (1674-1567 a.C.) la capitale dei re Hyksos, venuti dall'oriente, i quali si erano impadroniti di tutto il Basso e Medio Egitto. Avaris fu edificata sul ramo più orientale del Nilo (il ramo bubastico) e divenne presto anche una città commerciale. I re Hyksos, secondo i documenti più recenti ritrovati in Egitto, non furono quei barbari spietati che la tradizione egizia ci aveva dipinto. Essi si sforzarono di copiare i Faraoni autentici, ed avrebbero voluto riunire tutto l'Egitto sotto la loro sola autorità. Con questo obiettivo, essi accordarono certi vantaggi ad alcuni privilegiati. Quindi l'estrema benevolenza della quale diede prova il Faraone autorizzando i fratelli di Giuseppe ad installarsi nella terra di Goscen sembrerebbe conforme alla politica degli Hyksos. (Per contro, i Faraoni nazionali erano assai meno liberali).

            Dal racconto biblico ricaviamo un altro indizio importante: Giuseppe, quando si sentì prossimo a morire, volendo riposare nella terra di Canaan, fece giurare ai figli d'Israele di trasportare le sue ossa, cosa che essi fecero quando lasciarono l'Egitto (Genesi 50:24-26; Esodo 13:19). Ma perché non si fece per Giuseppe quello che lui stesso aveva fatto per Giacobbe, quando l'aveva immediatamente sotterrato in Canaan presso i suoi padri? (50:4-7). Con tutta probabilità la situazione politica non era più quella di prima; si spiegherebbe così anche il senso delle parole: "Dio per certo vi visiterà" (50:25). Tutto ciò si accorda molto bene con la cacciata degli Hyksos da Avaris ad opera del Faraone Ahmose, e col successivo periodo di restaurazione dell'autorità centrale. In conclusione, la vicenda di Giuseppe in Egitto si può far coincidere col regno degli ultimi Hyksos ed i primi Faraoni della XVIII Dinastia.

 

      Molti particolari della storia di Giuseppe sono evidenziati dalle scoperte archeologiche, anche se finora fonti egizie non ci hanno trasmesso notizie dirette intorno a questo patriarca (per altro, i documenti del periodo Hyksos non sono molto numerosi). Citiamo alcuni esempi:

a)   Gli aromi e i balsami portati dai mercanti ai quali fu venduto Giuseppe (37:25) erano di fatto molto usati in Egitto, soprattutto per l'imbalsamazione dei cadaveri;

b)   Gli uffici di capo dei coppieri e di capo dei panettieri (40:2) sono ben attestati dai papiri;

c)   I nomi dei personaggi locali sono tipicamente egizi;

d)   Gli interpreti dei sogni (capitoli 40,41) godevano di grande credito in Egitto;

e)   Prima di presentarsi al Faraone, Giuseppe si rase e si rivestì a nuovo, come richiedeva il cerimoniale: gli Egizi non portavano la barba, a differenza degli "Asiatici";

f)   Nella cerimonia di investitura di Giuseppe a viceré troviamo nominato il "carro" (41:43) (anche in seguito sarà nominato, 46:29): gli egittologi hanno appurato che furono gli Hyksos ad introdurre in Egitto il cavallo, il cocchio ed il carro da guerra;

g)   I periodi di abbondanza e di carestia erano tipici dell'Egitto, a motivo dell'irregolarità delle inondazioni del Nilo; come pure, l'uso dei magazzini per le granaglie e la consuetudine per le popolazioni confinanti di andare a comprare in Egitto il frumento in tempo di carestia.

 

            E' poi da notare che, sulle rovine della distrutta Avaris, alcuni secoli dopo il Faraone Ramesse Il farà costruire una città intitolata a suo nome, Pi-Ramesse, che corrisponde alla "Raamses" di Esodo 1:11. Passati altri secoli ancora, con i resti di Pi-Ramesse fu costruita 20 km più a nord la città di Tanis (che la Bibbia chiama Zoan, cfr. Salmo 78:12,43), dalla quale partì il Faraone Sisac (= Sesonki) per saccheggiare Gerusalemme all'epoca di Roboamo (1 Re 14:25,26).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L A     S T O R I A     DI     M O S E’

 

 

            Parlare di Mosè è certamente un'ardua impresa; infatti la Scrittura afferma che nessuno sorse più simile a lui, sia come profeta, sia per i miracoli e per "tutte quelle grandi cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele" (Deuteronomio 34:10-12). La storia di Mosè si estende per ben 4 libri (Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) per complessivi 137 capitoli. Al confronto, Abramo, Isacco Giacobbe e Giuseppe occupano tutti insieme "soltanto" 39 capitoli! Inoltre, i richiami alla figura di Mosè nel N.T. sono di gran lunga più numerosi che per qualsiasi altro personaggio dell'A.T. (Mosè è nominato nel N.T. oltre 50 volte).

 

         Tratteggeremo la storia di Mosè suddividendo l'esposizione in 4 parti:

  -  Dal salvataggio dalle acque alla vocazione;

  -  Dalle 10 piaghe all 'Esodo;

  -  Dal Decalogo del Sinai alla morte in vista della terra di Canaan;

  -  Dettagli sul Tabernacolo e sulla Legislazione mosaica.

 

 

6.   M O S E’:    D A L     S A L V A T A G G I O     A L L A     V O C A Z I O N E

 

 

            6.1.   L'oppressione (Esodo cap 1)

 

         Alcuni secoli dopo la morte di Giuseppe, i discendenti dei 12 patriarchi erano diventati così numerosi e così potenti che il paese di Goscen "ne fu ripieno" (v.7): era dunque nato il "popolo d'Israele". Ad un certo punto un Faraone "che non aveva conosciuto Giuseppe" (v. 8) (cioè che regnò molto tempo dopo l’epoca di Giuseppe) cominciò ad opprimere i figli d'Israele adibendoli alla costruzione di nuove città nella zona del Delta. Una di queste città, che la Bibbia chiama Ramses, ci riconduce al nome del Faraone Ramesse Il (per maggiori dettagli vedere più avanti il punto 6.7. dell'approfondimento archeologico). Uno dei lavori più duri a cui furono sottoposti gli ebrei fu la fabbricazione dei mattoni, che dovevano essere confezionati impastando l'argilla con la paglia. Comunque, più il popolo veniva oppresso e più si moltiplicava (v. 12). Impaurito allora, il Faraone impartisce l'ordine di uccidere tutti i maschi ebrei al momento del parto. E' scritto però che le levatrici si rifiutarono di eseguire l'ordine "perché temettero Dio" (v. 17). (E' interessante l'allusione alle donne ebree che erano più rapide a partorire rispetto alle egizie, v.19. Rilievi antropometrici eseguiti su centinaia di scheletri di donne egizie al Museo di Torino hanno evidenziato che esse erano strette di bacino!).

          E arriva infine il momento che il Faraone decide di far gettare tutti i bambini ebrei di sesso maschile nelle acque del Nilo (v.22).

 

          6.2.   Mosè salvato dalla figlia del Faraone ed educato alla corte egizia

                  (Esodo 2:1-10)

 

            E' evidente fin dai primi dettagli che Dio stava guidando gli eventi (fece diventare potente il popolo, fece prosperare le case delle levatrici fedeli (Esodo 1:20,21). E ora altri punti confermano questo fatto: il piccolo ebreo venne raccolto "proprio" dalla figlia del Faraone (v. 5,6), venne allattato "proprio" dalla sua stessa madre (v. 9), venne educato "proprio" alla corte più ricca e colta del mondo di allora (v. 10). (Dirà Stefano nel suo discorso che Mosè "fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani", Atti 7:22). Senza dubbio Dio salvò quei bambino di tre mesi dalle acque e dai coccodrilli del Nilo, e volle che fosse allevato dalla stessa figlia del Faraone oppressore, perché ne voleva fare il liberatore del Suo popolo, il popolo d'Israele: infatti Dio si serve delle cose deboli per svergognare le forti (cfr. 1 Corinzi 1:27). La principessa chiamò il bambino "Mosè". Era quello un nome superbo, tipicamente egizio. Nella scrittura egizia il gruppo consonantico "ms" o "mss", letto poi variamente dagli egittologi "mosi", “mose”, “messe", "mses" (gli egizi non scrivevano le vocali), significa "figlio", “generato da". Lo ritroviamo in moltissimi nomi "teofori" di Faraoni celebri: Ahmosi, Thutmosi; se il Faraone oppressore fu proprio Ramesse Il, come abbiamo ipotizzato, si può dire che lo portava anche lui. Però il nome "Mosè" poteva suonare anche più umile, perché assimilandolo alla radice verbale ebraica "mashah" si poteva interpretare come "tratto fuori" (dall'acqua).

 

            6.3.   Sdegno, vendetta e fuga (Esodo 2:11-22)

 

            Tra il versetto 10 e il versetto 11 del capitolo 2 c'è uno "stacco" che possiamo tentare di riempire così. Mosè trascorse gli anni della sua giovinezza fra gli agi della corte egizia (che come abbiamo detto era la più splendida dell'epoca), dove ricevette l'istruzione necessaria per il grande compito che l'attendeva (e che egli stesso ignorava completamente). Così il giovane principe Mosè imparò certamente i geroglifici egizi e i caratteri cuneiformi mesopotamici (che erano la scrittura diplomatica di quei tempi). Come era consuetudine, egli avrebbe dovuto occupare una carica molto elevata nell'amministrazione dello stato. Così certamente si familiarizzò coi grandi personaggi del regno, conobbe il fasto delle cerimonie religiose, lo spiegamento sontuoso dei riti e dei simboli, apprese gli stili artistici e le forme letterarie, e imparò tutte le norme per l'amministrazione della giustizia.

        Ma ad un certo punto, non sappiamo come, Mosè venne a sapere che era un ebreo (in effetti la principessa, sua madre adottiva, lo aveva sempre saputo, cfr. 2:6b), ed allora la sua vita mutò di schianto, e la sorte dei suoi angariati fratelli divenne la sua.

 

                        Dice il testo di Ebrei 11:24-26: "Mosè rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del Faraone, preferendo essere maltrattato col popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo i piaceri del peccato, perché stimava gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto". “Gli oltraggi” di Cristo” sta ad indicare certamente lo scherno che il mondo ebbe per Lui e per il Suo popolo, e addirittura significa la croce. Ma come poteva Mosè sapere qualcosa di quel che Dio stava preparando, fino alle età avvenire, fino al sacrificio di Cristo? Dice il testo di Ebrei che Mosè fece la sua scelta "per fede".

 

            Ritornando ora finalmente al v. 11, dopo aver riempito lo "stacco", vediamo che Mosè, trovato un egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli, lo uccise di nascosto e ne seppellì il corpo nella sabbia. Fu quello un atto impulsivo di ribellione improvvisa, certo dettato dalla voce del sangue e dal senso di giustizia; ma evidentemente non poteva portare a nessun risultato concreto. E infatti, sia per l'incomprensione dei suoi fratelli ebrei, sia per l'ira del Faraone (il quale, oltre all'uccisione dell'egizio, era stato certamente messo al corrente che Mosè era un ebreo), fu costretto a lasciare precipitosamente l'Egitto (v. 15). Lo vediamo così arrivare nella terra di Madian (penisola del Sinai), dove mette in atto subito il suo senso di giustizia aiutando le figlie di Jetro (anche in quella circostanza il suo impulso generoso avrebbe potuto costargli la vita, esponendolo alla vendetta dei pastori) (v 17).

            Così l'ex principe egizio Mosè si trovò a dover dimorare parecchi anni nelle steppe del Sinai, dove si mise a fare il mandriano per Jetro, del quale aveva sposato la figlia. Questo Jetro era un "sacerdote" (forse del "vero Dio"), dotato di molto discernimento (cfr. Esodo 18:10-12). Durante quel soggiorno forzato, il pensiero religioso di Mosè certamente si allargò; la grandezza degli spazi e la profonda solitudine gli favorivano la meditazione. Inoltre sicuramente si familiarizzò con le piste del deserto, e con le sue risorse, il suo clima e la vita dei suoi abitanti. Dio lo stava preparando per la tappa successiva.

 

         6.4.   La "vocazione" (Esodo capitoli 3 e 4)

 

       Apprendiamo da Esodo 2:23,24 che durante il soggiorno di Mosè nelle steppe del Sinai, proprio "in quel tempo, che fu lungo, avvenne che il re d’Egitto morì, e i figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù, e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio, e Dio udì i loro gemiti, e Dio si ricordò del Suo patto con Abramo, con Isacco e con Giacobbe... e Dio ne ebbe compassione". Effettivamente Dio aveva iniziato il "lavoro” già molto tempo prima: si era scelto uno strumento, lo aveva preparato a lungo, ed ora lo teneva in serbo nel deserto. Ebbene, ecco che il momento di "chiamarlo" per il servizio era giunto. (Quella che si definisce "vocazione" non è altro che la chiamata di Dio). Ecco come si svolsero i fatti: mentre Mosè pascolava il gregge di Jetro suo suocero nei pressi della "Montagna di Dio" (Oreb = Sinai) vide un fenomeno stupefacente, un cespuglio in fiamme che non si consumava, e si avvicinò per osservarlo meglio. Fu proprio allora che Dio lo "chiamò" (3:1-14). Dio si rivelò a Mosè in vari modi: come un "fuoco divorante" (v. 3), come il "Santo", al quale Mosè, uomo peccatore, non poteva avvicinarsi (v. 5) (infatti Mosè fu costretto a togliersi i calzari e a nascondersi la faccia col mantello per paura di vederlo, v. 6). Ma Dio si rivelò anche come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (che il popolo d'Israele, e forse anche lo stesso Mosè, sembravano aver dimenticato in Egitto, appropriandosi delle credenze della gente in mezzo alla quale abitavano). Il Signore però non aveva dimenticato il suo popolo ("Dio si ricordò del Suo patto con Abramo” 2:24; quando gli uomini sono infedeli, Dio rimane fedele). Così Dio dice a Mosè: “Ho visto l'afflizione del mio popolo... e sono sceso per liberarlo" (v. 7,8). "Or dunque va’, io ti mando dal Faraone, perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo" (v. 10). Dio sta chiamando dunque Mosè in modo personale, per compiere una missione precisa.

            E a questo punto incominciano le schermaglie. Forse Mosè aveva anche potuto intuire che era stata la mano misteriosa di Dio a salvarlo dal Nilo, a guidarlo nella reggia, e poi a condurlo nel deserto. Ma quando Dio ora gli si rivela personalmente, ne rimane profondamente turbato e dice: "Chi sono io ?" (v. 11). (Con quelle parole egli dimostrava di non considerare altro aiuto se non quello che poteva venirgli dalle sue sole capacità; ed invero, anche il più presuntuoso degli uomini si sarebbe sentito venir meno a pensare di dover comparire davanti al più potente regnante di quei tempi).

     Dio però non risponde alla sua domanda, dicendogli chi è lui, Mosè (ciò gli sarebbe stato di poco aiuto), ma gli spiega Chi è Colui che lo manda e che lo accompagnerà in tutta la missione (v. 12). Per far questo, Dio dichiara a Mosè il Suo Nome. Questa è la parte più meravigliosa di tutto il racconto: Il Nome sublime di Dio fu rivelato per la prima volta ad un uomo in quel tratto di steppa desertica, ai piedi del Sinai. “Io sono Colui che sono, Io sono, questo è il Mio Nome in eterno!”, disse il Signore (v. 14,15).

           (Israele trascrisse in seguito questo nome con quattro lettere dell’alfabeto ebraico-fenicio, Y H W H , costituenti il “Tetragramma sacro”, che si potrebbe leggere in ebraico “Yahweh”, che vuol dire “Egli è”. In questa forma il Nome compare nel testo ebraico dell'Antico Testamento. Nella versione Riveduta è tradotto "l’Eterno". In realtà però gli Ebrei evitavano di pronunciarlo per non profanarlo, e quando trovavano scritto il Tetragramma leggevano "Adonai", che significa "Signore". Così infatti lo troviamo tradotto in molte versioni italiane, tra cui la Diodati, la C.E.I e la Nuova Riveduta).

            Tornando al colloquio di Mosè con Dio, la rivelazione del sublime Nome Divino non lo scosse più di tanto, e continuò ad obiettare. Quell'uomo che Dio si era scelto, e che ora Dio stava chiamando, preferiva rimanere con le sue pecore nel deserto, e morire ignorato da tutti! E così, nonostante Dio gli avesse rivelato in dettaglio lo svolgimento completo delle azioni future (v. 16-22), Mosè risponde: "Il popolo non mi crederà e non ubbidirà alla mia voce" (4:1). Per farla breve, Dio demolisce una dopo l'altra le sue obiezioni, per ultima quella sulla sua difficoltà ad esprimersi ("Ahimé, Signore  --  aveva detto Mosè  --  io non sono un oratore... io sono lento di parola e di lingua", 4:10).

            Mosè è ora con le spalle al muro; pensa che ha fatto male a fermarsi davanti a quel cespuglio. Non gli resta che dichiarare quella che in realtà è la sola vera ragione: non è disposto a fidarsi di questo Dio, non ne vuole assolutamente sapere (il v. 4:13 significa in pratica: "Perdonami, Signore, manda chi ti pare ma non me”).

            E a questo punto, dice il testo, l'ira del Signore si accese contro Mosè (v. 14). Ma Dio ancora una volta usa misericordia e pazienza, e propone la soluzione di Aaronne: "Aaronne, tuo fratello, parla bene... tu gli metterai le parole in bocca... ed egli parlerà al tuo posto... sarà lui la tua bocca!" (v. 14-16). E finalmente Mosè cede ed accetta di andare.

            Che cosa possiamo osservare al riguardo? Quel "grande profeta" che il Signore aveva designato ed eletto, ora, al momento della chiamata, della vocazione'', è tutt'altro che pronto a collaborare con Dio. Il fatto è che alla sua preparazione mancava ancora una cosa essenziale: doveva imparare a riporre la sua fiducia "soltanto" in Dio. Mosè finirà per apprendere questa lezione nel corso degli anni successivi, alla scuola quotidiana di Dio. (Solo una volta fallirà e, come vedremo in seguito, il suo errore gli costerà molto caro, cfr. Numeri 20:8-12).

 

            6.5.   Mosè ed Aaronne davanti al Faraone

                     Il primo insuccesso e lo scoraggiamento (Esodo capitoli 5 e 6)

 

            Mosè si appresta dunque a ritornare in Egitto e subito incontra suo fratello Aaronne il quale, mandato da Dio, gli era andato incontro (4:27). (Aaronne e Mosè appartenevano alla tribù di Levi, ed Aaronne era il fratello maggiore, cfr. 6:16-20). Così arrivano in Egitto, vanno dal Faraone e gli espongono la richiesta: lasciare andare il popolo per alcuni giorni nel deserto per celebrare una festa solenne al Signore. (Tutta la vicenda è raccontata con ricchezza di dettagli nel cap. 5).

            Il risultato fu che il Faraone si indispettì ed obbligò gli ebrei a fornire lo stesso numero di mattoni al giorno, andandosi però a procurare direttamente la paglia (v.18,19). A questo punto gli stessi ebrei, sentendosi traditi e presi in giro, si rivoltano contro Mosè ed Aaronne, che si erano presentati a loro come gli inviati del Signore per ottenerne la liberazione (v. 21). E così Mosè non esita a tirare le somme: tutta l'operazione si è conclusa con un completo e totale insuccesso. I versetti 22 e 23 descrivono bene lo stato d'animo dell'avvilito condottiero, il quale "rimprovera" Dio dicendogli più o meno così: "Ho eseguito esattamente quello che mi avevi detto di fare, ma ora il tuo popolo è più maltrattato di prima, altro che liberato! Perché allora mi hai mandato qua?". Cerchiamo di capire quello che provava Mosè: aveva perso ogni fiducia  -- ammesso che mai ne avesse avuta  --  nella promessa di Dio di liberare il popolo. Altro che guidarlo fuori dall'Egitto! Meglio lasciar perdere e tornare nel deserto a pascolare le pecore.

 

            6.6.   Il “colloquio con Dio"

 

            Mosè si trovava veramente in uno stato di depressione assoluta. Ma a questo punto (6:1 - 7:13) viene descritto un ulteriore interessantissimo colloquio di Dio con Mosè, in cui possiamo vedere come Dio lo incoraggiò, gli suggerì le parole da dire e le azioni da compiere, preannunciandogli anche, nonostante l’ostinazione del Faraone, il lieto fine di tutta la storia.

            (Un colloquio a tu per tu con Dio: ecco il segreto per vincere la depressione! In Esodo 33:11 è detto che “Dio parlava a Mosè faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico"; cfr. anche Deuteronomio 4:10).

                 All inizio avevamo detto che Mosè veniva definito il più grande dei profeti. Sappiamo che la parola "profeta" può significare sia un uomo che, ispirato da Dio, predice avvenimenti futuri, sia uno che "trasmette" agli altri ciò che Dio gli ha personalmente rivelato. E' certamente con questo ultimo significato che Mosè viene definito "profeta". Da Esodo a Deuteronomio l’espressione "il Signore disse a Mosè" si trova centinaia di volte. Altre volte troviamo: "Mosè disse al Signore... e il Signore rispose...". (Ricorderemo certamente che anche ad Abramo e agli altri patriarchi Dio aveva ripetutamente "parlato"). Qualche volta è detto che Dio si rivelava in sogno, ma più spesso il modo non viene specificato.

 

                        Il "colloquio con Dio" non avveniva solo nell'A.T.: Paolo parla ripetutamente delle sue esperienze in questo senso. Che cosa può significare il "colloquio con Dio" per noi oggi? Se qualcuno dice che Dio gli ha parlato, non potrebbe essere soltanto un presuntuoso? E poi, come possiamo essere veramente sicuri che Dio ci abbia parlato? E in che modo Dio ci può parlare? A quest'ultima domanda di solito rispondiamo che Dio ci parla attraverso la Sua Parola ed attraverso lo Spirito Santo che ci illumina e ci istruisce. E noi, in che modo possiamo parlare con Dio? Certamente attraverso la preghiera. Queste affermazioni non esauriscono però l'argomento del “colloquio con Dio”, che è un’esperienza più profonda e personale. E’ un tema di tale portata, che potrebbe suscitare anche parecchie perplessità. Basti qui avere accennato che il problema esiste.

                        Comunque, ricordiamo: Mosè era uno a cui Dio parlava "faccia a faccia”.

 

 

            6.7.   Note di approfondimento archeologico

 

            Cerchiamo di identificare il “Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe” (Esodo 1:6), e che aveva imposto dei "sorveglianti ai lavori" ai figli di Israele (Esodo 1:11). Anziché impostare calcoli aritmetici, faremo riferimento agli indizi forniti dallo stesso Libro dell'Esodo. Il primo dato concerne la lunga vita del Faraone oppressore (2:23). Costui aveva iniziato a perseguitare gli Ebrei poco prima della nascita di Mosè. Quando finalmente, dopo la sua morte, troviamo Mosè che parla col suo successore (7:7), il condottiero ebreo ha ormai raggiunto un'età assai matura. Dobbiamo dunque trovare un Faraone potente dal regno lunghissimo, seguito da un successore molto più debole di lui, sotto il quale quello che prima sembrava impossibile ora sembra a portata di mano. Ebbene, non ce n'è che uno con queste caratteristiche durante tutto il Nuovo Regno: è Ramesse Il, che regnò 67 anni tenendo saldamente in pugno il potere. Non così si può dire per suo figlio Merenptah, che gli succedette sul trono, sotto il quale l'Egitto rischiò di andare in pezzi sotto i colpi dei Libici.

 

            La seconda indicazione concerne le città dove furono impiegati i figli d'Israele (1:11), Pitos e Ramses, che il testo definisce "città che servivano da magazzini per il Faraone". Ora noi sappiamo dalla storia egizia che il Faraone Ramesse lI, detto anche Ramesse il Grande, appartenente alla XIX Dinastia, con residenza a Tebe, decise ad un certo punto di costruire nel Delta una città, conosciuta dagli egittologi col nome di Pi-Ramesse = città di Ramesse. (Notiamo che i nomi di Ramesse, Ramses o Raamses, Ramessese, Ramsete, si equivalgono tutti, in quanto gli egizi scrivevano solo la consonanti; la differente dizione deriva dalle diverse scuole di egittologia). Dunque, la città di Ramses ricordata in Esodo sembra essere proprio la nuova capitale Pi-Ramesse che il potente Faraone Ramesse Il (1279-1213 a.C.) si fece costruire nel Delta, sia per mettere più spazio possibile tre la sua residenza e il clero di Amon, di stanza a Tebe, sia per migliorare le sue comunicazioni con le altre città del Delta e con i paesi dall'Est. Fu così che probabilmente Ramesse Il fu portato ad imporre a degli stranieri accolti per carità  --  e che nel frattempo erano diventati tanto numerosi che avrebbero potuto, in caso di guerra, anche unirsi al nemico (1:9,10)  --  la fabbricazione di mattoni in gran numero e con una cadenze rapida. Tali mattoni crudi, fatti di argilla impastata con paglia (se ne vedono moltissimi visitando le antiche rovine) gli servivano per la recinzione dei magazzini e per tutte le altre opere, ad eccezione dell'edilizia monumentale. E' interessante notare che gli archeologi hanno ormai assodato che la città di Pi-Ramesse sorse sul luogo dove alcuni secoli prima era stata edificata la città di Avaris, che nel frattempo era caduta in rovina e della quale abbiamo parlato a proposito della storia di Giuseppe.

 

            Un terzo importantissimo indizio per identificare il Faraone "che non aveva conosciuto Giuseppe" con Ramesse II è costituito del fatto che all'epoca di Mosè la residenza reale si doveva trovare per così dire a contatto con gli Ebrei, poiché la figlia del Faraone, recandosi al bagno con le sue ancelle, vide il canestro del piccolo Mosè (2:5). (Quando poi, come vedremo in seguito, Mosè avrà i suoi frequenti incontri col Faraone, questo avverrà senza che Mosè debba allontanarsi dai suoi; addirittura, appena l'Esodo avrà inizio, il Faraone si metterà senza indugio all'inseguimento dei fuggitivi). Ora si sa dai numerosi testi che si riferiscono alla residenza di Ramesse II nel Delta, Pi-Ramesse, che vi soggiornarono, oltre alle stesso Ramesse lI, soltanto i suoi immediati successori. Questo porta ad identificare Ramesse Il come il Faraone persecutore e suo figlio Merenptah come il Faraone dell'Esodo. (Tale ultima considerazione porta ad eliminare completamente i re dalla XVIII Dinastia, fra cui Thutmosi III, Amenofi Il, Amenofi III e IV, i quali risiedevano a Tebe o a El-Amarna, nell'Egitto meridionale. Certamente alcuni di questi Faraoni passarono per il Delta, recandosi a combattere in Siria o tornandone carichi di bottino; però mal si vedrebbe Mosè nell'atto di arrestare il corteo reale per presentare al Faraone le rivendicazioni del suo popolo).

 

            Quindi Ramesse Il, Ramesse il Grande, fu il probabile oppressore degli Ebrei. Egli aveva detto di sé: "Ero come il dio Sole, quando al mattino sorge...". Fu grande in tutto. Oltre alle quattro mogli principali, ebbe pure duecento concubine. Procreò tra maschi e femmine più di centosessanta figli. Il suo regno durò 67 anni. Fu un infaticabile edificatore (tra templi e statue, tutti gli altri Faraoni messi insieme ne costruirono meno di lui). Così, ad un certo punto, all'ambizioso Ramesse la vecchia capitale Tebe non bastò più, e decise di costruirsene una nuova nel Delta. La nuova capitale, Pi-Ramesse (= Città di Ramesse, chiamata Ramses dalla Bibbia), fu costruita sulle macerie della Avaris degli Hyksos. Il furore edilizio del Faraone divorò una quantità di mezzi incredibile e mobilitò migliaia di uomini; e gli Ebrei, che abitavano nel Delta, vi furono coinvolti. In Esodo 1:13,14 troviamo che "gli Egiziani obbligarono i figli di lsraele a lavorare duramente, e amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori di argilla e di mattoni...".

            E questo grande Faraone, questa faccia d'angelo, avrebbe ridotto talmente male gli Ebrei che, alla sua morte, "i figli di Israele gemevano a causa della schiavitù, e alzavano delle grida; e le grida chela schiavitù strappava loro salirono a Dio..." (2:23). Macchia nera e fine ingloriosa, indubbiamente, per il più grande Faraone della storia!

 

 

7.    M O S E’:     D A L L E     D I E C I     P I A G H E     A L L ' E S O D O

 

 

            7.1.   Le prime nove piaghe (Esodo cap 7-10)

 

            Incoraggiato da Dio, Mosè ritorna dal Faraone insieme ad Aaronne e si mette a fare dei prodigi con la sua verga: dapprima uno dimostrativo e poi altri punitivi. I prodigi punitivi  --  in tutto 10  --  sono chiamati "piaghe". Dal racconto apprendiamo che il miracolo dimostrativo e i primi due punitivi furono imitati dai magi d'Egitto, i quali però dovettero riconoscere nei rimanenti miracoli il "dito di Dio" (8:19). Quanto al Faraone, troviamo che anziché piegarsi all'ordine divino di lasciar andare il popolo, si indurisce sempre di più; effettivamente, nel momento della prova promette, ma cessato il flagello si rimangia ogni cosa. (Soltanto alla decima piaga sarà costretto a cedere, come vedremo, e anzi addirittura "caccerà" Israele dal paese).

            Le prime nove piaghe, descritte da 7:14 a 10:29, potrebbero assomigliare a fenomeni abbastanza frequenti in Egitto (le acque del Nilo che si arrossano periodicamente a causa di sedimenti, il moltiplicarsi improvviso di rane e zanzare, le epidemie, l'invasione delle cavallette). Però i prodigi di Mosè non furono semplici flagelli naturali. Fu Dio a mandare quelle piaghe e a renderle tremende; e anche noi, come i magi  d'Egitto, vi dovremmo riconoscere la Sua onnipotenza sovrana, che domina tutte le leggi del mondo.

 

            7.2.   Il "cuore indurito" del Faraone

 

            In tutta la vicenda delle prime nove piaghe, Il Faraone (come tanti ancora al giorno d'oggi) si dimostrò duro a comprendere (cfr. 7:13 22;8:15,19,32;9:7). Potremmo chiederci: se il Faraone avesse riconosciuto l'intervento divino in quello che stava accadendo, le cose per lui si sarebbero messe diversamente? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo considerare il problema da un altro punto di vista. Quando Dio convinse Mosè a tornare dal Faraone dopo il primo insuccesso, gli disse: "Io indurerò il cuore di Faraone, e moltiplicherò i miei segni ed i miei prodigi... E Faraone non vi darà ascolto... "(7:3,4). Più avanti, prima dell'ottava piaga, il Signore dice ancora a Mosè: “Va’ da Faraone, perché io ho reso ostinato il suo cuore e il cuore dei suoi servitori, per fare in mezzo a loro i segni che vedrai, perché tu possa raccontare ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli quello che ho operato in Egitto. Così saprete che io sono il Signore" (10:1,2). (Più avanti ancora, prima del passaggio del Mar Rosso, sarà ripetuto lo stesso concetto, con la notazione che Dio intendeva "essere glorificato nel Faraone", cfr. 14:4,17). Fu dunque Dio stesso che indurì il cuore del Faraone. Nel capitolo 9 dell'Epistola ai Romani, Paolo, commentando questo episodio, dice che Dio mise appositamente quel Faraone in Egitto per mostrare attraverso di lui la Sua potenza (v. 17); che Dio lo sopportò più a lungo di quel che meritasse (v. 17,22); e che anzi Egli lo indurì perché "indurisce chi vuole" (v. 18) , perché il Faraone non era  altro che un vaso d'ira preparato per la perdizione (v. 22) . E a qualcuno che osasse obiettare: "Ma se Dio stesso predestina le vie degli uomini con la Sua volontà, perché dovrebbe poi giudicarli colpevoli?", Paolo risponde perentoriamente: "E tu chi sei per replicare a Dio?" (cfr. Romani 9:19-21). E' dunque nuovamente sottolineata in tutta questa vicenda la "scelta sovrana di Dio".

            C'è però anche l'aspetto della "responsabilità dell'uomo". Notiamo infatti che, in occasione delle prime piaghe, fu il Faraone ad ostinarsi; solo in seguito, a partire dalla sesta piaga, è detto che Dio gli indurì il cuore (9:12). Faraone aveva evidentemente oltrepassato il "punto di non ritorno" (cfr. Romani 1:24; 2 Tessalonicesi 2:11). Riassumiamo i tre punti in cui l'argomento si articola: a) Sovranità di Dio nella scelta; b) Responsabilità dell'uomo; c) Pericolo di oltrepassare il “punto di non ritorno”.

 

      Vediamo esemplificati i tre punti nel caso di Esaù:

a)   Dio ne aveva determinato la sorte prima che nascesse, cfr. Romani 9:13;

b)   Esaù comunque, durante la sua vita disprezzò  le cose spirituali (cioè fu "profano"), cfr. Ebrei 12:16;

c)   In seguito Esaù non riuscì più a modificare la sua situazione, anche se lo domandò piangendo, cfr. Ebrei 12:17).

 

            7.3.   La decima piaga.   La Pasqua (Esodo capitoli 11 e 12:1-30)

 

            Il decimo flagello fu il più terribile. Quando avvenne, nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Abib (12:6; 13:4; cfr. Deuteronomio 16:1), gli Israeliti, secondo le istruzioni che Mosè e Aaronne avevano ricevuto da Dio (12:1 sg.), uccisero nelle loro case un agnello senza difetto, e col sangue d'esso spruzzarono gli stipiti e l'architrave della porta di casa, affinché il Signore "passasse oltre”, quando nella notte avrebbe percosso tutti i primogeniti degli Egiziani (cfr. Ebrei 11:28).

            (Ricordiamo bene questo: gli Israeliti non avevano nessuna virtù, nessun merito o pregio particolare che li distinguesse veramente dagli Egiziani. Soltanto quel sangue sulla porta doveva essere il "segno", 12:13).

            Le carni dell’agnello, arrostite, furono mangiate con pani non lievitati ed erbe amare dagli Israeliti vestiti e pronti per la partenza (con i "fianchi cinti", v. 11), e la partenza avvenne quella notte stessa. E quel gran fatto avrebbe dovuto essere ricordato di anno in anno, con una solenne festa, per tutte le generazioni future.

            La parola "Pasqua" (in ebraico Pesach) significa letteralmente "passare oltre" (così fece infatti il Signore, quando vide il sangue sulla porta degli Israeliti e "passò oltre", cfr. 12:27). Però era anche chiamato "pasqua" l'agnello sacrificato, cfr. Deuteronomio 16:2.

 

      Nel rituale descritto nel cap 12 dell'Esodo ogni dettaglio è significativo e simbolico. Evidentemente, l'agnello immolato quella notte era una chiara profezia (o figura) di Gesù Cristo, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Giovanni 1:29; 19:36). Dice Paolo chiaramente che per noi la Pasqua è Cristo (1 Corinzi 8:7). Soltanto in virtù del sangue di Cristo possiamo scampare all'ira di Dio (Romani 5:9).

            Come è noto, Gesù morì proprio durante il periodo della Pasqua giudaica (Giovanni 18:39) e risuscitò "il primo giorno della settimana" (Giovanni 20:1), che da allora in poi venne chiamato "Il giorno del Signore" (Apocalisse 1:10) o "Domenica", da Dominus = Signore. Di conseguenza oggi, nell'ambito del Cristianesimo, si parla di "Pasqua di Risurrezione”.

 

                        7.4.   L'Esodo. Il passaggio del Mar Rosso (Esodo 12:31 - 14:31)

 

                        La parola “Esodo”, dal greco "exodos", significa "uscita". (Così nella traduzione greca dell'A.T. venne chiamato il secondo libro della Bibbia, in cui è descritta l’uscita del popolo dall'Egitto. Dal canto loro gli Ebrei, secondo consuetudine, lo chiamavano invece con le prime parole del testo, cioè "Or questi sono i nomi").

                        Leggiamo dunque che, terrorizzato per la decima piaga, finalmente il Faraone disse: "Partite, andatevene" (12:31,32), e avvenne che “tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d'Egitto" (12:41). Quella che se ne andava era una moltitudine immensa (e si ricordarono anche di prendere la mummia di Giuseppe, cfr. 13:19). Nelle successive celebrazioni della Pasqua quell'evento sarebbe stato ricordato come l' "uscita dalla casa di schiavitù" (13:3). Viene sottolineato il concetto di "liberazione". Parecchi anni dopo, Mosè dirà al popolo, ricordando quel fatto: “Il Signore vi ha scelti per essere il Suo tesoro particolare... e vi ha "liberati" dalla casa di schiavitù, dalla mano di Faraone..."(Deuteronomio 7:6-8).

 

            Alla liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto corrisponde per i Cristiani la liberazione (o redenzione) dalla schiavitù del peccato, cfr. 1 Corinzi 1:30; Efesini 1:7. Altre volte nel N.T., con significato affine, viene usato il concetto di "riscatto", cfr. Galati 3:13; 1 Pietro 1:18,19.

 

            Ottenuta la libertà, gli Israeliti non cercarono di raggiungere Canaan per la via più breve, che sarebbe passata lungo la costa del Mediterraneo (via che certamente avevano percorso i loro antenati quando erano "scesi" in Egitto), ma, guidati da Dio con una nuvola di giorno e una colonna di fuoco di notte (13:21), si diressero nel deserto verso il Mar Rosso (13:18). Come è noto, il Faraone però, subito pentito di averli lasciati andare, decise di inseguirli per sterminarli una volta per tutte. E l'occasione favorevole ora non gli mancava di certo, perché gli Ebrei non avrebbero potuto in nessun modo scampare, stretti com'erano tra i carri da guerra egiziani ed il mare. Erano chiusi in trappola e l'avrebbero pagata cara: il Faraone ne avrebbe fatto in breve un solo boccone.

            Rendendosi conto dell’imminente disastro, gli Ebrei, terrorizzati, si rivoltano contro Mosè urlando: "Mancavano forse tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto? Meglio era per noi servire gli Egiziani" (14:11,12). (Sarà purtroppo quella solo la prima di una lunga serie di "mormorazioni"). Ora però, al culmine del dramma, tutto è pronto per la scena finale, quella in cui Dio "sarà glorificato nel Faraone, nei suoi carri e nei suoi cavalieri" (14:18). Sta infatti per avvenire il più spettacolare dei miracoli: Mosè stende la mano sul mare, le acque si ritirano per lasciar passare gli Ebrei, e subito dopo si richiudono travolgendo gli Egiziani. L’episodio è descritto con vividi dettagli: le due pareti d'acqua, le ruote dei carri divelte, lo sgomento degli Egizi, i corpi degli annegati distesi sul lido. Occorre sottolineare alcune parole che Mosè aveva detto prima del miracolo: "Non abbiate paura, state fermi e vedrete la liberazione che il Signore compirà per voi... Il Signore combatterà per voi e voi ve ne starete tranquilli" (14:13,14). Mosè dunque stava imparando la lezione di riporre sempre la fiducia nel Signore. Ed anche il popolo, a cose fatte, mutò atteggiamento e si convinse, perché "vide la grande potenza con cui il Signore aveva agito contro gli Egiziani, ed ebbe timore del Signore, e credette nel Signore e nel Suo servo Mosè" (14:31).

 

            (Vedremo però come l’atteggiamento d'Israele cambierà nuovamente, non appena si presenteranno altre difficoltà. In questa circostanza comunque il popolo aveva creduto "perché aveva visto"; ma, come sappiamo, la fede nel Signore è un’altra cosa, cfr. Giovanni 20:29 : "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Non dimentichiamo però che anche il ricordo delle passate liberazioni può aiutare a mantenere desta la fiducia nell’Onnipotente, cfr. Salmo 77:11,12; 78:3).

 

            L'episodio del passaggio del Mar Rosso rimase memorabile per Israele nel corso di tutti i secoli della sua storia, e lo troviamo ripetutamente citato nell'A.T. (Giosuè 4:23; Isaia 43:16-18; 51:10; Salmi 78:53;106:9; 114:3).

 

           7.5.   Il canto trionfale (Esodo 15:1-21)

 

          Giunti illesi sull'altra sponda, gli Ebrei si diedero a manifestazioni di giubilo, e mentre gli uomini, guidati da Mosè, cantavano a Dio celebrandone il trionfo, le donne, condotte da Maria sua sorella, danzavano e percuotevano delle specie di tamburi (i "timpani"), anch'esse cantando; e mentre tutti gli uomini cantavano le strofe, le donne, ogni tanto, li interrompevano cantando il ritornello, che era ovviamente sempre uguale e suonava pressappoco così:

"Cantate al Signore  -  perché è sommamente glorioso:

                             ha precipitato in mare  -  cavallo e cavaliere!”

 

       Tutto il brano poetico è molto lungo, ed è conosciuto come il 1° Cantico di Mosè (per distinguerlo dal 2° Cantico, riportato in Deuteronomio 32:1-42). Nella sua parte principale, (v. 1-12, 21), esso fa riferimento al passaggio del Mar Rosso, mentre i rimanenti versetti alludono ad avvenimenti posteriori. Possiamo evidenziare i seguenti concetti: viene esaltata la potenza di Dio in salvezza, in quanto è stato capace di annientare dei mezzi bellici considerati invincibili (i tremendi carri da guerra egizi) (v.3); la Sua potenza è tale che li ha consumati come "stoppia" (v.7) (la stoppia, o paglia, a cui sono paragonati i nemici di Dio, è un'immagine che sarà spesso ripresa dai profeti, cfr. Isaia 5:24; 47:14; Gioele 2:5); e questo Dio così potente e terribile è proprio il Dio dei miei padri, e ora è il mio Dio  --  dice Mosè (v.2). I figli d'Israele dovevano essere ben orgogliosi di avere il Signore come loro Dio; infatti esclamano: “Chi è pari a te tra gli dèi, o Signore?" (v. 11). In quel momento gli Ebrei stavano convincendosi che tra tutti i numerosi dèi del pantheon egizio nessuno poteva essere paragonato al loro Dio, Yahweh (= l'Eterno), "splendido in santità", "operatore di prodigi". E' questa una tappa intermedia sul cammino della rivelazione; infatti gli Ebrei avrebbero imparato solo in seguito che il "loro" Dio era l'unico vero Dio, il Dio di tutte le nazioni (Deuteronomio 4:39; Isaia 44:8; Salmi 22:28; 47:2,7; cfr. Romani 3:29); avrebbero capito che tutti gli altri dèi non erano altro che "falsi dèi", idoli sordi e muti (Esodo 34:13; 1 Cronache 16:26; Salmi 115:4-8; Isaia 44:9-20; cfr. 1 Corinzi 8:4; 12:2), dietro ai quali però talvolta si nasconde il diavolo per sedurre gli uomini (cfr. 1 Corinzi 10:19,20; Apocalisse 9:20).

 

                7.6.   Prime esperienze nel deserto: cibo, acqua e mormorazioni

                        (Esodo 15:22 - 17:7).

 

                        Il popolo, ormai in salvo dagli Egiziani, si trova ora a dover attraversare la penisola del Sinai, stepposa, povera di risorse e con scarse sorgenti. In realtà vi si potevano pascolare le pecore, dalle quali si poteva ricavare latte e formaggio; forse vi si potevano trovare anche radici, qualche frutto, e animali selvatici da catturare. In quel deserto Mosè aveva dimorato per anni, con la famiglia di Jethro, e indubbiamente una certa pratica ce l’aveva. Tuttavia ora il problema è diverso, perché Mosè ha alle spalle un intero popolo da alimentare: occorre l'intervento divino. E Dio interviene, alle acque di Mara, che da amare diventano dolci (15:25) , e poi conduce il popolo all’oasi di Elim, dove ci sono palme e acqua potabile in abbondanza (15:27). Quando però il viaggio riprende, scoppiano di nuovo i malumori che già prima erano affiorati: trovandosi ad attraversare una zona particolarmente inospitale (il deserto di Sin, 16:1), il mugugno del popolo esplode in forma violenta: "Fossimo pur morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi [invece] ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!” (16:3).

                        Il popolo è preso dallo scoraggiamento e dalla nostalgia, due "tentazioni” subdole e terribili, a cui si trovano spesso sottoposti molti "figli di Dio" di oggigiorno. Quanto alle "mormorazioni” e ribellioni più o meno accese, troveremo che esse si susseguiranno per tutta la permanenza nel deserto; la storia ne è letteralmente costellata, cfr. Esodo 17:3; 32:1 sg.; Numeri 11:1,10; 14:2. Vediamo in dettaglio quella di 17:3: "Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. Come ben sappiamo, il Signore provvide a saziare la fame e la sete del popolo con azioni miracolose: la manna e le quaglie (16:13-36), e l'acqua scaturita dalla roccia (7:5-7).

 

                        (Fame e sete saziate: che significa per noi? Come accadde per il popolo, anche noi dobbiamo imparare a ricevere quotidianamente le risorse dalla mano Dio. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano", cfr. Matteo 6:11. Qualche volta ci dimentichiamo che il Signore è con noi e può intervenire per soccorrerci).

 

            I significati simbolici della manna e dell'acqua scaturita dalla roccia di Oreb sono molto ampi. La manna (il "pane dal cielo") è una figura di Gesù Cristo, il "pane della vita" (cfr. Giovanni 6:31-35); l'acqua, anzi l'intera roccia di Oreb, era anch'essa una figura di Cristo (cfr. 1 Corinzi 10:4, dove Paolo dice addirittura che quella roccia era Cristo). Come il Signore guidava il popolo nel deserto con molta pazienza e misericordia, provvedendo alle sue necessità quotidiane, così oggi Cristo provvede ogni cosa alla Chiesa e la "nutre" (Efesini 5:29) (Cristo è la manna e l'acqua). Il popolo rappresentata i cristiani, molti dei quali stentano purtroppo a riporre la loro fiducia nel Signore, e non accettano di pagare il prezzo della libertà che compete ai figli di Dio, ma preferiscono fare compromessi col "mondo", da cui si dovrebbero sentire “usciti fuori” (fanno come gli Ebrei che rimpiangevano le pentole di carne).

 

            E Mosè, che figura rappresenta? In linea subordinata, possiamo dire che è anch'egli una profezia vivente di Cristo. Tornando al passo di 1 Corinzi 10:1 sg., vi troviamo gli Israeliti "battezzati nella nuvola e nel mare per essere di Mosè", paragonabili ai cristiani che sono battezzati in Cristo per essere di Lui, cioè per riconoscerlo come Signore. Ma alcuni di quelli che furono "battezzati" e che anche si cibarono del pane dal cielo, furono poi disapprovati da Dio per il loro comportamento dsdicevole, per essersi ribellati all'autorità di Mosè, per aver "mormorato" (v. 10).

            Il passo di Paolo ai Corinzi si inquadra in un più ampio discorso sulla libertà individuale e sull'idolatria. Parecchi Corinzi dimostravano al riguardo un atteggiamento eccessivamente disinvolto, e non avevano ben compreso la natura del battesimo cristiano e della Cena del Signore. Queste istituzioni non erano dei riti magici, ma andavano intese nel loro significato spirituale. Dice Paolo: “Come non bastava essere stati "battezzati" nel mare per appartenere a Mosè, ma bisognava ubbidirgli riconoscendone l'autorità, così per i cristiani non sono affatto sufficienti gli atteggiamenti esteriori, ma occorre riconoscere Cristo come Signore ed ubbidirgli”. Paolo rammenta poi le punizioni che Dio inflisse agli Israeliti, ed afferma che quelle cose avvennero loro per servire d'esempio, e sono state scritte per ammonizione di noi (1 Corinzi 10:11). (Teniamo dunque ben presente che non basta "leggere" la Bibbia, ma bisogna studiarla; e una volta studiata, bisogna metterne in pratica gli insegnamenti, cioè bisogna "viverla").

 

            7.7.   Le battaglie e le vittorie  (Esodo 17:8-16). 

 

            Viene descritta la battaglia di Israele contro Amalek, caratteristica soprattutto perché "quando Mosè teneva la mano alzata, Israele vinceva, e quando la lasciava cadere, vinceva Amalek”  (v. 11). (Quello delle battaglie è un altro argomento ricorrente della lunga storia d’Israele, e non solo nel deserto). Dunque, dice il testo che nella pianura stava Giosuè cogli uomini a combattere, mentre sul colle stava Mosè con le mani in su; e quando Mosè si sentì venir meno, intervennero Aaronne e Hur a soccorrerlo tenendogli le mani sollevate. (Occorre tener presente che per secoli e secoli quello delle mani alzate fu l'atteggiamento della preghiera, e che soltanto dal medio evo si prese l'abitudine di pregare con le mani giunte) . Mosè con le mani alzate dunque “pregava", cioè "intercedeva" per il popolo. Sappiamo che Gesù intercede per noi presso il Padre; Egli è l'Intercessore per eccellenza (cfr. Romani 8:34; Ebrei 7:25). Però Gesù non "abbassa mai le mani" per stanchezza. Quindi da queste passo dobbiamo trarre anche altri insegnamenti: siamo noi che dobbiamo pregare, siamo noi che dobbiamo intercedere. (Esortando alla preghiera, Giacomo dice: "Molto può la supplicazione del giusto, fatta con efficacia!”, Giacomo 5:16; e Paolo, nel bellissimo brano sull' "armatura di Dio", Efesini 6:10-20, ci rammenta  che essendo esposti ad insidie e a combattimenti di natura spirituale, per poterne uscire vittoriosi dobbiamo pregare continuamente, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni, gli uni per gli altri). Così Mosè con le mani alzate è la figura di un credente che prega da solo in disparte, intercedendo per coloro che nella "pianura" stanno subendo gli attacchi delle forze del maligno. E' di conforto sapere che, quando siamo nelle difficoltà e nelle prove, c'è su questa terra qualche fratello e qualche sorella che "stanno tenendo le mani alzate", cioè stanno intercedendo in nostro favore presso il trono di Dio. Mosè in questo senso è dunque un esempio per ciascuno di noi, e quelli che gli sostenevano le mani lo sono altrettanto, perché bisogna aiutarci e incoraggiarci gli uni gli altri.

            A conclusione della battaglia contro Amalek, è detto che Mosè edificò un altare al quale pose nome "Il Signore è la mia Bandiera" (v.15). La bandiera è il simbolo che ci accomuna, rappresenta ciò in cui crediamo, è l'ideale per cui siamo disposti a combattere.

 

 

            7.8.   La Giustizia e la Legge (Esodo cap 18).

 

            Il capitolo 18 dell'Esodo narra la visita di Jethro a Mosè. Dal racconto apprendiamo che Mosè, davanti all'esterrefatto suocero, rimase seduto per un'intera giornata per "render giustizia" al popolo (v. 13). Quel Mosè che prima avevamo conosciuto come condottiero e come profeta, ora qui lo vediamo come "giudice". Ma per amministrare la giustizia occorrono delle leggi. Di quali leggi si serviva Mosè? Lo spiega egli stesso al suocero Jethro: "Il popolo viene da me per consultare Dio. Quando essi hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l'uno e l'altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le Sue leggi" (v. 15b,16). Quindi Mosè, amministrando la giustizia, non fa altro che applicare le "leggi di Dio". (Questo concetto è importante per capire tutto il seguito della storia costituzionale d'Israele: la provenienza delle leggi direttamente da Dio, e la separazione delle funzioni legislativa e giudiziaria).

            Di un certo interesse è poi pure il cosiddetto "consiglio di Jethro". Quando il suocero osservò sconcertato la stressante giornata di Mosè, gli disse senza esitare: "Questo che tu fai non va bene: tu ti esaurirai certamente" (v. 17,18). Viene affermato qui il principio del decentramento. E' notevole la analogia tra la scelta di "uomini fidati e timorosi di Dio” (v. 21), a cui affidare funzioni giudiziarie minori, e la scelta, in epoca apostolica, dei "diaconi" (che dovevano essere "stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di saggezza"), a cui affidare vari servizi nella chiesa primitiva (cfr. Atti 6:1-7).

 

 

            7.9.   Note di approfondimento archeologico

 

            Siccome avevamo ipotizzato che Ramesse II fosse il Faraone dell’oppressione, suo figlio Merenptah (1213-1202 a.C.) dovrebbe essere il probabile Faraone dell’Esodo. Un grosso problema nasce però dall'esame della "Stele di Merenptah", chiamata anche Stele d'Israele” essendo essa l'unico documento egizio finora scoperto in cui compare il nome del popolo ebreo. Si tratta di un’enorme lastra di pietra incisa, alta più di 3 metri, che fu trovata nel Tempio di Merenptah a Tebe. Nelle ultime righe del suo lungo panegirico si legge: "In mezzo agli Archi Nuovi (= popoli sottomessi), neanche uno solleva la testa; Desolata è Tehenu (tribù libica); Hatti (terra degli Ittiti) è pacificate; Canaan è conquistata con tutto quel che c'era di cattivo; Portata via è Askalon, presa è Geser; Yenoam è come se non ci fosse (= è distrutta); Israel giace devastato e non ha (più) seme (opp. non ha più posterità); Harru è diventata vedova per l'Egitto".

            L'interpretazione di queste testo è lontana dall'essere chiara. Per la maggior parte degli autori, Merenptah ha realmente condotto od inviato una spedizione in Palestina al fine di completare le sua vittoria sui Libici, che avevano tentato di invadere l'Egitto. Tra questi autori, coloro che prediligono la "cronologia lunga"  --  cioè che piazza l'Esodo sotto la XVIII Dinastia  --  pensano dunque che le truppe egiziane abbiano incontrato e distrutto durante la campagna di Palestina delle tribù ebraiche che già vi si trovavano. Coloro che invece pongono l'Esodo sotto Merenptah sono costretti a supporre che altri Israeliti conducessero una vita nomade dall'altra parte dell'istmo di Suez. Entrambe le spiegazioni non trovano riscontro nella Bibbia. (Per dovere di cronaca dobbiamo poi citare le asserzioni dei supercritici, i quali sostengono che gli Ebrei in Egitto non ci sono mai stati, non essendosi mai mossi dalla Palestina...).

            Le precedenti ipotesi hanno questo di comune, che esse suppongono che la campagna di Palestina abbia veramente avuto luogo. E' precisamente quello che non è stabilito con certezza. L'archeologo Pierre Montet, nel suo libro "L'Egypte et la Bible", ribalta tutta la questione, e riferisce la frase riguardante Israele (e le altre analoghe riguardanti gli altri popoli) a un sollevamento dei popoli oppressi, che avevano approfittato della invasione dei Libici per ribellarsi, e alla conseguente vittoria e repressione di Merenptah.

            Ecco che cosa scrive Montet:

            "L'armata libica che arrivava da ovest aveva evidentemente Menfi per obiettivo. Essa avrebbe potuto risalire Il ramo canopico del Nilo ed attaccare la vecchia capitale dal nord e dall'ovest. E’ quello che si attendevano gli Egiziani. Il capo dei Libici concepisce però un'altra manovra (...) Così, un corpo dell'armata d'invasione, dirigendosi verso est, inganna gli Egiziani e taglia fuori Menfi (...) e naturalmente tutto l'Egitto meridionale, rispetto alle località situate a nord di Bubaste (compresa la terra di Goscen). Il nemico libico contava senza dubbio su un sollevamento generale dei popoli che abitavano il paese di Canaan e la Palestina meridionale, senza dimenticare i figli d'Israele che sopportavano così male di essere soggetti a lavori pesanti. Così si trovano verificati i timori che la Bibbia attribuisce a Faraone in Esodo 1:9-10: "Ecco, il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e potente di noi. Orsù, usiamo prudenza con essi; che non abbiano a moltiplicare e, in caso di guerra, non abbiano a unirsi ai nostri nemici e combattere contro di noi e poi andarsene dal paese".

            "La vittoria di Merenptah in un luogo la cui posizione e la stessa lettura sono incerte, obbligò l'armata d'invasione alla ritirata e ridusse sul nascere le velleità bellicose degli immediati vicini dell'Egitto, ai quali non rimase altro che prosternarsi."

            "Se abbiamo così convenientemente interpretato la stele di Merenptah  --  prosegue Montet  --  è chiaro che i figli d'Israele si trovavano ancora in Egitto nell'anno V di questo re (anno a cui è riferita la Stele). Senza dubbio non vi rimasero che per poco: Mosè ed Aaronne avranno stimato che dopo una vittoria ottenuta di misura la potenza dei loro oppressori non era più quella di prima e che quindi non avrebbero potuto seriamente opporsi alla loro partenza”.