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"Così la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di CRISTO." Romani 10:17 | contattaci 011280304 torna a studi |
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IL
COLLOQUIO DI ABRAMO CON DIO (Lettura di
Genesi 18:17-33) La storia di Abramo
fino al “Colloquio con Dio” La storia di Abramo va da Ge 11:26 a Ge 25:11 (circa 14 capitoli). Dal
punto di vista storico, la vicenda di Abramo e degli altri patriarchi risulta
ben inserita nella storia profana. Si tratta di una famiglia di nomadi che
vive, a partire dal XIX secolo a.C.,
tra la Mesopotamia, l'Alta Siria e gli Ittiti, fino alla regione dei regni
semiti occidentali (Canaan) e all'Egitto. Il periodo dei patriarchi è messo
bene in luce dalle scoperte archeologiche di Mari, Nuzi, Ebla, Egitto. Oggi i
patriarchi possono essere accettati come personaggi storici possibili, vissuti in un contesto
sociale e politico reale. La
chiamata. Abramo fu chiamato da Dio (elezione, vocazione). Dio
è sovrano, misterioso e imprevedibile. Dio sceglie Abramo e con lui la famiglia
dei suoi discendenti. Dio chiama Abramo e Abramo obbedisce, crede e spera
guardando al futuro. Dio insegna ad Abramo a camminare alla Sua presenza. Dio
confida ad Abramo i suoi segreti pensieri (Abramo viene indicato come
"Amico di Dio", Gm 2:23). Tutta la Storia della Salvezza,
dall'origine di Israele alla venuta del Messia, prende le mosse dalla chiamata
di Abramo. La
promessa. La promessa di Dio segue immediatamente la chiamata fatta ad Abramo
(Ge 12:1-3). La famiglia di Abramo veniva da Ur, una antichissima città della
Bassa Mesopotamia, centro di una grande civiltà. Tera, padre di Abramo, emigra
con tutta la sua famiglia fino a Caran, nell'Alta Mesopotamia (11:31). E qui
avviene il fatto umanamente inspiegabile:
Dio fa irruzione nella vita di Abramo, si fa conoscere a lui e lo chiama per
una missione grande e misteriosa (12:1-3). L'obbedienza
di Abramo sottolinea la sua fede;
ecco perché egli sarà chiamato il padre
di tutti quelli che credono (Ro 4:11; Ga 3:7). Abramo
dunque lascia suo fratello Naor e tutta la parentela e viene nel paese di
Canaan, con Lot suo nipote, per il quale si sente responsabile dopo la morte
del padre di lui. Passa per Sichem, per Bethel, fino ad arrivare al Negev
(12:9), la regione semidesertica al sud della Palestina. La
promessa divina gli viene rinnovata più volte (12:2,3; 12:7; 13:14-17; 15:1-6).
Essa riguarda dapprima beni visibili,
numerosa discendenza, il possesso della terra di Canaan, le ricchezze
materiali. Si delinea però una promessa di carattere
spirituale, che si esplicherà in
seguito (22:16-18; cfr. Ga 3:8,9,16,18). La
giustificazione per fede (Ge 15:1-6). Abramo aveva mostrato la sua fede
obbedendo a Dio. Poi, riguardo alla questione dell'erede, la sua fede ci viene
chiaramente spiegata: egli crede a Dio sulla parola, e continua a credere, sebbene Dio ritardi l'adempimento della sua
promessa, che comunque, è bene ribadirlo, riguarda una cosa umanamente irrealizzabile. (Abramo
“credette, sperando contro speranza”, Ro 4:18). Con questa fiducia in Dio,
Abramo entra nel piano della salvezza, che comunque Dio non gli aveva
chiaramente rivelato. D'altra parte, la salvezza non era chiara per Abramo come
non lo fu in seguito per varie generazioni, fino ai profeti, che
"indagarono e fecero ricerche" sulle cose a venire, cfr. 1 P 1:10-12. Abramo
dunque, senza capire chiaramente,
credette a Dio. La sua fede fu un atto di pura fiducia, e il Signore gliela
accreditò come giustizia (11:6). In questo senso egli può essere considerato
veramente il "padre di quelli che credono". (Per
la giustificazione per fede, vedi Ro
cap 4; per Abramo padre dei credenti,
vedi Ga 3:7,29). Il patto di alleanza (Leggere Ge 15:18; 17:1-14). Il patto, dapprima
stipulato solennemente, viene in seguito ribadito. Esso viene definito
"patto eterno" (Ge 17:7). Il nome di Abramo (= padre eccelso,
patriarca) viene mutato in Abraamo (= padre di una moltitudine, padre fecondo)
(v.5). Il "segno" del patto sarà la circoncisione (17:10). Abramo,
l'Amico di Dio. L'espressione
"Amico di Dio" si trova in Is 41:8 ed è poi ripresa in Gm 2:23. Il
suo significato più evidente traspare proprio dal brano di Ge 18:16-33, oggetto
del nostro studio. In questo passo troviamo dapprima Dio che manifesta
l’intenzione di mettere al corrente Abramo dei suoi piani; in seguito, con un
crescendo di sconcertante intensità, è raccontato come Abramo riuscì, per ben
sei volte di seguito, a far “cambiare le decisioni" dell'Onnipotente.
Alcuni considerano questo testo come un perfetto esempio di quanto la comunione
con Dio e la fede di un credente possano ottenere in termini di risposta (cfr.
Mr 9:23). Note di commento al testo vv 20,21 Quello
che qui è chiamato “Signore” (nell’originale indicato col Tetragramma) è uno
dei tre uomini apparsi ad Abramo alle Querce di Mamre (18:1,2). E’ evidente che
si tratta di una “Teofania antropomorfica”. Alcuni hanno a lungo discusso di
quale persona della Trinità si trattasse, avanzando l’ipotesi dell’Angelo del Signore, come Cristofania che ha preceduto
l’incarnazione. Non mi sembra il caso di addentrarci in queste considerazioni. Nella
complessa storia di Abramo a cui prima abbiamo accennato, l’Onnipotente, il
Creatore di tutto l’Universo e dell’Umanità, per suoi imperscrutabili motivi,
aveva preso l’iniziativa di chiamare il patriarca e stipulare un patto con lui
per farlo diventare una grande nazione. E i versetti 17-19 del nostro capitolo
ribadiscono questa intenzione del Signore, e ce lo mostrano a sua volta come l’Amico di Abramo, a cui non vuole
nascondere nulla. Il richiamo alla giustizia e al diritto, che Abramo avrebbe
dovuto insegnare ai suoi figli, è importante perché getta luce sul significato
del colloquio che seguirà. Il
fatto che il Signore onnisciente dovesse “andare a vedere di persona” per
rendersi conto se le cose che gli erano giunte all’orecchio sui peccati di
Sodoma corrispondevano effettivamente alla realtà, secondo me può essere
connesso all’antropomorfismo di cui è imbevuta tutta la vicenda, e non ci
spenderei altre parole. vv 22b-25 Qui
cominciano le richieste di Abramo, che sono in realtà una reiterata e
prolungata “preghiera di intercessione”. E questa è anche la prima preghiera
importante ricordata dalla Scrittura. Si tratta di un’intercessione interamente
preoccupata del prossimo e della sua sorte davanti alla giustizia di Dio. Essa non è un monologo, che Abramo pronuncia
con la vaga speranza di essere forse ascoltato. Invece Abramo parla a Dio con
la certezza di ricevere risposta. E la riceverà, ripetutamente! Ecco perché
abbiamo indicato tutto il brano come “Colloquio di Abramo con Dio”. Gli
argomenti addotti da Abramo sono sostanzialmente due, intimamente connessi. Il
primo fa appello all’amore di Dio per
i giusti, e alla sua misericordia, chiedendo quindi
indulgenza (temporanea?) per gli empi.
Il secondo argomento si basa sul convincimento che un giudice importante deve essere anche equo. Quindi il Signore, che è il Giudice di tutta la terra, non può trattare allo stesso modo il
giusto e il peccatore. v 26 Nella
risposta divina il fatto che un equo
giudice non deve condannare i giusti con gli empi non è neanche preso in
considerazione, perché si dà per scontato che non si possono far pagare agli
innocenti le colpe dei peccatori. Né Abramo solleverà più la questione nel
seguito del colloquio. Invece è accolta esplicitamente la richiesta di usare
misericordia e perdonare tutti gli
empi (migliaia?) per amore di cinquanta
(eventuali) giusti. Il tema della
misericordia, a volte confuso con quello della grazia, si potrebbe
approfondire. In effetti, “usare misericordia” significa non punire in modo
proporzionale alla colpa. (Vedere al riguardo Ed 9:13, dove il sacerdote ebreo
tornato a Gerusalemme dall’esilio afferma che “Tu, nostro Dio, ci hai puniti
meno severamente di quanto le nostre colpe avrebbero meritato...”). Ma nel
passo che stiamo esaminando, la misericordia è al livello massimo, perché
addirittura non verrebbe comminata alcuna punizione. E questo per amore dei giusti. Si spalanca qui un
altro tema: quanto i veri Cristiani possano risultare in benedizione per le
popolazioni in mezzo alle quali si trovano a vivere. Al riguardo mi è capitato
di leggere affermazioni di vario genere, riferite a guerre o calamità naturali
anche recenti, dove il Signore avrebbe risparmiato interi paesi per via dei
credenti che vi abitavano. Non
voglio commentare simili opinioni, però vorrei rilevare che Abramo stesso e la
nazione che da lui sarebbe sorta avrebbero dovuto essere in benedizione “per
tutte le famiglie della terra” (Ge 12: 3b). vv 27-32 Le
richieste di Abramo al Signore si susseguono in crescendo per ben sei volte. A
parte il dialogo in sé, che contiene preziosismi letterari di rara finezza,
quello che si rileva subito è che il Signore risponde positivamente tutte le
volte, cedendo alle pretese sempre più esigenti del suo amico implorante. I giusti
“necessari e sufficienti” per evitare la distruzione di Sodoma passano da 50 a
45, poi a 40, 30, 20 e infine si riducono a 10. La graduale riduzione del
numero dei giusti riflette probabilmente i dubbi di Abramo sull’influenza di
Lot in Sodoma; ma egli la sopravvaluta fermandosi a dieci. In realtà la
testimonianza di Lot era stata così inefficace che solo quattro persone, fra i
suoi parenti più stretti, scamperanno alla distruzione. Argomenti di riflessione Ho pensato a
questi due temi: il mutamento di
atteggiamento da parte di Dio; e la risposta
di Dio ad una preghiera pressante e insistita. Tuttavia ho trovato vari
commentatori preoccupati dal fatto “che si possa pensare di indurre Dio a fare
qualcosa contro la sua volontà”. Uno dichiara che “pregare non è un modo per
forzare la mano a Dio a darci quello che desideriamo, ma è un modo per scoprire
ciò che Egli desidera”. Un altro afferma perentoriamente “che il tema che
predomina in tutto il brano è quello della giustizia”. Il tema
della giustizia è vastissimo,
e tocca argomenti come il peccato, il giudizio, l’equità, la misericordia, la
grazia, l’amore. Però ci sono dei punti terribilmente delicati: come spiegare
per esempio la sofferenza degli innocenti (per malattie, o calamità naturali);
come spiegare anche la (presunta) indifferenza di Dio di fronte alla dilagante
ingiustizia? Se ci
mettiamo a parlare della Giustizia di Dio ci sembra di toccare un vespaio.
Oppure ci sembra di vivere l’esperienza di quei vulcanologi che percorrono l’orlo
di un cratere pieno di lava ribollente a oltre 1000 gradi e desiderano scendere
per procurarsi qualche campione. Ricordo poi anche la disperata conclusione di
Primo Levi (tratta da “La Tregua”): “Non può esistere Dio se c’è stato
Auschwitz”. Teniamo presente che Abramo aveva dichiarato con forza,
rivolgendosi a Dio: “Non sia mai che tu faccia una cosa simile!”. Come avrebbe
reagito il patriarca di fronte all’Olocausto? O alla morte dei bambini della
scuola di San Giuliano di Puglia? A questo punto ci
possiamo chiedere perché coloro che
Dio considera suoi figli (i “giusti”) si trovano spesso a dover attraversare
momenti di grave difficoltà, come tutti gli altri uomini. L’afflizione in
effetti, oltre ad essere talvolta una punizione
(vedi le varie angherie subite da Israele per la sua infedeltà), o una prova della fede (vedi il caso di
Giobbe, e nel N.T. cfr. Gm 1:3; 1 P 1: 6,7), è soprattutto una condizione esistenziale . In Gb 5:7
viene detto che “l’uomo nasce per
soffrire, come la favilla per volare in alto”. Alcuni passi del Nuovo
Testamento esprimono il concetto che
siamo destinati alle tribolazioni (1 Te 3:3; 1 P 4:12). Paolo parla poi
della intera creazione che soffre (Ro 8:22,23). Il tema è stato trattato a
fondo da V. Subilia nell’interessante libretto Il problema del male. Di fronte alle
“sofferenze ingiuste” il credente, non trovando risposte soddisfacenti, grida a Dio. “Gli Egiziani ci maltrattarono,
ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al
Dio dei nostri padri...” (De 26:6,7). Nell’Antico Testamento troviamo molti
casi di gridi, di lamenti, e di preghiere-lamenti.
Addirittura, la lamentazione era
diventato un genere musicale del quale i salmisti o i profeti dovevano tener
conto scrivendo le loro composizioni. Questo è il caso del Cantico di Abacuc: “Preghiera
del profeta Abacuc, sul tono delle lamentazioni: Signore, io ho udito il tuo
messaggio... (Ac 3:1,2); ho udito, e
le mie viscere fremono, io tremo ad ogni passo (16); ma Dio, il Signore, è la mia forza (19a). Al direttore del coro; per strumenti a corda (19b)”. La preghiera nel
momento dell’afflizione non si limita ad una richiesta fredda e melanconica di
intervento divino. Il credente invece spande
il suo cuore, racconta a Dio le proprie disgrazie, anche se sa benissimo
che Dio già le conosce. Qualcuno pensa che Dio chieda all’uomo di stare zitto,
generalizzando il passo che dice: “Sta’
in silenzio davanti al Signore, e aspettalo” (Sal 37:7). Questo
atteggiamento ci porterebbe però a farci chiudere in un cupo mutismo,
arrovellandoci così senza scampo nel nostro dolore. Dice Matteo 27:46,
raccontando l’agonia di Gesù sulla croce: “Verso
l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?”. Come è noto, sono le parole del Salmo 22:1, che così
prosegue: “Te ne stai lontano, senza
soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido
di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione. Eppure tu
sei il Santo... I nostri padri confidarono in te; confidarono e tu li
liberasti. Gridarono a te e furono salvati, confidarono in te, e non furono
delusi. Ma io sono un verme e non un uomo...” (1b-6a). Se riusciamo per un momento a distaccarci dall’interpretazione
esclusivamente messianica di questo passo, potremo cogliervi l’immensa angoscia
di un uomo sofferente, ridotto ad un verme, che chiede a Dio “perché”, e grida a Lui affinché venga liberato. Sempre sul
tema della sofferenza ingiusta (?),
ricordiamo poi l’esperienza di Paolo (cfr 2 Co 12) che soffriva di un
misterioso malanno, e per giunta un “diavolaccio” gli dava continuamente degli schiaffoni.
Avendo chiesto a Dio per tre volte di
essere liberato, ricevette la famosa risposta: “Ti basta la mia grazia”. Ma il tema
della giustizia è talmente vasto che merita di essere trattato in un apposito
studio. Lo rimanderei così, piacendo al Signore, ad altra occasione.
Affrontiamo pertanto i due temi a cui prima ho accennato. a) Il
mutamento di atteggiamento da parte di Dio Si resta indubbiamente sorpresi esaminando le sei risposte di Dio ad
Abramo, via via sempre più accondiscendenti. Prendiamo in esame un altro passo
della Scrittura, e precisamente 1 Sa cap 15, dove troviamo il racconto del
“secondo peccato” di Saul e del “pentimento di Dio” per averlo fatto re
d’Israele (vv. 11, 35). Ma in un altro versetto dello stesso capitolo si
afferma che “Dio non è un uomo perché debba pentirsi” (29). Siamo qui di fronte
a due verità “antitetiche” cioè difficilmente conciliabili per la nostra
ragione. Ecco in breve gli insegnamenti che ne possiamo trarre: 1) L’affermazione che Dio non è un uomo perché debba pentirsi ci mostra la immutabilità di Dio nelle sue scelte
fondamentali. Nel caso citato, Dio aveva “deciso” di dare un re ad Israele, ed
in tal senso avrebbe comunque mantenuto
la promessa. Dio mantiene le promesse che ha fatto perché è “fedele”. (“I doni
e la vocazione di Dio sono irrevocabili” Ro 11: 29). In questo ambito rientra
la decisione di Dio di scegliersi un popolo sulla terra per farne il suo tesoro
particolare, di allargare le dimensioni del suo popolo a tutti i credenti del
Nuovo Patto; la promessa di far diventare tutti i credenti in Cristo “figli di
Dio”; di sostenerli nel cammino su questa terra fino a condurli nella patria
celeste, dove vivranno eternamente (cfr. Es 19:5; Ef 2:14; Gv 1:12; 1 Co 1:8,9;
2 Te 3:3; Eb 10:23; 2 Co 5:1). 2) “Dio si pentì
di aver fatto...”: questo ci mostra l’assoluta libertà di Dio, ossia la
possibilità da parte sua di mutare
atteggiamento. a) Il mutamento
di Dio è connesso talvolta col dispiacere
per il comportamento negativo dell’uomo: - “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla
terra, e se ne addolorò in cuor suo” (Ge 6:6); - “Samuele faceva cordoglio per Saul; e il Signore si
pentiva di aver fatto Saul re d’Israele” (1 Sa 15:35). b) Altre volte il mutar
d’atteggiamento di Dio o il pentimento
di Dio avviene a seguito di una preghiera
d’intercessione. E’ il caso che abbiamo allo studio, della preghiera di
Abramo per Sodoma. Ma vediamo altri casi: - “Allora Mosè supplicò il Signore, e disse: “Calma
l’ardore della tua ira e pèntiti del male di cui minacci il tuo popolo...”. E
il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo (Es
32:11-14). - “Dio disse: “Io colpirò il popolo con la peste e lo
distruggerò...”. E Mosè replicò: “Perdona, ti prego, l’iniquità di questo
popolo, secondo la grandezza della tua bontà”. E il Signore disse: “Io perdono,
come tu hai chiesto” (Nu 14:11-21). c) Il Signore può mutare atteggiamento perché è mosso
dalla compassione: - “I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi
del Signore e servirono gli idoli di Baal... E l’ira del Signore si accese
contro Israele ed Egli li diede in mano ai predoni che li spogliarono... e la
loro tribolazione fu molto grande. Il Signore allora fece sorgere dei Giudici,
che li liberavano dalle mani di quelli che li spogliavano...; poiché il Signore
aveva compassione dei loro gemiti a causa di quelli che li opprimevano e
angariavano” (Gc 2:11-18). - “Essi si contaminarono con le loro opere... e l’ira
del Signore si accese contro il suo popolo... e li diede nelle mani delle
nazioni... e i loro nemici li oppressero... Tuttavia, volse a loro lo sguardo
quando furono in angoscia, quando udì il loro grido; si ricordò del suo patto
con loro e nella sua gran misericordia si pentì” (Salmo 106:39-45). d) Il mutamento di Dio può essere causato dalla conversione del peccatore: - “Dice il Signore: “Se la nazione che avevo deciso
di distruggere... si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che
avevo pensato di farle” (Gr 18:7,8).(Questo passo è inserito nel contesto del
“Vasaio che plasma l’argilla a suo piacimento”, figura dell’assoluta libertà di
Dio). Possiamo
inoltre osservare che: - nell’ottica della accettazione della immutabilità divina rientra
l’espressione: “Signore, sia fatta la tua volontà!”; - nell’ottica del mutamento
rientra invece ogni preghiera, intercessione, richiesta di soccorso, fatta con
fede: “Ogni cosa è possibile per chi crede” (Mr 9:23); “Accostiamoci con piena
fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed
essere soccorsi al momento opportuno” (Eb 4:16). Sembrerebbe
a questo punto di poter concludere che, se sottolineiamo solo il fatto che la
Volontà di Dio è quella che è, che sarà comunque fatta, e che Dio sa tutto perché ha deciso ogni cosa
in anticipo, allora che cosa preghiamo a fare? Con quest’ottica, Abramo avrebbe
dovuto pregare così: “Signore, se hai deciso di distruggere Sodoma, avrai
certamente delle ottime ragioni. A me dispiace molto, soprattutto per quei
cinquanta, o trenta, o dieci giusti che vi si potrebbero trovare, poveretti...
Ma tant’è, sei Tu il Giudice, l’Onnipotente e l’Onnisciente, chi potrà mai sindacare
i tuoi giudizi? Fai Tu che sai ogni cosa, sia fatta la Tua volontà. In fondo,
io non sono che polvere e cenere...”. Ma, grazie a
Dio, Abramo, definito il padre di tutti i
credenti (Ga 3:7,29), ha pregato in modo assai diverso. b) La
risposta di Dio ad una preghiera pressante e insistita Indubbiamente,
la preghiera di Abramo era di questo tipo. Nel Discorso della Montagna (secondo
Mt 6:7,8), Gesù, prima di insegnare il “Padre Nostro” ai discepoli, li
ammonisce dicendo: “Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i
quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate
dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima
che gliele chiediate”. Per altro (secondo Lu 18: 1-8), per insegnare ai
discepoli che “dovevano pregare sempre e non stancarsi”, Gesù propone loro la
“parabola della vedova e del giudice”, dove la donna è talmente opprimente che
il giudice finalmente è costretto a darle ascolto. E Gesù conclude: “Dio non
renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a Lui?”.
Poi, nelle istruzioni sulla preghiera riportate in Lu 11:1-13, Gesù racconta la
“parabola dell’amico importuno” che chiede dei pani in piena notte ad un altro,
e spiega: “Quello che viene disturbato di notte, anche se non si alzasse a dare
i pani perché chi glieli chiede è suo amico, tuttavia, per la sua importunità,
si alzerà e gli darà tutti i pani che gli occorrono”. E Gesù aggiunge:
“Chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e
troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto”. Ed ecco
un’altra citazione, tratta da Is 62: 6,7. L’argomento è il ristabilimento di
Gerusalemme, che il Signore dovrà portare a compimento. Sulle mura della città
si danno il cambio delle sentinelle che giorno e notte sono invitate a gridare
le loro invocazioni di soccorso, senza concedersi riposo. “Ma -
dice il profeta - soprattutto non date riposo a Dio, finché Egli non abbia ristabilito
Gerusalemme”. Sembrerebbe
dunque che la preghiera insistente non solo non è sconsigliata, ma anzi è
oltremodo opportuna. E non ci si deve fare alcuno scrupolo di annoiare Dio, né giustificarsi dicendo:
“Tanto Lui lo sa già”. Vorrei sottolineare due delle espressioni precedenti:
“Chiedete con perseveranza senza stancarvi, e troverete”, e “Non date riposo a
Dio, finché...”. In
conclusione poi, sempre sull’argomento della risposta alle preghiere, è utile
rilevare che un Cristiano oggi, quando chiede qualcosa a Dio, è più avvantaggiato rispetto ai grandi
personaggi dell’Antico Testamento. In effetti Abramo, l’Amico di Dio (Gm 2:23), Mosè, con cui il Signore trattava faccia a faccia (De 34:10), Davide,
l’uomo secondo il cuore di Dio (1 Sa
13:14.), per ottenere qualcosa dal Signore facevano di solito appello alla sua
fedeltà al “patto”, alla sua giustizia, alla sua misericordia e alla sua
benignità. Ma un Cristiano oggi ha in più la possibilità di considerare il
Signore Onnipotente come suo Padre, e di dirgli: “Padre, guarda che queste cose
te le sto chiedendo “nel Nome di Gesù”, che ha promesso ai Suoi: “In verità, in
verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel Mio Nome, Egli ve la
darà” (Gv 16:23b). Quando
uno si trova in mezzo ai guai e nessuno gli presta aiuto, nel linguaggio
popolare si usa dire: “Quel poveretto non ha proprio santi in Paradiso!”. Ma i
Cristiani hanno ben più che qualche “santo” in Paradiso, perché, secondo il
Nuovo Testamento, essi hanno addirittura Gesù Cristo, che oltre ad appoggiare
le loro richieste - come abbiamo appena detto -
parla al Padre in loro favore, cioè “intercede” per loro (Ro 8:34), e
all’occorrenza ne prende anche le difese, come se fosse il loro “Avvocato” (1
Gv 2:1b).
Davide Valente, novembre 2002 |