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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 contattaci 011280304 torna a studi

 

LA STORIA DI ISRAELE

 

1.     N  O  T  I  Z  I  E      P  R  E  L  I  M  I  N  A  R  I

 

 

           1.1.    Considerazioni sulla Storia

 

           La Storia è una successione di eventi nel tempo. Ma questi eventi sono correlati? Avvengono in modo casuale o determinato? La risposta cristiana dovrebbe essere che Dio agisce nella Storia, che Dio è il Signore della Storia. Questo però non è un fatto scontato, facile da dimostrare. Come c'entra Dio con la Storia? Egli è al di là e noi al di qua. Ma nella Bibbia il Signore ci fa capire che Egli parla, agisce, interviene. La Sua Parola si è fatta carne, si è fatta Uomo. Quando il tempo fu maturo, Egli venne. Questo è un fatto storico.

 

 

           1.2.   La Storia Sacra come rivelazione progressiva

 

        La Rivelazione di Dio si sviluppa progressivamente attraverso i secoli. Essa procede a tappe. (Il compito affidato a Davide non avrebbe avuto senso al tempo di Abramo).

        La Bibbia non è un testo astorico. Dio non parla in blocco. La rivelazione è un fiume, una cascata. Dio ha parlato in varie epoche. Dio ha stabilito due patti con due popoli distinti, ma complementari.

     Quindi le Scritture vanno lette seguendo le tappe della rivelazione. (Questo fu il sistema usato da Gesù sulla via di Emaus, Lu 24:27). Non sempre teniamo presenti questi concetti, e così leggiamo la Bibbia in modo atemporale. E' pur vero che la Parola di Dio è "vivente e permanente" (1 P 1:23); ma ciò non toglie che leggendola in modo atemporale ne travisiamo il messaggio. Noi applichiamo spesso alla Scrittura i nostri presupposti. (Per esempio, leggendo i Salmi in modo staccato e atemporale, ne adoperiamo alcuni come pastiglie ricostituenti, mentre altri ci restano oscuri e completamente incomprensibili).

 

 

           1.3.           La Storia come pedagogia

 

           I discendenti devono sapere (Es 10:1,2; 12:26,27; 13:8-10; Le 23:42,43).

           "Quel che abbiamo udito e conosciuto, e che i nostri padri ci hanno raccontato, non lo nasconderemo... alla generazione futura..." (Sl 78:.3,4). 

           Consideriamo anche la consolazione che deriva all'autore del Salmo 77, prima angosciato, alla rievocazione delle meraviglie antiche (Sl 77:11).

 

 

           1.4.   La lezione dei fatti negativi

 

           A volte sono i deboli e i cattivi i personaggi attraverso i quali Dio ci parla. (Al perverso re Acab sono dedicati 7 capitoli, 1 Re 16-22). Il racconto biblico non è secondo il criterio della Storia come viene intesa oggi. Certi personaggi storicamente importanti, dalla Bibbia vengono trascurati. A volte Dio si serve di popoli pagani per realizzare i Suoi piani (vedere il caso degli Assiri, definiti verga dell'ira divina, Is 10:5).

 

 

           1.5.    Il rapporto tra Israele e la Chiesa

 

           E' una questione complessa. Secondo alcuni, la storia d'Israele come popolo è finita, e continua soltanto nella Chiesa. Ma le cose non stanno proprio così. Israele è una razza (etnia), la Chiesa no. Israele ha una patria terrena, la Chiesa ha una patria celeste. Come Israele doveva testimoniare di Dio attirando i popoli (era per lui una prova), la Chiesa deve andare in tutto il mondo testimoniando di Cristo (evangelizzazione). La storia del Cristianesimo ripercorre in parte le tappe d'Israele. Esaminandola, ci accorgeremo che la storia della Chiesa non è migliore della storia di Israele. Infatti Israele non seguì le indicazioni divine e cadde nella carnalità e nell'idolatria. Così è capitato per la Chiesa, in vari periodi della sua storia. Il fatto  -  di per sé negativo  -  che unisce i due popoli è l'assenza del timor di Dio (riferendoci soprattutto al Cristianesimo ufficiale).

 

 

           1.6.    Analisi dei nomi

 

            Secondo la Bibbia, il nome Ebrei proviene da un antenato di Abramo chiamato Eber (Ge 11:14). Ciò significa che nel sistema orientale tale nome si applicava non solo ai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma anche agli Edomiti (discendenti di Esaù) e agli Ammoniti e Moabiti (discendenti di Lot). Era usato parlando con gli stranieri. Il nome più appropriato per il popolo eletto è Israele (o "Figli di Israele"). (Il nome Israele fu dato da Dio a Giacobbe, Ge 32:28).

    Quando il nome Israele viene contrapposto al nome Giuda, essi indicano rispettivamente i due tronconi del regno, quello del Nord con capitale Samaria, e quello del Sud con capitale Gerusalemme. Dopo le catastrofi dell' VIII  e del  VI  secolo, la tribù di Giuda rimase quasi la sola superstite. Il nome Giudei è quindi usato a partire dal periodo dell'Esilio, ed è noto soprattutto presso i Persiani, i Greci ed i Romani.

 

    Nell'italiano corrente occorre fare le seguenti distinzioni:

   Israeliti = persone di religione giudaica, qualunque ne sia la nazionalità;

   Israeliani = cittadini dello stato d'Israele, qualunque sia la loro religione o origine etnica;

   Ebrei = tutte le persone di etnia israelitica, qualunque sia la loro religione o nazionalità;

  Palestinesi = Arabi di Palestina, musulmani o cristiani, sia all'interno che all'esterno dello Stato d'Israele.

 

 

      1.7.   I  Patriarchi

 

  Di solito sono indicati come tali Abramo (Eb 7:4), Isacco e Giacobbe (e talvolta anche Giuseppe). La parola Patriarca significa padre o capo di una famiglia o di un clan. Il termine talvolta è pure esteso ai capi famiglia anteriori ad Abramo e, nel Nuovo Testamento, ai 12 figli di Giacobbe (At 7:8,9) ed a Davide (At 2:29). Nel presente studio useremo il termine Patriarchi nel senso di capostipiti, cominciando l'esame da Abramo.

 

 

2.      A  B  R  A  M  O

 

 

           2.1.   La storia di Abramo

 

           La storia di Abramo va da Ge 11:26 a Ge 25:11 (circa 14 capitoli). Inoltre si parla di lui in molti altri passi, fra i quali prenderemo in esame i seguenti, tratti dal N.T.: Gv 8:33-39 (discussione di Gesù con i Giudei sulla vera progenie di Abramo); At 7:2-8 (discorso di Stefano sull'inizio della storia d’Israele); Ro cap 4 (Abramo giustificato per fede); Ga 3:6-29 (i figli di Abramo sono quelli che hanno la fede); Eb 11:8-19 (Abramo come esempio di fede); Gm 2:21-24 (Abramo come esempio di fede operante).

 

         Dal punto di vista storico, la vicenda di Abramo e degli altri patriarchi risulta ben inserita nella storia profana. Si tratta di una famiglia di nomadi che vive, a partire dal  XIX secolo a.C., tra la Mesopotamia, l'Alta Siria e gli Ittiti, fino alla regione dei regni semiti occidentali (Canaan) e all'Egitto. Il periodo dei patriarchi è messo bene in luce dalle scoperte archeologiche di Mari, Nuzi, Ebla, Egitto. Oggi i patriarchi possono essere accettati come personaggi storici, vissuti in un contesto sociale e politico reale.

         Per interessarsi maggiormente dell'ambiente geografico e del contesto storico, occorrerebbe approfondire l'indagine in materia di storia e cronologia comparata 1.

 

 

            2.2.   La chiamata

 

            Abramo fu chiamato da Dio (elezione, vocazione). Dio è sovrano, misterioso e imprevedibile. Dio sceglie Abramo e con lui la famiglia dei suoi discendenti. Dio chiama Abramo e Abramo obbedisce, crede e spera guardando al futuro. Dio insegna ad Abramo a camminare alla Sua presenza. Dio confida ad Abramo i suoi segreti pensieri (Abramo viene indicato come "Amico di Dio", Gm 2:23). Tutta la Storia della Salvezza, dall'origine di Israele alla venuta del Messia, prende le mosse dalla chiamata di Abramo.

 

 

            2.3.            La promessa

 

         La promessa di Dio segue immediatamente la chiamata fatta ad Abramo (Ge 12:1-3). La famiglia di Abramo veniva da Ur, una antichissima città della Bassa Mesopotamia, centro di una grande civiltà. Tera, padre di Abramo, emigra con tutta la sua famiglia fino a Caran, nell'Alta Mesopotamia (11:31). E qui avviene il fatto umanamente inspiegabile: Dio fa irruzione nella vita di Abramo, si fa conoscere a lui e lo chiama per una missione grande e misteriosa (12:1-3). L'obbedienza di Abramo sottolinea la sua fede; ecco perché egli sarà chiamato il padre di tutti quelli che credono (Ro 4:11; Ga 3:7).

           Abramo dunque lascia suo fratello Naor e tutta la parentela e viene nel paese di Canaan, con Lot suo nipote, per il quale si sente responsabile dopo la morte del padre di lui. Passa per Sichem, per Bethel, fino ad arrivare al Negev (12:9), la regione semidesertica al sud della Palestina.

 

 

            1.  . Vedere al riguardo il capitolo “L’epoca dei Patriarchi”, nel mio primo volume di Archeologia e Bibbia, pag. 9-24.

           La promessa divina gli viene rinnovata più volte (12:2,3; 12:7; 13:14-17; 15:1-6). Essa riguarda dapprima beni visibili, numerosa discendenza, il possesso della terra di Canaan, le ricchezze materiali. Si delinea però una promessa di carattere spirituale, che si esplicherà in seguito (22:16-18; cfr. Ga 3:8,9,16,18).

 

 

       2.4.   La giustificazione per fede (Ge 15:1-6)

 

       Abramo aveva mostrato la sua fede obbedendo a Dio. Adesso, riguardo alla questione dell'erede, la sua fede ci viene chiaramente spiegata: egli crede a Dio sulla parola, e continua a credere, sebbene Dio ritardi l'adempimento della sua promessa, che comunque, è bene ribadirlo, riguarda una cosa umanamente irrealizzabile. (Abramo “credette, sperando contro speranza”, Ro 4:18). Con questa fiducia in Dio, Abramo entra nel piano della salvezza, che comunque Dio non gli aveva chiaramente rivelato. D'altra parte, la salvezza non era chiara per Abramo come non lo fu in seguito per varie generazioni, fino ai profeti, che "indagarono e fecero ricerche" sulle cose a venire, cfr. 1 P 1:10-12.

           Abramo dunque, senza capire chiaramente, credette a Dio. La sua fede fu un atto di pura fiducia, e il Signore gliela accreditò come giustizia (11:6). In questo senso egli può essere considerato veramente il "padre di quelli che credono".

           (Per la giustificazione per fede, vedi Ro cap 4; per Abramo padre dei credenti, vedi Ga 3:7,29).

 

 

           2.5.   Il patto di alleanza

 

           Leggere Ge 15:18; 17:1-14. Il patto, dapprima stipulato solennemente, viene in seguito ribadito. Esso viene definito "patto eterno" (Ge 17:7). Il nome di Abramo (= padre eccelso, patriarca) viene mutato in Abraamo (= padre di una moltitudine, padre fecondo) (v.5). Il "segno" del patto sarà la circoncisione (17:10).

 

 

           2.6.   Abramo, l'Amico di Dio

 

          L'espressione "Amico di Dio" si trova in Is 41:8 ed è poi ripresa in Gm 2:23. Il suo significato più evidente traspare però dal brano di Ge 18:16 33 ("Annuncio della distruzione di Sodoma ad Abramo e sua intercessione"). In questo passo troviamo dapprima Dio che manifesta l’intenzione di mettere al corrente Abramo dei suoi piani; in seguito, con un crescendo di sconcertante intensità, è raccontato come Abramo riuscì, per ben sei volte di seguito, a far “cambiare le decisioni" dell'Onnipotente. Alcuni considerano questo testo come un perfetto esempio di quanto la comunione con Dio e la fede di un credente possano ottenere in termini di risposta (cfr. Mr 9:23).

 

 

           2.7.   Il "figlio", primo indispensabile compimento della promessa

 

            La promessa di una numerosa progenie implicava la nascita di un figlio. La promessa specifica del figlio viene precisata durante la visita degli angeli (18:10). All'incredulità di Sara (12), fa seguito la stupenda affermazione:

 

            "Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore?" (v. 14),

che ha servito di sostegno alla fede di generazioni di credenti in tutte le epoche. E infine Isacco nasce, nell'adempimento della promessa (21:1-7).

 

 

         2.8.   La prova della fede

 

         A un certo punto Dio chiede ad Abramo quell'unico figlio che gli aveva donato, ed al quale era legata la promessa della progenie (e della salvezza del mondo!). Dio quindi sembra smentire la sua stessa parola. Ma Abramo, nello strazio della prova, continua a credere e a sperare: le promesse di Dio restano più grandi delle loro realizzazioni. Per questo Abramo dice "Torneremo", al plurale (22:5) e "Dio... provvederà" (22:8). Lo scrittore dell'Epistola agli Ebrei (Eb 11:19) in seguito dirà che

 

              “Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche dai morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione” (N. RIV).

 

             In effetti, la traduzione “come per una specie di risurrezione” è una interpretazione. La traduzione letterale dal greco sarebbe “lo riebbe [come] per un simbolo” (gr. en parabolé). CEI traduce: “Abramo... lo riebbe, e fu come un simbolo” 2.

 

 

           2.9.   La figura di Abramo nel Nuovo Testamento

 

             Parlando della vita di Abramo, abbiamo già citato i principali passi dove si parla di lui nel Nuovo Testamento. Ne riprenderemo ora alcuni, per ricapitolare come la figura di Abramo possa costituire un magnifico esempio di fede per tutti i cristiani.

 

       2.9.1.    Abramo "vide" (per fede) il giorno di Cristo

 

       Nel discorso coi Giudei, riportato nel Vangelo di Giovanni al cap. 8, Gesù afferma che per potersi definire dei veri figli di Abramo, i Giudei dovrebbero imitarne le opere (Gv 8:39); cosa che invece essi non fanno, perché seguono i desideri del diavolo, che è in realtà il loro padre (Gv 8 44).

 

            "Quanto ad Abramo  -  aggiunge. Gesù  - egli ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l'ha visto, e se n’è rallegrato" (Gv 8:56).

 

            Nell'Epistola agli Ebrei è detto che:

 

            Abramo aspettava la città che ha le vere fondamenta, e il cui architetto e costruttore è Dio" (Eb 11:10).

 

            Abbiamo già osservato come Abramo abbia "intuito" l'esperienza della risurrezione, durante la prova del sacrificio d'Isacco. In effetti così possiamo dire che Abramo aveva "visto il giorno di Cristo", cioè aveva conosciuto per fede le cose sublimi che oggi tutti i veri cristiani conoscono: la convinzione di avere un edificio, una casa  non  fatta  da mano

 

 

 

     2.  Hewitt, nel suo commentario all’Epistola agli Ebrei, scrive: “La fede di Abramo, messa alla prova, fu dunque in grado di giungere alle meravigliose altezze della risurrezione, e per questa ragione Isacco gli fu restituito come dalla morte, come "tipo" della morte e della risurrezione del Divino Figlio, che invece non venne risparmiato (cfr. Ro 8:32; Gv 8:56)"..

d'uomo, eterna, nei cieli" (2 Co 5:1); e la certezza che Dio riporterà alla vita quelli che sono morti, perché Egli può vincere la morte:

 

            "Io sono la Risurrezione la Vita; chi crede in Me, anche se muore, vivrà" (Gv 11:25).

 

 

   2.9.2.   Abramo rinunciò alle cose certe per seguire l'indicazione di Dio

 

  Abramo partì senza sapere dove andava, visse in Canaan come in terra straniera, abitando in tende... (Eb 11:8,9). A somiglianza di Abramo, i cristiani debbono considerarsi "nel" mondo, senza essere "del" mondo (Gv 17: 11,14).

 

 

       2.9.3.   Abramo fu giustificato per fede, e non per aver osservato la legge

 

      Paolo spiega ai "Galati insensati" che ad Abramo la giustizia fu imputata perché aveva creduto alle promesse di Dio, ben prima che venisse promulgata la legge con tutti i suoi precetti (cosa che avvenne con Mosè, circa 400 anni più tardi), (Ga cap. 3). Perciò, asserisce Paolo, per essere considerati giusti da Dio basta aver fede nell'opera di Cristo, e non occorre aver osservato la legge.

 

 

     2.9.4.   Abramo fu giustificato per fede quando era ancora incirconciso (Ro cap. 4)

 

        Paolo fa notare ai Romani che Abramo credette al Signore “prima”, e il Signore gli contò questo come giustizia (Ge 15:6). Soltanto "dopo" si parla della circoncisione come segno del patto di Dio con Abramo (Ge 17:11). Perciò, per essere considerati giusti da Dio basta aver fede nell'opera di Cristo, e non conta nulla appartenere o no popolo ebreo (= essere o no circonciso). (Notare la differenza concettuale tra questo punto e il punto precedente).

 

 

     2 9.5. Abramo fu giustificato per opere, e non per la fede soltanto 

 

     "Per le sue opere, la fede di Abramo fu resa completa", spiega Giacomo (Gm 2:20-24). Dopo l'esposizione di Paolo ai Romani e ai Galati, queste affermazioni di Giacomo possono apparire in contraddizione. Probabilmente le cose stanno così: Paolo ha in mente un uomo al momento della sua conversione, il quale viene accettato da Dio come "giustificato", perché al momento della conversione la fede per lui è tutto; Giacomo invece ha in mente un uomo che crede, ma che ha trascurato ogni occasione di buone opere dal tempo della sua "fede iniziale", e che anziché portare frutti, porta solo foglie. Secondo Giacomo, questa “fede senza le opere" è priva di valore (2:14); anzi, non è fede affatto; certamente non è fede cristiana.

            Le posizioni di Paolo e di Giacomo non sembrano più tanto in contraddizione, se consideriamo l’elemento tempo. Paolo considera specialmente l’inizio della vita cristiana, Giacomo la sua continuazione. All’inizio tutto quello che occorre è la fede; ma se questa è genuina, seguiranno certamente anche le opere (cfr. Ef 2:8-10).

 

 

 

 

 

3.   I S A C CO

 

 

           3.1.   La storia di Isacco. 

 

         Nella Genesi si parla di Isacco dal cap. 21 (nascita) al cap. 35 (morte). Ecco in breve la sua storia. Dio aveva promesso ad Abramo un erede. Ritenendo umanamente la cosa impossibile, Sara ed Abramo cercarono di "aiutare Dio" nella realizzazione, con l'espediente della serva. Così nasce Ismaele, figlio di Abramo e di Agar, ed Abramo ad un certo punto è convinto che la "progenie" gli verrà proprio da Ismaele (17:8). In effetti, Abramo e Sara non credevano che Dio potesse dar loro un figlio; ciò è confermato dal loro "riso di incredulità" (17:17-19; 18:9-15). Così, quando finalmente nasce l'erede promesso da Dio, gli verrà dato nome Isacco, che significa "Egli ride" o "ridere" (17:19; 21:3). Isacco viene circonciso l'ottavo giorno (21:4), come segno del patto divino. Crescendo, rimane con Abramo in qualità di unico legittimo erede, mentre Ismaele viene "cacciato" con Agar (21:8 sg.). Nel cap. 22 c'è poi l'episodio del sacrificio, di cui abbiamo già parlato nella storia di Abramo.

            Nel cap. 24 è riferita la ricerca della moglie per Isacco, in un lungo racconto ricco di dettagli dal forte colorito orientale: Abramo manda il fedele servo Eliezer a cercare la sposa per Isacco presso il suo clan che era rimasto in Mesopotamia (v. 10); così, alla fine, Rebecca, una sua lontana e bellissima cugina, diventa la moglie di Isacco, il quale l'amerà e le resterà fedele per tutta la vita (l'esempio di Isacco e Rebecca “sposi fedeli” sarà additato dai Giudei attraverso i secoli per combattere la poligamia e il divorzio).

        Come già era successo per Sara, anche Rebecca è sterile. Allora vediamo Isacco pregare insistentemente Dio (25:21), e finalmente nascono due gemelli, Esaù e Giacobbe. Giacobbe nasce a distanza di pochi minuti da Esaù (che doveva essere quindi considerato il "primogenito"); già in quell'occasione Giacobbe manifesta il suo "carattere", nell'episodio del "calcagno" (25:26).

        Col crescere dei figli, l’armonia tra Isacco e Rebecca si incrina progressivamente. Il fatto è che Isacco amava di più Esaù, mentre Rebecca amava (soltanto) Giacobbe (25:27,28). Così Isacco, che dapprima era stato un uomo dal carattere contemplativo e sensibile (cfr. 24:63,67), si lasciò via via attirare dalla selvaggina che il figlio Esaù gli procurava, perché egli amava assai la buona tavola e i cibi succulenti. Questa sua debolezza, abilmente sfruttata dall'astuta Rebecca, finirà per costargli poi assai cara. E' noto infatti come la cara moglie abbia approfittato della passione di suo marito per la cacciagione  nonché del suo forte indebolimento visivo per giocargli il pessimo tiro di scambiare Giacobbe per Esaù (cap. 27). Così la furba e cinica madre riuscì con l'inganno a carpire la "benedizione" a favore del figlio prediletto. E quando, scoperto poi l'artificio, il vecchio Isacco si dispera, dal canto suo Esaù si prefigge di uccidere il fratello Giacobbe. A questo punto Rebecca, con l'intento di porre in salvo il suo pupillo  allontanandolo dall'irato Esaù, escogita la scusa di mandarlo in Mesopotamia a cercarsi una moglie, e anche questa volta riesce a carpire il consenso del povero Isacco.

             C'è da aggiungere che in due circostanze diverse il Signore rinnovò ad Isacco le promesse già prima fatte ad Abramo (26:3-5; 26:24). Tratteremo questo punto in seguito.               Alla fine poi, dopo la parentesi dei capitoli 28 - 35, dedicati alla storia di Giacobbe, in Genesi 35:28,29 si riparla ancora brevemente di Isacco per dire che morì "vecchio e sazio di giorni" e che fu seppellito dai figli (che nel frattempo avevano fatto pace).

 

           3.2.    Il significato della storia di Isacco: una vita segnata dalla grazia di Dio

 

         Non avrebbe nessun senso per noi studiare la storia di Isacco se non cercassimo di ravvisarne il profondo significato. Intanto, è particolarmente notevole che in tutto il racconto non venga attribuita ad Isacco alcuna benemerenza particolare. C'è solo qualche scarso riferimento alla fede, che tuttavia doveva pur avere (vedi la preghiera per Rebecca, 25:21). (Della fede di Isacco parlerà poi brevemente l'Epistola agli Ebrei, 11:20).

           Il fatto è che, dal principio alla fine, la vita di Isacco fu soltanto condizionata dalla grazia di Dio. Cercheremo di elencarne i punti salienti.

 

-        Nasce da genitori già vecchi, in circostanze umanamente impossibili.

-        Rimane presso Abramo, mentre Ismaele viene "scacciato".

-        Sta per essere ucciso in sacrificio, ma viene risparmiato all'ultimo istante.

-        Gli viene scelta e consegnata una moglie, che lui stesso non aveva contribuito a cercare.

-          Ha due figli per miracolo divino.

-          Riceve da Dio il rinnovo delle promesse.

           (E' importante sottolinearne la motivazione: "Io sarò con te e ti benedirò... e manterrò il giuramento che feci ad Abramo tuo padre..., perché Abramo ubbidì alla mia voce e osservò quello che gli avevo ordinato...", 26:3-5. "Io sono il Dio di Abramo tuo padre; non temere, poiché Io sono con te e ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore del mio servo Abramo", 26:24,25).

-        Cieco per l'età molto avanzata, schiavo della passione per la selvaggina, finisce ingannato da Giacobbe e Rebecca, e così, credendo di benedire un figlio, benedice invece l'altro. Ma questo era proprio ciò che Dio aveva stabilito!.

 

           In tutti i punti sopra elencati, e specialmente nell'ultimo, Isacco non fa che subire inconsciamente la misteriosa volontà di Dio, il quale aveva già tutto deciso secondo imperscrutabili disegni. Infatti la storia della salvezza era partita da Abramo che fu "chiamato" da Dio (Isacco non fu "chiamato"; lo era già stato suo padre). La storia della salvezza dunque, dipanatasi da Abramo, doveva soltanto "passare attraverso" Isacco, per arrivare a Giacobbe, Davide e via via fino a Gesù Cristo (vedere in proposito la "genealogia" di Gesù Cristo in Matteo 1:1-17. Paolo poi, con un'ardita estrapolazione, identifica addirittura la "discendenza” dei patriarchi con lo stesso Cristo, cfr. Ga 3:16).-

 

           Del complesso problema della "scelta" di Dio e della grazia parleremo più diffusamente in seguito, nella sezione dedicata a Giacobbe. Però sarà bene esaminare fin da ora alcuni passi, per capire come Dio avesse predisposto ogni cosa, e che anche l'inganno di Rebecca e Giacobbe (che la Bibbia comunque non approva), abbia alla fine contribuito alla realizzazione dei Suoi piani. In tutto ciò Isacco giocò un ruolo inconscio e passivo.

 

    "Esaù non era forse fratello di Giacobbe ?  -  dice il Signore  -  eppure io ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù... e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto" (Malachia 1:2,3).

 

          Commentando questo episodio, Paolo afferma che la scelta di Dio avvenne "prima” che i due gemelli, Esaù e Giacobbe, fossero nati e che avessero fatto del bene o del male, affinché rimanesse fermo il proponimento dell'elezione (= scelta di Dio), che dipende non dalle opere ma dalla volontà di Colui che chiama (cfr. Romani 9:11).

 

 

 

              3.3.  I Cristiani sono come Isacco  

 

          Vediamo ora che cosa si dice di Isacco nel Nuovo Testamento. Ci sono soprattutto due passi che ne parlano: quello già citato di Ebrei 11:20, che parla della sua fede che gli permise di "dare una benedizione concernente cose future" (vedi per la spiegazione il paragrafo seguente.), ed un altro passo, di Paolo ai Galati, che dice:

 

              "Ora, fratelli, come Isacco, voi siete figli della promessa" (Galati 4:28).

 

            Paolo voleva dire: "Voi cristiani siete diventati figli di Dio grazie ad una promessa adempiuta (vedremo fra poco di quale promessa si tratta), e così  -  prosegue Paolo  -  in questo siamo tutti, voi ed io, simili ad Isacco". Per capire meglio il ragionamento di Paolo occorre riferirsi al contesto. Nel passo di Galati 4:21-31, l'Apostolo parla di Agar-Ismaele e di Sara-Isacco, paragonando la prima coppia all'Antico Patto basato sulla "legge", e la seconda coppia, quella di Sara-Isacco, al Nuovo Patto basato sulla “grazia”.

                  Dobbiamo tener presente che i Galati, ex pagani convertiti, erano stati convinti dai "giudaizzanti” a dare grande importanza agli aspetti ritualistici della legge giudaica. ("Non si può essere buoni cristiani se non si osserva in tutti i suoi punti la legge di Dio", dicevano costoro). Essi però così facendo mettevano praticamente in ombra l'azione della grazia divina. Ecco allora in sintesi il ragionamento di Paolo:

  "Ditemi, voi che volete essere sotto la legge come sistema, non ascoltate ciò che la legge dice ? La Scrittura dice che Abramo ebbe due figli, uno dalla moglie schiava e uno dalla moglie libera. Il figlio della moglie schiava era nato del tutto naturalmente, mentre il figlio della moglie libera era nato in adempimento alla promessa di Dio. Tutto ciò può essere considerato come un simbolo, perché quelle due donne possono rappresentare due Patti. La prima (cioè la moglie schiava, Agar) può rappresentare il Patto fatto sul Monte Sinai; quindi tutti i suoi figli (cioè quelli sotto quel Patto) sono in schiavitù spirituale. Ma voi, miei cari fratelli cristiani, siete figli nati in adempimento alla promessa di Dio, come lo fu Isacco. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, affinché la benedizione di Abramo venisse sui Gentili (come voi siete). E quindi ora siete tutti figli di Dio, per la fede in Cristo Gesù, che era la vera "discendenza" (= progenie) di Abramo. E voi, avendo creduto in Cristo, vi siete "rivestiti" di Lui. Quindi non c e più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina; poiché tutti noi siamo "uno" in Cristo Gesù; ed essendo di Cristo, siamo dunque discendenza d'Abramo, suoi eredi, secondo la promessa, come lo fu Isacco. Ed ecco qual è la promessa per noi: Dio ci promette la vita eterna se accettiamo Cristo come nostro Signore e Salvatore. Se crediamo alla promessa di Dio, allora siamo come Abramo, che fu giustificato per fede, perché credette alle promesse di Dio, e Dio gli imputò questo come giustizia. Riconoscete dunque anche voi, o Galati, che quelli che credono alle promesse di Dio sono figli di Abramo, cioè sono tanti "Isacchi".

 

            Per comprendere meglio il ragionamento di Paolo, che abbiamo in parte cercato di riassumere qui sopra, bisognerebbe rileggere i capitoli 3 e 4 dei Galati e il capitolo 4 dei Romani. Vogliamo però chiarire ancora un punto, a scanso di equivoci. Il fatto di ascoltare e di ubbidire alla legge di Dio è senz'altro un'ottima cosa, doverosa per i Cristiani, salvo quando si tratta soltanto di prescrizioni rituali, che invece sono da ritenersi puramente "ombre" e "figure". Però i Cristiani debbono comprendere che la salvezza l'hanno ottenuta per grazia, mediante la fede, e non per mezzo di opere; queste invece vanno compiute dai credenti già salvati, non per acquisire meriti, ma perché la loro "nuova natura" e la guida dello Spirito Santo li rendono capaci di compierle. (Cfr. Efesini 2:8-10; Galati 5:16-26).

 

           3.4.           Considerazioni sulla "benedizione”

 

           Sappiamo che Isacco, tratto in inganno, diede a Giacobbe la benedizione che invece avrebbe voluto dare ad Esaù. Facciamo però fatica a capire perché, quando si accorse di essere stato imbrogliato, Isacco non disse: "Fermi, mi sono sbagliato, ricominciamo tutto da capo". Come mai questa "benedizione", una volta pronunciata, non poteva più essere ritirata, oppure, non poteva essere concessa anche all'altro figlio? Sembra quasi di trovarsi di fronte ad un oggetto materiale di cui, una volta fatta la donazione, non si può più disporre. Umanamente tutto ciò sembra incomprensibile. Dobbiamo però considerare la cosa sotto un'angolazione diversa. Rileggiamo il passo di Ebrei 11:20:

 

           "Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future".

 

    Erano dunque "cose future", figure di beni celesti (cfr. Ebrei 10:1), che avevano un significato non sospettato né da Isacco, né da Giacobbe, né da Esaù. Oggi noi sappiamo che la "benedizione" doveva andare a Giacobbe, perché Giacobbe sarebbe diventato "Israele", il capostipite del popolo eletto, quello che Dio si era scelto; e attraverso Giacobbe sarebbe passata la linea della salvezza, per giungere fino a noi Cristiani. Ma Dio aveva predisposto tutto ciò prima della fondazione del mondo (1 Pietro 1:20), e ora, con la benedizione data a Giacobbe, il Suo disegno si stava realizzando.

           Dobbiamo poi considerare il fatto che è sempre Dio che benedice. Dio si è servito di Isacco per elargire la "Sua" benedizione. Ricordiamo il caso in cui Melchisedec aveva benedetto Abramo:

 

           “E Melchisedec benedisse Abramo, dicendo: "Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra!" (Genesi 14:18,19).

 

           Talvolta Dio benedice direttamente (Genesi 22:17). Benedicendo determinate persone, Dio intende affidare loro una missione, e vuole legarle a Sé in modo particolare.

           Per capire che è sempre Dio il dispensatore unico e sovrano delle benedizioni, possiamo considerare il lungo racconto di Balaam, che si trova in Numeri, cap. 22 - 24. Balaam era un indovino delle sponde dell'Eufrate, che riconosceva il Signore come suo Dio (Numeri 22:18). Egli era stato chiamato dal re di Moab perché maledicesse Israele (l'episodio sì svolge al tempo di Mosè, durante il periodo trascorso nel deserto). Ma Balaam non può maledire Israele, perché Dio glielo impedisce. Anzi, Balaam è "costretto" a benedire Israele, come Dio gli aveva ordinato di fare. Naturalmente, a questo punto il re di Moab si arrabbia; ma ecco la risposta di Balaam:

 

            Dio non è un uomo da poter mentire, né un figlio d’uomo, da doversi pentire. Quando ha detto una cosa non la farà? O quando ha parlato non manterrà la parola? Ecco, ho ricevuto l’ordine di benedire; Egli ha benedetto; io non posso contraddire (Numeri 23:19,20).

 

           Come dunque si può vedere, la benedizione di Dio è “irrevocabile”.

           In tal modo perciò la benedizione rimase a Giacobbe, il quale non aveva fatto nulla per meritarsela (era un ingannatore per natura). E tutto ciò soltanto perché così Dio aveva voluto. Lo stesso Isacco, ripetiamo, in questo episodio -  come in tante altre circostanze della sua vita  -  fu soltanto l'oggetto della grazia di Dio e l'inconscio esecutore dei disegni dell'Onnipotente.

      Memorizziamo i concetti salienti fin qui considerati:

                        ABRAMO  =  FEDE

                        ISACCO   =  GRAZIA

     -   Tutti quelli che hanno la fede sono Figli di Abramo.

     -   Tutti quelli che sono sotto la grazia sono come Isacco.

 

 

4.   G I A C O B B E

 

 

           4.1.   La storia di Giacobbe 

 

         La storia di Giacobbe comincia con Genesi 25:21-26 (nascita) e termina con Genesi 49:33 - 50:14 (morte). La si può dividere in due cicli. Il primo ciclo si conclude col ritorno di Giacobbe in Canaan (cap. 35). Il secondo ciclo invece riguarda la storia dei suoi figli, in particolare di Giuseppe, e racconta la discesa e il soggiorno in Egitto. In questa sezione parleremo soltanto del primo ciclo.

 

 

           4.2.   Giacobbe ed Esaù, ossia l'imbroglione e la vittima

 

                4.2.1.             Atto 1°: La "primogenitura”

 

       Sottolineeremo alcuni aspetti della storia. A parte l'episodio iniziale del "calcagno", che è soltanto premonitore, consideriamo il fatto della primogenitura barattata con un piatto di lenticchie. La "primogenitura era una condizione privilegiata, per la quale si ereditava la maggior parte dei beni e si riceveva la "benedizione" del padre. Essere il primogenito significava perciò diventare il più ricco e il più potente, avendo il diritto di signoreggiare sui fratelli. (Della "benedizione” abbiamo già parlato nel punto 3.4., e ne accenneremo ancora in seguito). Come per la benedizione, nella primogenitura erano adombrati dei "beni celesti" (la linea della salvezza doveva passare di lì). Ma Giacobbe ed Esaù non se ne rendevano conto. Essi pensavano che si trattasse solo di beni materiali.

            Esaminiamo ora il carattere dei due gemelli. Esaù era un uomo rude, che amava la vita della steppa e la caccia. Era fulvo e abbondante di peli, e probabilmente emanava un penetrante odore di selvatico. Era sincero, semplice, senza astuzia. Non capiva molto di più di quel che l'istinto gli permetteva di afferrare. Così, una volta, tornando dalla caccia stanco morto ed affamato, non esitò a barattare i beni futuri della primogenitura con un piatto di gustose lenticchie. "Meglio l'uovo oggi che la gallina domani", avrà pensato. La Scrittura lo condanna considerandolo "profano" (Ebrei 12:16,17).("Profano" significa "che disprezza le cose spirituali").

        Dall'altra parte vediamo l'astuto Giacobbe, che non esita ad approfittare della semplicità di suo fratello e della sua stanchezza mortale per estorcergli un giuramento a proprio vantaggio. Il suo comportamento fu dunque quello di un imbroglione. In effetti Giacobbe non era per nulla meno "carnale" di Esaù. Questo "santo" dell'Antico Testamento non era assolutamente un uomo giusto. Non possiamo trovare in lui nessun motivo per preferirlo ad Esaù; anzi Esaù, la vittima, a parte l'odore, con la sua semplicità ed istintività ci può certamente riuscire più simpatico.

 

           4.2.2.           Atto 2°: La "benedizione" 

 

     Ne abbiamo già parlato ai punti 3.1., 3.2., 3.4., raccontando la storia di Isacco. Vediamo ora l'episodio dalla parte di Giacobbe. Se per carpire la primogenitura Giacobbe non aveva esitato ad approfittare della stanchezza mortale di suo fratello Esaù, ora addirittura si fa beffe del padre suo Isacco, vecchio e cieco. Con grande astuzia e istigato dalla madre, tenta di sovvertirne i cinque sensi (in realtà solo quattro, perché la vista era già fuori uso). Così, indossa i vestiti impregnati dell'odore del fratello (odorato); si ricopre di pelle di pecora (tatto), presenta una pietanza di carne saporita, che a suo padre piaceva assai (gusto); cerca di contraffare la voce, dichiarandosi Esaù (udito). Il timbro di voce in verità non riesce molto ad alterarlo (Isacco quasi si accorge dell'inganno), ma l'odore, il pelo lungo ed il gusto della carne riescono a convincere definitivamente quel povero vecchio. Che l'empio Giacobbe poi non avesse più alcun ritegno, lo si deduce dalla sua sfrontata affermazione che era stato Dio stesso a fargli trovare la selvaggina. Un comportamento riprovevole, al di là di ogni dubbio. E non importa affatto, per eventualmente scagionarlo da colpe e responsabilità, che Dio avesse già così predisposto ogni cosa nel Suo imperscrutabile piano. (Anche il traditore Giuda rientrava nel piano divino della salvezza, ma non perciò è da ritenersi meno colpevole).

 

 

            4.3.   La scelta di Dio (l'elezione)

 

            Se ci domandiamo perché Giacobbe e non Esaù fu scelto come continuatore del popolo di Dio, non troviamo altra risposta che il "mistero dell'elezione divina" (Romani 9:10-13). Paolo ci dice chiaramente che la scelta di Dio dipende non dalle opere ma dalla volontà di Colui che chiama. Il Signore dunque scelse l'imbroglione e furbo Giacobbe per destinarlo a diventare un "credente" (lo aveva già scelto prima che nascesse). Ci viene qui presentata in forma succinta quella che in seguito fu chiamata la "dottrina della predestinazione", la quale suscitò nei secoli e suscita tuttora tante discussioni e contrasti tra i Cristiani. Presa in se stessa, isolata dagli altri insegnamenti biblici, essa può apparire dura e assurda: se Dio ha già stabilito quali sono i salvati e quali i perduti, a che cosa serve predicare il Vangelo?  Perciò la dottrina della predestinazione va considerata assieme alla dottrina della libertà dell'uomo di accettare o respingere l'appello di Dio (cfr. Marco 16:16; Giovanni 3:36). Queste dottrine, essendo "antitetiche", sono a rigor di logica inconciliabili per la mente umana, ma vanno accettate entrambe come "verità bibliche". Per maggiori dettagli vedere più avanti il punto 4.11.

 

 

            4.4.   Il sogno della scala (28:10-22)

 

        Giacobbe aveva cercato con le sue furberie di appropriarsi di primogenitura e benedizione, cioè di tutte le ricchezze di famiglia, ma ora ha perso tutto ed è costretto ad abbandonare la dimora paterna. Mentre si dirige a nord per recarsi a Caran dai parenti, Dio gli appare in sogno per confermargli la promessa già fatta ad Abramo e ripetuta ad Isacco (28:13-15). E' la prima volta che Dio parla a Giacobbe, e lo assicura che sarà con lui e lo farà ritornare nella terra di Canaan. E' quasi superfluo a questo punto domandarci che cosa aveva fatto Giacobbe per meritarsi una tale promessa: evidentemente, nulla di nulla. Fin qui, egli è stato unicamente una dimostrazione della grazia divina. (Occorre qui chiarire il significato della parola "grazia": essa indica una particolare benevolenza di Dio, assolutamente non dipendente da meriti specifici. Perciò, essere oggetto della grazia di Dio significa ricevere qualche cosa che non abbiamo assolutamente meritato, cfr. Romani 3:24; 5:2; 11:6; Efesini 2:7,8).

                      La promessa di Dio viene fatta a Giacobbe contestualmente alla visione di una scala che congiungeva la terra al cielo, dal quale provenivano gli angeli che salivano e scendevano lungo la scala stessa. Il cielo era dunque "aperto" sul capo di Giacobbe, e questo era un segno della grazia e della benedizione divine su di lui. (Per il "cielo aperto", vedi Isaia 64:1. Si possono pure vedere nella scala altre figure: l'accesso libero dei credenti verso il cielo, per mezzo della via aperta da Cristo; oppure un simbolo della Città Celeste che scende dall'alto, cfr. v. 17 e Apocalisse 21:2,10). Da quella visione Giacobbe rimase terrorizzato, v.17. (E' questo lo "spavento" del peccatore quando viene a trovarsi di fronte a Dio). Poi in Giacobbe incomincia a nascere un barlume di fede, e la paura si tramuta in timore (= riverenza, venerazione) di Dio. Giacobbe rizza una pietra come ricordo e chiama quel luogo “Casa di Dio”. Poi "mette Dio alla prova": "Se Dio rimane con me, se mi protegge nel viaggio, se mi dà pane e vestiti, se mi farà ritornare sano e salvo, allora Egli sarà il mio Dio". Ora Giacobbe è convinto del suo fallimento, e si aspetta da Dio dei segni concreti. Un dialogo è iniziato, ma la strada per la conversione sarà ancora lunga.

 

 

            4.5.   Giacobbe e Labano: due furbi a confronto

 

            Giunto a Caran presso lo zio Labano, fratello di Rebecca sua madre, Giacobbe viene subito bene accolto. E' noto poi il fatto che si innamora di sua cugina Rachele, ma che dopo anni di lavoro gli viene data dallo zio la sorella più anziana Lea (gabbare i parenti era evidentemente un vizio di famiglia). Così Giacobbe si ritrova a dover vivere con uno zio imbroglione e sfruttatore; e finalmente, quando potrà sposare anche Rachele, le due mogli gli creeranno non pochi fastidi con le loro invidie e gelosie. (Anche qui vedremo porre in atto l'artifizio delle serve, che partoriscono "sulle ginocchia" delle loro padrone).

                Ma se Labano si era dimostrato furbo, Giacobbe lo era una volta di più. (E' ben vero che il Signore gli aveva parlato a Bethel, ma la sua natura non era ancora cambiata).

Così, con l'inganno, Giacobbe diventa padrone di un numero sterminato di pecore, si arricchisce sempre di più, finendo per possedere "serve, servi, cammelli ed asini" (30:33), e suscitando l'inevitabile protesta di tutti i suoi cugini.

 

 

         4.6.         La "chiamata"

 

         Quando l'ira dei figli di Labano comincia a farsi insostenibile, Dio parla in sogno per la seconda volta a Giacobbe, dicendogli: "Torna a Canaan, ed Io sarò con te". Se leggiamo questo discorso in Genesi 31:11-13, vediamo che in realtà è  più ampio. Noteremo con sorpresa che Dio stesso dichiara di aver favorito la prosperità di Giacobbe, anche se sappiamo che questi se l'era procurata con l'inganno. E' l'ennesima riprova che Dio aveva deciso di "far grazia" a Giacobbe.

           Segue la storia della fuga, con la sottrazione degli "idoli domestici" (i "terafim"), abilmente nascosti nel basto del cammello da Rachele, che riuscirà a trarre in inganno con una bugia lo stesso suo padre. (Veniamo così a constatare che nella famiglia di Labano c'erano degli idoli, che Giacobbe portò con sé. Solo assai più tardi, dopo la sua "conversione", deciderà di liberarsene, cfr. 35:2). Dopo un'enorme litigata, Labano e Giacobbe si rappacificano stipulando un patto, e Giacobbe può avviarsi finalmente in pace verso la terra di Canaan. (Per maggiori notizie sugli idoli domestici, le varie usanze e la stesura dei patti, vedere il punto 4.12).

 

 

 

           4.7.   La "conversione" di Giacobbe

 

          4.7.1.   La coscienza di peccato (32:1-12)

 

                      Per tornare nella terra di Canaan Giacobbe non potrà fare a meno di imbattersi nel fratello Esaù, che tempo addietro aveva minacciato di ucciderlo. Ma quello che ritorna non è più l'uomo di prima. Il ricco e potente Giacobbe sta cambiando, e appare come un uomo pieno di paura; così decide di rivolgersi a Dio, forse per la prima volta in vita sua. Ma non è tanto la paura del fratello che lo spinge a comportarsi così, quanto piuttosto la "coscienza di peccato", che sta facendosi strada nel suo cuore (cfr. Giovanni 16:8). Ecco le parole di Giacobbe:

           "O Dio di mio padre Abramo, Dio di mio padre Isacco !" (Dio non era ancora il "suo" Dio!) "...io son troppo piccolo per esser degno di tutte le benignità che hai usate e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo... Liberami dalle mani di mio fratello. (La "vendetta" di Esaù era ora da lui interpretata come "giustizia", e come il "giudizio" di Dio per i suoi misfatti). Giacobbe l'ambizioso si umilia di fronte al Signore. Qualche cosa di nuovo sta certo succedendo nella vita di quest'uomo.

 

           4.7.2.   Il rimorso

 

           Giacobbe invia una serie di mandrie davanti a sé, e dà ordine ai servi di dire al fratello: "Li manda il servo Giacobbe al suo signore Esaù". Anche qui si potrebbe mettere in luce soltanto il desiderio di placare in qualche modo Esaù (così infatti dichiara Giacobbe, cfr. 32:20b). Ma certo qualche altra cosa tormentava la sua coscienza: il rimorso, e la volontà di restituire il mal tolto. (Pensiamo a Zaccheo, che diceva: "Se ho frodato qualcuno di qualcosa, gli rendo il quadruplo", Luca 19:8).

 

           4.7.3   La crisi in solitudine e l'incontro personale con Dio   (32:24-32)

 

      Genesi 32:24 dice lapidariamente: " Giacobbe restò solo, e un uomo lottò con lui fino all'apparir dell'alba". Il "personaggio misterioso" che si rifiutò di dire il suo nome (cfr. Giudici 13:18), che fu vinto da Giacobbe eppure lo vinse, era un'apparizione di Dio in forma umana (una "teofania"). E' Dio dunque che gli muta il nome da Giacobbe in Israele, e gli dice: "Tu hai lottato con Dio e con gli uomini ed hai vinto". E Giacobbe stesso chiamò poi quel luogo Peniel, che vuol dire Faccia di Dio, perché, disse, "ho veduto Iddio faccia a faccia"(pensiamo all'incontro di Gesù con Saulo da Tarso sulla via di Damasco, Atti cap. 9). Nella terra promessa non poteva dunque entrare il furbo e ingannatore Giacobbe (l'uomo vecchio); occorreva un uomo nuovo, Israele, perdonato da Dio ("Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il Regno di Dio", Giovanni 3:3).

 

            Ma che significa la 'lottai, ed il fatto che Giacobbe vinse e fu vinto? Qui si vede all'opera la volontà dell'uomo, l'altra faccia della medaglia. Giacobbe disse: “Non ti lascerò andare finché tu non mi abbia benedetto, e vinse; rinunciò per sempre a se stesso, al suo vecchio uomo ingannatore, e fu vinto. Giacobbe lottò con la sola arma che Dio gli aveva messo in mano, la parola della Sua promessa. A tutte le buone ragioni che Dio aveva per cacciarlo lontano da Canaan, egli oppose la promessa che Dio stesso gli aveva fatto, di dargliela in eredità. Alla parola della giustizia resisteva con la parola della grazia. Si comportò come un peccatore il quale, conscio del suo peccato e della giustizia della condanna, di fronte al Giudice dice: "E' giusto, hai ragione di condannarmi, ma Gesù Cristo è morto sulla croce per i miei peccati, ha già pagato Lui al mio posto...". E' proprio così che la giustizia viene vinta dalla grazia.  E Giacobbe, che "vinse contro Dio” può essere assunto come figura di tutti i peccatori giustificati e perdonati,  fatti uomini nuovi e pronti ad entrare nel Regno di Dio.

 

 

           4.8.   La vita nuova coi suoi frutti 

 

         L’incontro col fratello avviene subito dopo: "Giacobbe alzò gli occhi, guardò, ed ecco Esaù che veniva..." (33:1). Al momento dell'incontro non viene pronunciata parola: solo abbracci e pianti. Prima, comunque, Giacobbe si era inchinato "sette volte", in segno di profonda umiltà: è il solo atteggiamento che porta alla pace. Il perdono del fratello viene a confermare il perdono di Dio, e Giacobbe, guardando Esaù, può esclamare: "Ho veduto la tua faccia come uno vede la faccia di Dio" (v. 10). (Così dovrebbe essere di tutti i fratelli che si incontrano nel segno della pace. Ricordiamo inoltre che siamo invitati a "vedere il Signore" in tutti i derelitti ai quali ci accostiamo con amore..., cfr. Matteo 25:37-40).

         E i due fratelli, prima posseduti dalla paura e dalla vendetta, ora traboccano di gioia e fanno a gara per scambiarsi regali. (Questa consolazione, la vera allegrezza cristiana, è sempre possibile quando due fratelli, prima in contrasto, decidono di incontrarsi alla presenza del Signore, dopo aver messo da parte tutti i desideri di supremazia e di rivincita).

 

 

           4.9.   Altri riferimenti a Giacobbe nella Scrittura

 

           In Esodo 3:15, quando Dio appare a Mosè dal pruno ardente, si presenta come "il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe". Sempre riferendosi ai tre patriarchi, è detto in Ebrei 11:16 che "Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio". La "triade" (il nome dei tre patriarchi) è riportata diverse volte nel Nuovo Testamento, cfr. Matteo 8:11; 22:32; Marco 12:26; Luca 13:28; 20:37; Atti 3:13; ecc. Talvolta il solo nome "Giacobbe" sta ad indicare tutto il popolo di Dio, cfr.  Salmo 20:1; Geremia 31:7. E' interessante poi vedere che uno degli attributi di Dio è il "Potente di Giacobbe", cfr.  Genesi 49:24; Salmo 132:2; Isaia 49:26.

 

 

           4.10.   Da memorizzare

 

                   G I A C O B B E      =     U O M O   N A T U R A L E ,  "V E C C H I O"

                   ISRAELE      =                   U O M O   C O N V E R T I T O ,  “N U O V O”

 

         Non dimentichiamo che nella vita di Giacobbe possiamo ravvisare i due aspetti della dibattuta questione: "scelta di Dio" - "libertà dell'uomo": 

   1) La grazia di Dio ha operato senza che Giacobbe ne avesse alcun merito (Dio l'aveva "scelto" già prima che nascesse, = "predestinazione");

   2) Giacobbe decise di rispondere positivamente agli stimoli di Dio e perseverò fino ad ottenere il risultato (sua "libera" e consapevole risposta).

 

 

 

 

NOTE   DI   APPROFONDIMENTO

 

 

            4.11.   Considerazioni sulla predestinazione e sulla libertà dell'uomo

 

          Nella storia del Cristianesimo, Agostino (354-430) fu il primo ad affrontare l'argomento dell'elezione divina, in opposizione alla posizione di Pelagio, che dava troppa importanza al potere di autodecisione dell'uomo. Agostino dichiarò che il solo mezzo di salvezza è la grazia divina; e che tutte le vicende umane sono governate dalla Provvidenza di Dio.

                                I Riformatori furono in generale degli agostiniani convinti. A proposito della "libertà dell'uomo", intorno all’anno 1525 divampò una vivace polemica tra il riformatore Lutero e l'umanista Erasmo da Rotterdam. Quest'ultimo criticava la concezione di Lutero, strettamente agostiniana, rivendicando all'uomo una sia pur minima capacità di associarsi alla grazia divina per la propria salvezza ("Diatribe de Libero arbitrio”, 1524). Lutero replicò con uno scritto appassionato e violento, il "De Servo arbitrio" (1525), in cui asseriva che la volontà dell'uomo non è libera, in nessun grado, ma è, secondo la espressione evangelica, "schiava del peccato". La sola libertà è quella che la grazia divina crea nell'anima, ed è tutta opera di Dio. Lutero scrisse che finché l’uomo può pensare che la propria salvezza è anche in misura minima nelle sue mani, vi è in lui un elemento di incertezza che rende vana la sua pace; la vera pace sta invece nell’abbandono totale del credente a Dio.

            Calvino portò avanti l'idea dell'assoluta sovranità di Dio, nei quattro volumi delle "Istituzioni della Religione Cristiana". Questa straordinaria trattazione è probabilmente lo scritto più serratamente logico di tutta la Riforma. Calvino, specialmente nel difendere il suo sistema contro gli oppositori, pose grande enfasi sulla sovranità divina, enfasi che alcuni suoi seguaci, meno capaci di lui, spinsero in modo unilaterale.

        Comunque, a proposito della “sovranità di Dio”, facciamo bene a considerare le seguenti dichiarazioni bibliche:

  -  Dio ha scritto nel suo libro i nomi dei salvati “prima della fondazione del mondo” (Apocalisse 13:8).

   -   Quanto a questo “libro della vita”, leggiamo anche Filippesi 3:4; Luca 10:20; Apocalisse 3:5; Esodo 32:32.

   -   Dio si rivela a quelli che Egli sceglie: Matteo 11:25-27; 12:39.

   -   Gli Ebrei non possono capire, Matteo 13:11; Giovanni 8:43,47.

   -   Può andare a Gesù solo colui che Dio stesso attira, Giovanni 6:44.

   -   Cristo conosce i discepoli dal principio, Giovanni 13:18.

   -   Dio illumina le menti (Atti 26:18); cambia i cuori (Efesini 1:17,18; 2 Corinzi 3:3).

   -   Ad Antiochia di Pisidia “tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero” (Atti 13:48).

 

        All'inizio del XVII secolo ci fu una reazione contro le posizioni estreme a cui erano pervenuti i seguaci di Calvino. Arminio, teologo olandese, spostò l'accento sulla libertà e sulla volontà dell'uomo nello stabilire la propria relazione col piano divino. La posizione arminiana fu un elemento caratterizzante dell'insegnamento di John Wesley (fondatore del “metodismo”). Appare chiaro che bisognerebbe affermare la sovrana chiamata di Dio senza mettere completamente da parte la libertà dell'uomo nell'accettare l'appello. Qui sta la vera questione, ma si tratta di due aspetti della verità biblica che nella nostra mente troviamo difficoltà a conciliare. Eppure coesistono, e li dovremmo accettare come tali. Citiamo qui di seguito la cosiddetta "Confessione di Westminster", che ha cercato di esporre entrambe le verità, ponendole una di seguito all'altra: 

   " .. Tutti coloro che Dio ha predestinati alla vita, e solo a costoro, Egli si compiace, al tempo da Lui stabilito, e che Egli crede giusto, di chiamarli efficacemente..., rinnovando la loro volontà, e col Suo potere onnipotente designandoli a ciò che è buono; ed efficacemente traendoli a Gesù Cristo; ma in modo che essi vadano del tutto liberamente, essendo stati resi volenterosi a farlo dalla Sua grazia" (cfr. Romani 8:30; 1 Corinzi 1:26-28; 2 Timoteo 1:9).

 

                Alcuni trovano difficoltà ad ammettere che la libertà dell'uomo sia in qualche modo "vincolata" dalla sovranità di Dio e da una Sua precedente "decisione". Bisogna abbandonare però questo tipo di ragionamento e vedere, come nel caso di Giacobbe, all'azione entrambi i princìpi. Ed inoltre, occorre ribadire bene che la responsabilità del predicatore cristiano  -  e di chiunque altro testimoni personalmente  -  è di seminare a piene mani, perché nessuno può sapere in anticipo, salvo Dio, quale sarà la "reazione", cioè quale sarà il seme che germoglierà fino a portare frutto (vedi la Parabola del Seminatore, Matteo cap. 13). Ricordiamo inoltre quello che diceva Paolo: "Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1 Corinzi 3:6,7). Cerchiamo dunque di essere fedeli nella testimonianza, e lasciamo gli effetti della nostra predicazione nelle mani di Dio.

 

 

            4.12.   Usi e costumi, Idoli domestici, Trattati nel periodo patriarcale

 

             Dice Genesi 31:19 che Rachele rubò gli idoli di suo padre. E' possibile approfondire le indagini sugli usi e i costumi della prima metà del 2° millennio a.C. nella regione mesopotamica. A Nuzi, antica città ad est del Tigri, furono scoperte tra il 1925 e il 1931 migliaia di tavolette in cuneiforme accadico che hanno gettato molta luce sui testi della Genesi dal punto di vista sociale. Esse risalgono alla metà del 2° millennio a.C. (un po' dopo l'epoca di Abramo). Ecco alcune evidenze tratte dalle tavolette di Nuzi. Un contratto di adozione ci informa sulle regole allora in uso. Un uomo ricco, Nashwi, adottò un giovane chiamato Wullu. Questi avrebbe dovuto sposare la figlia del padre adottivo e provvedere al mantenimento della moglie e dello stesso padre. Alla morte di Nashwi, Wullu avrebbe ereditato tutti i beni, compresi gli idoli domestici, qualora Nashwi non avesse avuto altri figli. Se invece a Nashwi fossero nati dai figli maschi, l'eredità sarebbe stata divisa in parti uguali tra Wullu e i fratellastri, mentre gli idoli domestici sarebbero rimasti proprietà dei figli di Nashwi. Altri testi di Nuzi dicono che i figli di chi aveva sposato la figlia dell'uomo che lo aveva adottato, rimanevano "figli" del nonno finché questo fosse rimasto in vita.

 

         Se applichiamo tutto quanto visto sopra al caso di Giacobbe e Labano, possiamo rilevare molti parallelismi. Labano, quando Giacobbe giunse a casa sua, probabilmente non aveva figli maschi; perciò adottò Giacobbe. Questi ne sposò le due figlie (cap. 29); e i figli nati da questi matrimoni venivano considerati "figli" di Labano, fino a che quest’ultimo rimaneva in vita (31:28,43). Più tardi però a Labano nacquero dei figli maschi (31:1), e questo fatto porto una variazione nella posizione legale di Giacobbe e delle sue mogli: essi non avevano più nessun diritto sui beni di Labano, in particolare sugli "idoli domestici". E infatti, quando Giacobbe e le sue mogli se ne andarono di casa, il testo dice che Rachele "rubò" gli idoli (31:19). D'altra parte, la mancanza del diritto a possedere gli idoli domestici è riconosciuta sia da Labano che dallo stesso Giacobbe (31:30-32).

         Un testo di Nuzi ricorda pure che per consuetudine ogni figlia data in matrimonio riceveva una serva come parte della dote. Infatti le due figlie di Labano ebbero dal padre una serva ciascuna (29:24,29). Un altro testo di Nuzi rivela che il diritto all'eredità poteva essere ceduto in cambio di pecore. Questo potrebbe spiegare perché Esaù rinunciò al suo diritto di primogenitura in cambio di beni immediati (un pezzo di pane e un piatto di lenticchie, 25:31-34).

 

           In Genesi 31:44-54 è descritto il "Patto" tra Giacobbe e Labano. A tal proposito occorre sapere che Nel Museo Archeologico di Istanbul è conservata una tavoletta in caratteri cuneiformi con la redazione del Trattato di pace concluso nel 1259 a.C. tra il Faraone Ramesse Il e il re ittita Hattusili III dopo la famosa battaglia di Qadesh. Questo trattato ha delle somiglianze impressionanti con i trattati contenuti nei primi libri della Bibbia, in particolare con quello tra Giacobbe e Labano. La somiglianza riguarda lo "schema" (introduzione, accordi, testimoni, benedizioni e maledizioni). Nel periodo della monarchia di Israele invece gli schemi dei trattati cambieranno, seguendo piuttosto modelli derivati da testi assiri e aramaici.